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Giovani, individualisti e privi di fede

agosto 4, 2015

Se gli adolescenti italiani vanno sempre meno spesso in chiesa, nonostante la popolarità di Papa Francesco tra i millennial, ad abbandonare la pratica religiosa a grande velocità sono anche i giovanissimi degli Stati Uniti, un paese che storicamente ha una tradizione religiosa più variegata della nostra ma forse ancor più diffusa e radicata. Oltre a suonare l’allarme per le Chiese con la “c” maiuscola, analizzati in dettaglio, recenti dati fanno riflettere più complessivamente sulle preferenze delle nuove generazioni. E non solo in fatto di religione, ma in generale di partecipazione alla società e al mondo.

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Il lavoro perfetto? Quello fuori classifica

luglio 31, 2015

Quasi due milioni di studenti universitari americani hanno ottenuto una laurea quadriennale quest’anno, o si laureeranno entro la fine del 2015, e si preparano ad entrare nel mercato del lavoro. Dopo anni di recessione in cui l’unica preoccupazione dei neo-laureati era di trovare un impiego qualsiasi, ora che l’economia USA è in ripresa e sta creando ogni mese centinaia di migliaia di nuovi posti, l’attenzione dei più giovani sembra spostarsi verso un altro, più ambizioso, obiettivo: individuare la carriera “perfetta”. Ecco allora che si moltiplicano le classifiche sulle professioni di qualità superiore, le più desiderabili, che garantiscono il magico mix di guadagni, stabilità e creatività.  Anche se, di fronte a una definizione così vaga, identificare le occupazioni migliori resta un’impresa ardua. Con i ranking  che possono fornire al massimo qualche indicazione generale in vista dei primi colloqui di lavoro.

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Stati Uniti “Pride”

luglio 6, 2015

Con la decisione della Corte Suprema del 26 giugno nel caso Obergefell v. Hodges, che ha stabilito che il matrimonio è un diritto costituzionale di tutti gli americani, quindi anche degli omosessuali, gli Stati Uniti sono diventati il 23mo paese al mondo a legalizzare, a livello nazionale, le unioni tra persone dello stesso sesso. Sono cominciati così subito i festeggiamenti in ogni angolo d’America, a partire naturalmente dalla Casa Bianca e dalla Corte Suprema, dove già dalle prime ore del mattino si erano radunati gruppi di attivisti e sostenitori in attesa del verdetto dei nove massimi giudici americani. “La nostra nazione è stata fondata sul principio fondamentale che siamo tutti creati uguali – ha dichiarato il Presidente Barack Obama dal giardino delle rose della Casa Bianca – Oggi possiamo dire, senza ombra di dubbio, che abbiamo reso la nostra Unione un po’ più perfetta”.

Certo, il matrimonio gay era già legale in 37 stati, con una popolazione equivalente al 70% del totale, e quindi la Corte Suprema lo ha semplicemente esteso anche ai rimanenti 13. Tra essi, comunque, ve ne sono almeno due di dimensioni sostanziali, il Texas e l’Ohio. Complessivamente la decisione riguarda quindi circa 3 milioni di persone che hanno guadagnato così il diritto a sposarsi. Al di là di questi numeri, è questo un passaggio davvero storico, anche a livello simbolico, tanto più perché tutt’oggi gli Stati Uniti hanno un’influenza culturale sproporzionata sul resto del mondo. “La decisione della Corte Suprema non ha a che vedere solo con le nozze – ha commentato Frank Bruni sul New York Times – ha a che vedere con il valore [degli individui]. Dal più alto pulpito di questa nazione, nel più autorevole dei toni, una maggioranza di giudici ha detto a una minoranza di americani che essi sono normali e che fanno parte del paese – pienamente, gioiosamente e con tanto di torta”.

Dello stesso tenore anche la conclusione della sentenza che rappresenta l’opinione dei cinque giudici favorevoli (i quattro contrari hanno redatto ognuno il proprio testo di dissenso), scritta da Anthony Kennedy e già lodata per la sua bellezza quasi elegiaca. Scrive Kennedy: “Non c’è unione più profonda del matrimonio, giacché questo incarna i più alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Nel formare un’unione matrimoniale, due individui diventano qualcosa di più grande di quanto fossero in precedenza. Come dimostrano alcuni dei richiedenti nei casi qui in discussione, il matrimonio rappresenta un amore che può durare anche dopo la morte. Si equivocano questi uomini e queste donne quando li si accusa di mancare di rispetto all’idea del matrimonio. Il loro appello è proprio che lo rispettano, lo rispettano così profondamente che desiderano trovare l’appagamento che ne deriva per se stessi. La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle istituzioni più antiche della civiltà. Chiedono uguale dignità negli occhi della legge. La Costituzione accorda loro tale diritto”.

