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Cuba-Stati Uniti, ora la sfida è togliere l’embargo

dicembre 19, 2014

WASHINGTON – È stato accolto con quel misto di stupore ed entusiasmo riservato ai grandi eventi storici l’annuncio fatto ieri dal presidente americano Barack Obama a proposito della normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e Cuba. E di svolta epocale si tratta, se si considera che la rottura ufficiale tra Washington e Havana risale al gennaio del 1961. “Questi cinquant’anni hanno dimostrato che l’isolamento [di Cuba] non funziona — ha dichiarato enfaticamente Obama dalla Casa Bianca — E venuta l’ora per un nuovo approccio”.

La notizia è arrivata in coincidenza con quella della liberazione di Alan Gross, un contractor dell’agenzia americana per lo sviluppo (USAID) incarcerato a Cuba dal 2009, e parallelamente al rilascio di tre spie cubane in cambio di una americana, detenuta dall’Havana da quasi vent’anni. Sono stati questi gli ultimi delicatissimi fili di una trama che la Casa Bianca tesseva in realtà già dall’inizio della prima amministrazione Obama nel 2009, un processo di distensione tra Washington e il governo di Raul Castro che era stato messo in pericolo proprio dall’imprigionamento di Gross e frenato dalle differenze che ancora dividono le due parti, su questioni dall’economia alle libertà civili. I negoziati segreti che hanno portato al risultato finale sono stati patrocinati, negli ultimi diciotto mesi, dal governo canadese e dal Vaticano, con l’impegno diretto e personale di Papa Francesco. “Si tratta indubbiamente di un momento storico, anche se lo si aspettava da tempo – dice a pagina99 Paul Hare, visiting professor di Relazioni internazionali a Boston University ed ex-ambasciatore inglese all’Havana — Né il Presidente Obama né il segretario di Stato John Kerry sono più convinti che lo status-quo sia negli interessi degli Stati Uniti”.

Con il Partito Democratico sconfitto nelle elezioni di medio-termine di novembre, e la nuova maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato che si installerà a Washington a gennaio, Obama ha deciso in questo modo di attuare ancora una volta delle misure unilaterali senza attendere l’approvazione del Congresso, così come ha fatto di recente sulla questione dell’immigrazione.

Per ora, la nuova politica americana verso Cuba consiste innanzitutto della riapertura dei canali diplomatici ufficiali. Questo significa che, nei prossimi mesi, quella che si chiama oggi la “sezione di interesse” americana all’Havana si trasformerà in una vera e propria ambasciata, dotata di un proprio ambasciatore in carne ossa (e viceversa per la “sezione di interesse” cubana a Washington) e che ripartiranno le visite reciproche di funzionari governativi di ogni grado e rango. “Se emergesse l’opportunità per il presidente di recarsi [a Cuba], sono certo che non rifiuterebbe”, ha dichiarato in conferenza stampa, mercoledì, il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest.

(L’annuncio di Obama)

L’amministrazione ha inoltre deciso di allentare alcune delle restrizioni economiche, finanziarie e logistiche imposte dall’embargo. Sarà ad esempio possibile per quelle categorie di americani che già possono visitare Cuba, ad esempio i familiari di cittadini cubani, gli studenti, gli artisti, i gruppi religiosi e umanitari, farlo senza prima dover chiedere, come è d’obbligo oggi, l’autorizzazione speciale dell’ufficio del dipartimento del Tesoro che gestisce il relativo programma di sanzioni. Le banche americane potranno stabilire relazioni con le controparti cubane e sarà permesso l’uso delle carte di credito e bancomat USA nell’isola. Verranno anche alzati i limiti in vigore ora sull’invio di dollari dagli Stati Uniti a Cuba (le cosiddette remittance che provengono per lo più dai parenti emigrati in America). E saranno incoraggiati gli scambi nel settore delle telecomunicazioni e della tecnologia. Ai cittadini americani che andranno a Cuba sarà poi consentito di importare merci per un valore complessivo di 400 dollari, inclusi fino a 100 dollari di prodotti dell’industria locale del tabacco, per la gioia degli appassionati di sigari, cui è proibito da oltre cinquant’anni fumare i ‘cubani’. Infine, il dipartimento di Stato è stato incaricato di riesaminare la classificazione di Cuba tra i paesi “sponsor del terrorismo internazionale”.

Naturalmente, le divergenze tra i due governi rimangono. “Non mi faccio illusione quanto alle barriere che continuano a limitare la libertà dei cittadini cubani”, ha detto Obama mercoledì. Se gli Stati Uniti guardano ancora a Cuba con un certo sospetto, anche l’inverso è vero. “È improbabile che assisteremo a un abbandono totale della retorica anti-americana – dice Hare — almeno fino a quando esisteranno delle restrizioni sul commercio e sugli investimenti e fino a quando gli Stati Uniti faranno pressione su Cuba sulla questione dei diritti umani”.

Rimane in gran parte intatto l’embargo, giacché, per smantellarlo, la Casa Bianca ha bisogno dell’approvazione del Congresso. Ed è qui che la nuova politica americana nei confronti di Cuba potrebbe incontrare le resistenze maggiori. Nonostante, infatti, meno della metà degli elettori americani di origine cubana (tradizionali sostenitori del Partito Repubblicano) si dicano oggi favorevoli all’embargo, due figure di primissimo piano del Grand Old Party, entrambi probabili candidati alla Casa Bianca nel 2016, hanno subito criticato duramente la mossa di Obama. L’ex governatore della Florida Jeb Bush, che ha ufficializzato proprio questa settimana le proprie aspirazioni presidenziali, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “La decisione dell’Amministrazione Obama di ristabilire le relazioni diplomatiche con Cuba è l’ultimo di una serie di passi falsi in politica estera di questo presidente…e mina la credibilità dell’America e la lotta per una Cuba libera e democratica”. Il Senatore della Florida Marco Rubio ha invece affermato in conferenza stampa: “Il presidente ha dimostrato oggi che la sua politica estera non è solo naive, ma consapevolmente ignorante di come funziona il mondo”.

Naturalmente, gli oltre cinquant’anni di ostilità tra Washington e Havana non sono stati improvvisamente spazzati via solo perché i due paesi stanno ora considerando un graduale riavvicinamento. E ci saranno senz’altro degli intoppi sulla strada verso una rappacificazione completa. Ma sembra ormai certo che il processo messo in moto dalla Casa Bianca sia pressoché irreversibile. “Non è impossibile immaginare un evento che possa deragliare le cose, ad esempio se Cuba dovesse dare un giro di vite all’opposizione politica, ai blogger indipendenti, o se chiudere le piccole aziende private – conclude l’ambasciatore Hare – Ma entrambe le parti hanno soppesato questa decisione a lungo, valutando tutte le alternative, e sono arrivate alla conclusione che un nuovo corso per la relazione bilaterale sia l’opzione più ragionevole”.

Pubblicato originariamente su Pagina99

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