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Io, robot. Tu, licenziato

marzo 24, 2015

Per chi si fosse in qualche modo convinto che la rivoluzione tecnologica degli ultimi venti anni abbia già provocato abbastanza danni al mercato del lavoro, traumatizzando a sufficienza i lavoratori di mezzo mondo, sono in arrivo cattive notizie. Un nuovo rapporto del Boston Consulting Group (BCG), che verrà rilasciato nella sua interezza tra qualche mese ma di cui sono state recentemente rese pubbliche alcune anticipazioni, sostiene infatti che la partita è appena cominciata e che l’impatto della robotica sul sistema economico globale è destinato ad intensificarsi rapidamente nel futuro prossimo.

“L’uso di robot industriali avanzati è in via di decollo”, proclama la società globale di consulenza in un comunicato stampa del 10 febbraio. BCG stima che, nei prossimi dieci anni, gli investimenti aziendali in robot industriali passeranno dalla media annuale attuale, che si aggira sul 2, massimo 3%, fino al 10%. Questo significa naturalmente che aumenteranno esponenzialmente le loro responsabilità professionali. Nonostante ci sembri che l’automatizzazione sia ormai ovunque, infatti, BCG calcola che oggi i robot provvedano soltanto a un decimo delle mansioni dell’industria manifatturiera, ma che entro il 2025 si occuperanno di un quarto di esse.

Il crescente successo della robotica è dovuto a una combinazione di costi in calo e di performance in crescita. Ci dice il Boston Consulting Group che un saldatore robotizzato di ultima generazione costa oggi 133.000 dollari, il 27% in meno dei 182.000 dollari del 2005 e una cifra che dovrebbe ridursi di un ulteriore 22% nei prossimi dieci anni. Nello stesso periodo di tempo, la velocità e la flessibilità di questi strumenti sempre più avanzati dovrebbero aumentare del 5% l’anno. “Con il costo del lavoro in crescita in tutto il mondo – ha dichiarato Harold Sirkin, uno degli autori del rapporto – è sempre più cruciale che le aziende manifatturiere, se vogliono rimanere competitive, facciano aumentare la produttività dei singoli lavoratori”.

Il punto di non ritorno nell’adozione diffusa di sistemi di automatizzazione si verifica, nelle stime di BCG, nel momento in cui il costo per acquistare e operare un sistema robotizzato avanzato diventa del 15% inferiore al costo di assumere un lavoratore. Il che vuol dire che la transizione da persone a robot avverrà in tempi diversi a seconda dei singoli paesi e industrie e delle caratteristiche dei relativi mercati del lavoro.

Nei settori automobilistico e dell’elettronica negli Stati Uniti, questo nuovo equilibrio è già stato raggiunto. Nel primo caso, un saldatore in carne e ossa costa in media 25 dollari l’ora contro gli 8 di un collega computerizzato, e, nel secondo, un robot per l’assemblaggio costa 4 dollari l’ora contro i 24 di un essere umano. Lo stesso vale per la Cina. Secondo calcoli degli esperti di tecnologia William Davidow e Michael Malone, l’azienda cinese Foxconn, la quale, con più di un milione di dipendenti, è la più grossa al mondo ad occuparsi di contratti di appalto nel settore manifatturiero, ha installato 10.000 robot nel 2011. Nel 2014, ne ha aggiunti 30.000.

Se questo feroce ritmo di automatizzazione dovesse continuare inalterato, o addirittura accelerare, Gartner, una società di ricerca e consulenza nell’ambito delle nuove tecnologie, stima, certo un po’ provocatoriamente, che al 2025 i robot potrebbero arrivare a sostituire un terzo di tutti i lavoratori. Un’analisi del 2013 di ricercatori dell’università di Oxford offre una prospettiva ancor più cupa. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne considerano infatti che tutto un insieme di professioni, le quali, nel 2010, impiegavano complessivamente il 47% di lavoratori americani, potrebbero essere svolte interamente da macchine entro i prossimi dieci o venti anni.

Grazie, inoltre, a sistemi informatici che si fanno sempre più sofisticati, i posti di lavoro in pericolo non sono più solo quelli poco qualificati. Ci racconta il Wall Street Journal che in Australia, ad esempio, il colosso minerario Rio Tinto ha già dispiegato nelle proprie miniere di ferro più remote un esercito di camion e trivelle che non necessitano di alcun operatore umano e si sta preparando ad attivare treni auto-pilotati in grado di trasportare il raccolto a un porto che si trova a quasi 500 chilometri di distanza. Si può immaginare quindi il tipo di tumulto che, prima o poi, sarà provocato dalla diffusione su larga scala di automobili che non hanno bisogno di piloti, come ad esempio la Google Car, o ancora delle stampanti 3D.

Secondo David Autor, un economista del Massachusetts Institute of Technology che si interessa dell’incrocio fra nuove tecnologie e occupazione, il problema più grosso non è tanto il numero complessivo di posti di lavoro che stanno sparendo a causa dell’automatizzazione, ma piuttosto il tipo. A soffrire di questo fenomeno, infatti, sono stati in particolare, e lo saranno sempre di più, gli impieghi tipici della classe media, ad esempio quelli amministrativi e segretariali, oltre naturalmente a quelli in fabbrica che per decenni hanno dato da vivere dignitosamente a tutta una generazione di colletti blu. Il che significa che il progresso tecnologico continua sì a generare nuovi lavori, ma agli estremi opposti dello spettro di reddito, contribuendo all’aumento della disuguaglianza.

Complessivamente, i consulenti di BCG considerano quella della progressiva automatizzazione dell’industria manifatturiera un’ottima notizia, giacché dovrebbe portare, nel prossimo decennio, a una riduzione del costo del lavoro del 16% nei 25 più importanti paesi esportatori al mondo e a un parallelo aumento della produttività tra il 10% e il 30%. In vantaggio, ovviamente, sono quelle nazioni, a partire dalla proprio dalla Cina e dagli Stati Uniti, oltre che dalla Corea del Sud, che stanno marciando più aggressivamente in questa direzione. Per Justin Rose, un altro autore dello studio di BCG, è invece “ironico” che in una serie di paesi che soffrono di alti costi del lavoro, come il Belgio, la Francia, l’Italia e il Brasile, l’automatizzazione stia procedendo ancora molto lentamente, bloccata soprattutto da “leggi sul lavoro inflessibili”.

Se le grandi multinazionali, che già godono di profitti esorbitanti e siedono su montagne di contanti parcheggiati all’estero per evitare di pagarci sopra le tasse, hanno di che esultare, la domanda che viene spontanea è: che fine faranno i lavoratori in un’economia che dipende sempre meno da loro e sempre più dai robot? “Presto avremo a che fare con orde di cittadini che hanno zero valore economico – scrivono Davidow e Malone nella Harvard Business Review – Capire come gestire l’impatto di questo sviluppo rappresenta la più grande sfida di questo secolo per le economie di mercato”.

Pubblicato originariamente su IlBo

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