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Brasile: università giganti private, ma la qualità resta pubblica

ottobre 7, 2014

A maggio 2014, l’autorità antitrust brasiliana ha approvato la fusione di due società di prima grandezza nel settore dell’istruzione for-profit, Kroton Educational di Belo Horizonte, nel sud est del Paese, e Anhanguera Educational Participações di Valinhos, una municipalità nello stato di São Paulo. Il merger, poi finalizzato a inizio giugno, ha dato vita a un vero e proprio colosso, con la nuova azienda che può ora vantarsi di essere la più grande del genere al mondo, valutata in circa 8 miliardi di dollari.

La notizia è stata accolta con entusiasmo in alcuni ambiti. Il settimanale The Economist, ad esempio, ne ha scritto come della dimostrazione che le università private possono garantire “sia la quantità, sia la qualità” dell’insegnamento. Altri, soprattutto fra gli addetti ai lavori, si dicono invece piuttosto perplessi e preoccupati rispetto a questa operazione in particolare e, più in generale, rispetto all’impatto che il boom dell’industria dell’istruzione for-profit sta avendo sulle università e sugli studenti brasiliani. “È una realtà, questa di un grande complesso industriale dell’istruzione, che non ha paralleli in nessun altro paese e che vorrei davvero non esistesse”, dice Renato Pedrosa, professore associato presso il dipartimento di Politiche scientifiche e tecnologiche dell’università statale di Campinas (Unicamp), dove lavora sulle politiche per l’istruzione superiore.

In questo senso, infatti, il Brasile rappresenta un’eccezione se paragonato al resto del mondo. Oltre il 50% di laureandi frequenta qui istituti privati for-profit (con un altro 20% circa iscritto ad atenei privati non-profit, come ad esempio quelli a sfondo religioso, in particolare cattolici) mentre meno del 25% è iscritto a università statali. Gli atenei pubblici intanto continuano a dominare il mondo della ricerca e i corsi di studio post-laurea, come master e dottorati. “Le istituzioni for-profit in Brasile controllano tre quarti del mercato nazionale dell’istruzione superiore e hanno costi bassi e qualità in rapido aumento – scrive l’Economist – E siccome una laurea fa aumentare il salario di un individuo di più in Brasile che in qualsiasi altro paese di cui l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) tiene le statistiche, i laureati recuperano i soldi spesi per frequentare l’università in appena qualche anno”.

Non c’è dubbio che, tra i tanti fattori, la pressione demografica ed economica di un paese giovane e in crescita come il Brasile abbia contribuito decisamente a questo fenomeno. In particolare perché il sistema universitario pubblico non è fin qui stato capace di tenere il passo con la rapida espansione della domanda, sopratutto da parte dei giovani meno abbienti. Nonostante non impongano tasse di iscrizione, infatti, gli atenei statali rimangono complessivamente piuttosto elitari. “Il sistema brasiliano di università pubbliche è molto rigido – dice Pedrosa – Si fonda solo sul modello tradizionale dell’università di ricerca, mentre nel settore privato, specialmente quello for-profit, c’è più varietà”.

Il punto forte di Kroton, ad esempio, è l’uso delle nuove tecnologie per l’insegnamento a distanza, che permette di raggiungere un’audience maggiore facendo aumentare le entrate dell’azienda e simultaneamente riducendone i costi. In un paese grande e a tratti solo scarsamente popolato come il Brasile, questo sistema combina le lezioni dei professori più telegenici e famosi, trasmesse via Internet e via satellite in stile Massive on line open course (Mooc), e seminari condotti in loco e faccia-a-faccia da giovani tutor. Kroton conta oggi circa 150.000 studenti a distanza organizzati in quasi 500 centri in giro per il paese. “Il più remoto – scrive l’Economist – con appena 300 studenti, è Oriximiná nello stato amazzonico di Pará, accessibile solo via aeroplano o con un viaggio in barca di dodici ore da Manaus, la città principale della regione”. Anche Anhanguera segue una filosofia simile, ma vanta migliori strutture “on campus” (in questo senso le due società sono complementari), anche se comunque sempre con orari flessibili e molti corsi che si tengono di sera per facilitare gli studenti lavoratori.

Anziché aprire le porte a più sperimentazione al proprio interno, il sistema pubblico brasiliano ha optato invece per una forma di semi-privatizzazione, con il governo che garantisce oggi ai propri cittadini maggiore accesso all’istruzione superiore attraverso finanziamenti e incentivi fiscali agli operatori for-profit. “Il beneficio principale di questo approccio è stata la rapida espansione del settore negli ultimi vent’anni, al costo però di insufficienti garanzie qualitative rispetto ai servizi offerti – spiega il professore di Unicamp – Naturalmente tanti ragazzi sono ben contenti di poter frequentare un istituto più vicino a casa, ma la maggior parte di questi non assomigliano per nulla alle università come ce le immaginiamo, nemmeno quelle più piccole. Sono piuttosto scuole professionali terziarie, ma con l’ambizione di formare gli studenti in aree accademiche tradizionali, come il Diritto”. I sostenitori di questo modello, pur riconoscendo che la qualità dei college for-profit è stata all’inizio del tutto insufficiente, sono convinti che negli ultimi anni, anche grazie all’irrigidimento degli standard imposti dal governo, le cose siano andate molto migliorando.

Secondo Pedrosa, invece, le autorità preposte devono fare molto di più. “Ci sono segnali che in aree importanti come l’ingegneria, oltre la metà dei neo-laureati si trovino in occupazioni che non richiedono alcun tipo di titolo di studio universitario – conclude il professore – Questa è chiaramente una conseguenza della rapida espansione che si è vista in Brasile, avvenuta senza i controlli di qualità necessari”.

Pubblicato originariamente su IlBo

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