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Graduatorie fra università, realtà e illusioni

ottobre 3, 2014

Mentre una nuova classe di matricole invade i campus di tutto il Paese, e proprio quando gli studenti all’ultimo anno di superiori cominciano a preparare le proprie domande di iscrizione all’università, impazza negli Stati Uniti anche questo settembre la mania dei ranking, ovvero le graduatorie. Queste elencano i college americani secondo i criteri più disparati nel tentativo di incoraggiare sempre maggiore competizione tra loro, di aiutare i liceali e le loro famiglie a scegliere quali frequentare e, più in generale, nella speranza di far parlare di sé. L’ossessione per le classifiche è tale che, grazie al sito di informazione The Daily Beast, è ormai arrivata a coinvolgere persino i licei. Non mancano naturalmente i critici di questo sistema, convinti che l’eccessiva enfasi posta sugli aspetti più quantificabili di un’istruzione universitaria allontani da quello che dovrebbe essere un dibattito serio e misurato sulla qualità complessiva dell’offerta accademica.

“L’aspetto più problematico di questi ranking è che si vantano di valutare i college utilizzando una taglia unica – dice Christopher Nelson, presidente del St. John’s College di Annapolis in Maryland – E questo porta le famiglie fuori strada, convincendole che tutti gli atenei americani stiano facendo le stesse cose, mentre in realtà sono molto diversi gli uni dagli altri, proprio come sono diversi gli studenti delle superiori che devono scegliere tra loro. L’istituto che funziona per un ragazzo non va necessariamente bene per un altro”.

A questo desiderio di misurare quantitativamente, aggregare e mettere a confronto parametri qualitativi spesso molto diversi l’uno dall’altro si somma un’enfasi eccessiva sui punteggi finali, che hanno la presunzione di esprimere con un semplice numero o posizione in classifica la performance complessiva di un’università. Nel migliore dei casi, questo approccio produce una fotografia approssimativa, e poco scientifica, della situazione, giacché ne offre una rappresentazione puramente astratta (la media delle pubblicazioni per docente, la media dei salari guadagnati dai neo-laureati, la media dei fondi ottenuti dai ricercatori). La realtà è spesso molto diversa, fatta di grandi variazioni e relativamente poca uniformità anche all’interno dei singoli atenei. Famoso il caso dell’università di Alessandria in Egitto, la quale, a sorpresa, si è classificata 147ª nella graduatoria mondiale di Times Higher Education nel 2010 e quarta, davanti addirittura a Harvard e Stanford, per quanto riguarda le citazioni. Il fenomenale balzo in classifica di questo istituto, si è poi scoperto, era interamente dovuto alla prestazione di un solo studioso, Mohamed El Naschie, il quale aveva pubblicato 320 articoli in un giornale scientifico di cui era anche l’editor-in-chief. “Ma questo è solo un esempio degli svarioni commessi dalle classifiche internazionali degli atenei, la cui validità scientifica traballa se si procede ad un’analisi delle loro fondamenta metodologiche”, scrive Giuseppe De Nicolao su Roars commentando la vicenda.

Negli Stati Uniti, la più famosa e influente di queste graduatorie è di gran lunga quella pubblicata, dal lontano 1983, dalla rivista U.S. News and World Report. Il sistema esatto con cui essa viene compilata rimane piuttosto misterioso, ma tra i principali parametri utilizzati vi sono la selettività degli istituti, ovvero il grado di difficoltà incontrato dai giovani in fase di ammissione; la reputazione di cui godono tra le dirigenze e i professori degli altri atenei; la percentuale di iscritti che ottengono una laurea; la qualità del corpo docenti misurata sulla base degli stipendi e del numero di dottorati; le risorse finanziarie. La classifica Best Colleges 2014 ha incoronato Princeton al primo posto per quanto riguarda le grandi università nazionali, seguita da Harvard e Yale. Williams College in Massachusetts ha vinto invece nella categoria “Liberal Arts Colleges”, etichetta con cui negli Stati Uniti ci si riferisce a istituti generalmente privati, di dimensioni relativamente piccole e specializzati nello studio delle Arti e delle Lettere.