Insomma, un momento straordinario per la comunità LGBTQ americana e internazionale. E la ciliegina sulla torta di una settimana incredibile per il presidente Obama, apertasi con gli stati del Sud che hanno finalmente iniziato ad ammainare la bandiera confederata in risposta alla tragica sparatoria del 17 giugno in una chiesa afro-americana di Charleston in South Carolina, dove hanno perso la vita nove persone, e proseguita poi con la riaffermazione, sempre da parte della Corte Suprema, della costituzionalità della sua legge di riforma sanitaria.

Con la fine della sua presidenza ormai prossima, e dopo anni in cui la sua eredità politica pareva in dubbio, sospesa nel limbo dell’ostruzionismo repubblicano e di alcuni suoi passi falsi, la sentenza Obergefell v. Hodges ha anche un altro effetto politico. Mette infatti in una luce diversa l’operato dell’amministrazione Obama permettendo alla Casa Bianca di guardare ora ai propri successi. Dallo scoppio della crisi finanziaria, gli Stati Uniti, hanno – in successione e solo per fare gli esempi più importanti – aperto le casse federali per salvare l’industria automobilistica di Detroit e arginare il crollo di quella di Wall Street; attuato norme piuttosto stringenti sulle banche per cercare di garantire all’economia un futuro più sostenibile; approvato una riforma sanitaria che, in pratica, ha spianato la strada a una copertura assicurativa universale, per tutti gli americani; alzato le tasse sui più ricchi; tentato di chiudere i capitoli ignominiosi delle guerre in Afghanistan e in Iraq; infine ripristinato i rapporti diplomatici con Cuba.

Molto resta naturalmente da fare: dall’immigrazione al controllo delle armi, alla  lotta alla disuguaglianza e al razzismo, allo spionaggio elettronico della NSA, alla politica in Medio Oriente che non è certo pacificato. Come ha sottolineato lo stesso Obama nel discorso dal giardino delle rose, “il progresso arriva in piccoli incrementi, qualche volta due passi avanti e uno indietro”. Non è detto, quindi, che quello che rimane da fare verrà fatto e che quello che è stato fatto non venga in qualche modo rovesciato. Però non c’è dubbio che negli ultimi 7 anni gli Stati Uniti di strada ne hanno percorsa. E l’Europa?

Pubblicato originariamente su IlBo

Poveri a scuola: gli Stati Uniti si scoprono diseguali

giugno 25, 2015

L’83% di studenti di scuola pubblica a Meridian, la sesta città più popolosa del Mississippi, vicino al confine con l’Alabama, ha diritto al pranzo in mensa gratuito, o a prezzi fortemente scontanti. Un’indicazione del fatto che questi ragazzi provengono da famiglie in difficoltà economica se non addirittura povere. La media statale è del 71%. Fino a qualche anno fa, questi numeri così preoccupanti erano perlomeno rappresentativi solo di una minoranza di scuole americane, concentrate in particolare nel sud del Paese, quella Bible Belt in cui, tra le altre cose, si fa ancora molto sentire l’eredità della segregazione razziale (gli studenti di Meridian sono per l’86% afro-americani). Più di recente, però, anche se il Mississippi continua a guidare questa classifica così poco prestigiosa, il resto degli Stati Uniti pare si sia avviato sulla stessa strada, con conseguenze profonde e di lungo periodo non solo per gli individui coinvolti ma per la società americana tutta.

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Economia on demand: il ritorno dei braccianti

giugno 22, 2015

Ormai le si può usare per pagare il conto al ristorante, in particolare quando lo si deve dividere tra più commensali; oppure per mandare le camice al lavasecco, con raccolta e consegna a domicilio; oppure ancora per trovare un passaggio sui jet privati per un weekend esotico. Sull’onda del successo ottenuto dall’avanguardia delle varie Uber, AirBnB, TaskRabbit, le app che sono alla base della cosiddetta “sharing economy” pervadono, almeno negli Stati Uniti e in Canada, sempre più industrie e professioni, tanto che si comincia a parlare di una nuova economia “on demand” (ovvero “su richiesta”, giacché basta cliccare su uno schermo di telefono per avvalersi di qualsiasi servizio) o, altrimenti, di “uberizzazione” dell’economia.

