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Università o avvoltoi della finanza?

ottobre 24, 2014

Negli Stati Uniti, la maggior parte delle università, che siano esse pubbliche come quella della California o private come Harvard e Yale, sono considerate organizzazioni non-profit, con l’unica eccezione di un piccolo gruppo (in rapida crescita) di atenei che operano quali società a scopo di lucro, come ad esempio la University of Phoenix. Ma questo non vuol dire affatto, in molti casi, che esse funzionino come un lettore italiano si aspetterebbe data la loro definizione, anzi. Per il combinato di una legislazione particolarmente favorevole e dell’evoluzione della gestione degli endowment – i patrimoni frutto delle donazioni di privati ed ex studenti che costituiscono la base dell’autonomia economica di gran parte delle università americane – la finanza d’investimento, anche nei suoi aspetti più aggressivi, gioca un ruolo primario nel loro funzionamento.

La classificazione degli atenei come organizzazioni non-profit si traduce infatti in un trattamento fiscale di favore: pagano imposte sul reddito e sugli immobili molto ridotte quando non ne sono completamente esenti. È questo uno dei tanti modi con cui i governi federale e dei singoli stati sovvenzionano il sistema nazionale dell’istruzione, e tale normativa determina un margine di redditività davvero alto all’impiego dei fondi disponibili, tanto maggiore quanto più questi sono ingenti. Un meccanismo che sta sollevando un coro di critiche, provenienti anche da economisti, secondo cui la detassazione, per quanto nobile in principio, rappresenta in realtà un uso inefficiente e profondamente iniquo dello strumento fiscale, che avvantaggia gli atenei già molto ricchi e di conseguenza non fa altro che alimentare la spirale della disuguaglianza. Le assemblee legislative degli stati di Washington e del Massachusetts stanno addirittura considerando di modificare le proprie norme per fare versare almeno un po’ di tasse anche alle università.

“Giacché sono in ballo anche i soldi dei contribuenti, bisognerebbe riesaminare i privilegi di cui godono gli atenei più richiesti – dice Richard Vedder, professore di economia presso l’università dell’Ohio – Questi tendono ad ammettere sopratutto studenti provenienti da famiglie benestanti e a dare la precedenza ai figli degli ex-alunni, secondo un sistema più aristocratico che meritocratico.”

In particolare, a provocare l’ira di esperti e media è il quadro fiscale che riguarda gli endowment il patrimonio accumulato dagli atenei. Si tratta, in pratica, di fondi di investimento cui gli ex-studenti e altri sostenitori possono contribuire con proprie donazioni. Sono strutturati in modo tale da preservare l’ammontare investito originariamente, che cresce con ogni offerta, mentre i guadagni da loro generati finiscono nel bilancio dell’amministrazione ordinaria e sono spesi per la gestione delle attività accademiche. Per quegli atenei che hanno saputo dotarsi di endowment cospicui, soprattutto quelli dell’Ivy League, si tratta di una favolosa macchina da soldi. Secondo dati pubblicati a gennaio dalla National Association of College and University Business Officers (NACUBO), gli endowment universitari si aggiravano a fine 2013 sui 450 miliardi di dollari, in crescita dell’11,7% sull’anno precedente.

A renderli ancor più ghiotti si aggiunge un elemento essenziale: il fatto che sono esentasse. “Per gli individui che fanno delle donazioni, queste sono detratte dal reddito imponibile e garantiscono quindi una riduzione del loro carico fiscale – spiega Vedder, che ha scritto della questione recentemente su BloombergView – In secondo luogo, le università non devono pagare allo Stato un centesimo sui profitti generati da questi investimenti, mentre chiunque altro sarebbe soggetto alla tassa sui capital gain. C’è quindi un doppio vantaggio fiscale.”

Se in teoria il sistema è pensato per offrire sostegno economico all’istruzione superiore nel suo complesso, in pratica se ne avvantaggiano realmente solo una manciata di college facoltosi. Gli endowment sono infatti distribuiti tra i vari atenei in maniera estremamente diseguale. 25 università sulle 835 considerate nell’analisi di NACUBO vantavano l’anno scorso fondi corrispondenti al 52% del totale. Da sola, Harvard ha un Endowment di 32,3 miliardi di dollari, seguita da Yale con 20,8 miliardi, l’università del Texas con 20,4 miliardi, Stanford con 18,7 miliardi, e Princeton con 18,2 miliardi. “Harvard non è più un’università – dice James Miller, professore di economia presso lo Smith College in Massachusetts – è uno hedge fund collegato a un dipartimento di marketing che si occupa di reclutare studenti intelligenti”.

Certo, i dirigenti universitari insistono che in parte i soldi vanno a coprire le borse di studio per i giovani più poveri. Eppure a Harvard il 45,6% di iscritti ha redditi familiari di oltre 200.000 dollari l’anno, mentre solo il 4% di essi proviene dal 20% di famiglie americane meno abbienti. “Vorrei che i college di élite si aprissero a più studenti – dice Miller, che ha criticato l’uso degli endowment da parte dell’Ivy League in un pezzo per InsideHigherEd – Come società, noi beneficiamo dell’esistenza di Harvard solo se questa produce il numero maggiore possibile di persone produttive, quindi i sussidi del governo dovrebbero essere utilizzati per ammettere più ragazzi”. Ciò non avviene perché gli atenei in questione desiderano innanzitutto proteggere il proprio prestigio mantenendo le ammissioni estremamente selettive.

Piuttosto, i profitti generati dai fondi universitari sono utilizzati per acquistare immobili, facendone aumentare a dismisura il prezzo nei dintorni del campus, o per rinnovare dormitori e impianti sportivi di lusso e attirare così sempre nuovi discendenti dell’élite americana. Secondo i calcoli di Vedder, questi fondi vanno poi a gonfiare le fila della burocrazia universitaria e incoraggiano i professori a concentrarsi su oscuri ambiti di ricerca piuttosto che sui propri corsi (giacché per le università che hanno endowment particolarmente ingenti le tasse pagate dagli iscritti rappresentano una fonte di reddito meno importante). In pratica, questi investimenti finanziano tutto tranne la qualità dell’insegnamento e l’accesso al sistema di istruzione secondaria per i giovani meno benestanti. E quindi tanto vale tassarli e trasferire quei soldi a chi davvero ne ha bisogno.

Pubblicato originariamente su IlBo

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