Tra le caratteristiche di questo ranking che saltano subito agli occhi vi è innanzitutto la continuità: Princeton e Williams erano in testa anche nelle ultime due tornate. L’ultima volta che Princeton non è arrivata prima è stata nel 2010-2011, quando si è posizionata al secondo posto. Inoltre, il top della graduatoria è composto pressoché interamente dai soliti sospetti: dopo Princeton, Harvard e Yale, appaiono Columbia, Stanford, University of Chicago, Mit e via dicendo. Il che fa pensare che il prestigio di un marchio, qualità per altro piuttosto intangibile, pesi in modo particolare sul metodo impiegato da U.S. News, e che quindi il suo ranking aggiunga relativamente poco a quello che già tutti sanno, ovvero che alcuni atenei negli Stati Uniti sono più celebri e ammirati di altri. Per queste università, le graduatorie rappresentano un magnifico circolo virtuoso. Esse infatti sono al comando delle classifiche sin dalle loro prime edizioni grazie alla propria fama, che viene poi riconfermata a ogni nuova vittoria. Per tutti gli altri atenei, questo sistema ha un po’ il sapore dell’imbroglio.

Tant’è che, sino a quest’anno, il St. John’s College si era rifiutato di cooperare con U.S. News. “Abbiamo sempre messo tutte le informazioni rilevanti a disposizione del pubblico – spiega il Presidente Nelson – Ma partecipare a questo sport delle graduatorie non ci pareva molto utile”. U.S. News, però, si intestardiva comunque a inserire St. John’s nel proprio ranking, calcolandone il punteggio sulla base di quei dati che i suoi esperti avevano il tempo e la voglia di cercarsi da soli. “Abbiamo cominciato a ricevere sempre più domande da parte delle famiglie che volevano sapere se potevano prendere la classifica sul serio – dice Nelson – E io non sapevo come rispondere giacché non avevo idea di che statistiche venissero utilizzate”.

Per tranquillizzare i propri studenti, le loro famiglie e i liceali interessati a iscriversi a St. John’s, il college ha deciso quest’anno di cominciare a collaborare, anche se controvoglia, con U.S. News. E guarda caso, è avanzato più di ogni altro ateneo, passando dal 123° posto al 53°. “Questa mi pare la prova che i ranking non sono molto affidabili, se possiamo fare un balzo del genere semplicemente mettendo a disposizione dati che sono già pubblici”. La storia di St. John’s dimostra, tra le altre cose, che quello delle graduatorie è uno strumento ormai imprescindibile per le università americane, di cui nessuna può più fare a meno. “A questo punto credo che la cosa migliore sia avere il numero maggiore di ranking possibile, in modo che studenti e famiglie possano consultare tante opinioni diverse”, dice Nelson.

Per fortuna, l’industria delle classifiche universitarie è quanto mai florida. Esiste ad esempio il rapporto di PayScale sui college i cui neo-laureati guadagnano di più (classifica dominata dagli atenei di impianto scientifico e ingegneristico, con l’Harvey Mudd College in California al primo posto, seguito da Caltech e Mit). E ancora quello della casa editrice Kiplinger sulle università pubbliche che offrono l’istruzione migliore relativamente al prezzo (è in testa University of North Carolina, Chapel Hill). Quest’anno, TheUpshot, un’iniziativa del New York Times, ha calcolato anche un ranking delle università che presentano maggiore diversità economica in fatto di studenti (vince il Vassar College nello stato di New York).

“La maggior parte della gente vuole ottenere una laurea non soltanto per poi fare più soldi possibili – osserva Nelson – Certo, tutti devono guadagnarsi da vivere, ma si va all’università per trovare la propria vocazione, per capire cosa può renderci felici e al contempo come possiamo contribuire a rendere il mondo migliore, per imparare a decidere della propria vita in maniera intelligente e libera”. Scegliere l’ateneo giusto è quindi molto importante e richiede tempo e impegno. Nelson incoraggia chi può a visitare le università che più interessano, e suggerisce a tutti di leggere il più possibile in proposito e di contattare via email o social network sia gli studenti in corso, sia chi si è già laureato. “La cosa fondamentale è che studenti e famiglie ricevano informazioni accurate – conclude Nelson – Se poi vogliono divertirsi con i ranking ben venga, ma questi non devono sostituire una investigazione seria sulla qualità complessiva dell’esperienza universitaria”.

Pubblicato originariamente su IlBo

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