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Imbroglioni, per far studiare meglio i figli

giugno 18, 2015

Nel 2011 Kelley Williams-Bolar, insegnante di recupero a Akron in Ohio, trascorse nove giorni in galera dopo essere stata condannata per truffa. Sempre nel 2011, una donna senza casa a Bridgeport in Connecticut, fu arrestata per il medesimo reato. Lo stesso fato è toccato anche a Yolanda Hill di Rochester, New York, nel 2009, e, di recente, a decine e decine di altre persone in tutto il paese. Tutte queste storie, raccontate dal sito web di informazione The Hechinger Report, hanno un elemento in comune: riguardano genitori che hanno mentito a proposito della propria residenza nel tentativo di iscrivere i figli in scuole pubbliche migliori di quelle che sarebbero toccate loro altrimenti. Anche se i dati in proposito sono ancora insufficienti a offrire una fotografia accurata di questo fenomeno, noto oggi con il nome di “furto educativo”, l’osservazione aneddotica fatta dagli esperti pare suggerire che esso si sia molto intensificato negli ultimi anni, in parallelo all’aumento della disuguaglianza economica negli Stati Uniti.

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La rete di scuole virtuali ci seppellirà

giugno 8, 2015

Continuano a moltiplicarsi negli Stati Uniti gli esperimenti educativi che si affidano alle nuove tecnologie nel tentativo di riformare il mondo dell’istruzione dalle elementari fino alla laurea. Se le scuole pubbliche ci provano con un approccio pedagogico altamente personalizzato chiamato ‘Teach to One’, oppure, come nel caso dell’iniziativa ‘P-Tech’, contano sui soldi dell’Ibm per sviluppare un curriculum tutto incentrato sugli ambiti Stem (scienze, tecnologie, ingegneria, matematica), le università private si sbizzarriscono con un’offerta sempre più ampia e diversificata di Mooc (massive online open course), quando non si trasformano interamente in luoghi di apprendimento esclusivamente virtuali. È questo ad esempio il profilo del nuovo ambizioso progetto ‘Minerva’.

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Baby boomer non troppo in forma

maggio 27, 2015

Nonostante gli enormi passi avanti fatti dall’industria medica e farmaceutica negli ultimi decenni e le infinite campagne di sensibilizzazione sull’importanza dell’esercizio fisico e di una dieta equilibrata cui siamo sottoposti ormai quotidianamente, i cosiddetti baby boomer, quella generazione nata subito dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, vivono sì più a lungo, ma, almeno negli Stati Uniti, godono di una salute peggiore rispetto a coloro che avevano la stessa età un decennio fa. Questo, almeno, è quello che emerge dalla più recente serie di dati sulle condizioni fisiche degli adulti tra i 55 e i 64 anni di età raccolta dal Centers for Disease Control and Prevention (CDC).

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Scuole a basso consumo, gli Stati Uniti le snobbano

maggio 21, 2015

Quando aprirà i battenti a fine estate, in tempo per l’inizio del prossimo anno scolastico, la futura sede della Friends School of Portland, un istituto elementare e medio privato gestito da una comunità di quaccheri nello stato americano settentrionale del Maine, non sarà semplicemente immacolata e perfettamente rifinita in ogni dettaglio. Il nuovo edificio sarà anche all’avanguardia dal punto di vista ambientale, una tra le primissime scuole del Paese a ottenere la certificazione di “Passivhaus”, ovvero capaci di ridurre radicalmente, se non addirittura di azzerare, il proprio consumo energetico.

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Donne in cattedra: negli Stati Uniti colgono l’attimo

maggio 20, 2015

La recente candidatura di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane del 2016 ha riacceso negli Stati Uniti il dibattito sul numero ancora insufficiente di donne che riescono a penetrare i corridori del potere economico, politico e culturale di questo Paese, nonostante l’ultima incarnazione del movimento femminista abbia ormai più di quarant’anni. A guardare bene, però, pare invece che, almeno in una nicchia accademica, le donne siano oggi avvantaggiate sugli uomini quando si tratta di trovare un impiego.

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