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La gara per il drone europeo è cominciata

agosto 21, 2014
 
La gara per il drone europeo è cominciata

BAE Systems, britannica, e Dassault, francese investono pesante per rincorrere Usa e Israele. Italia e Germania vorrebbero un programma europeo. Nei prossimi dieci anni si tratterà di un mercato, civile e militare, da 67 miliardi di dollari

Bruxelles – In occasione della fiera aeronautica di Farnborough a metà luglio, i governi inglese e francese hanno firmato un accordo per lo sviluppo congiunto di un drone da combattimento UCAV (unmanned combat air vehicles), un caccia di nuova generazione pilotato a distanza. L’iniziale studio di fattibilità, dal costo di oltre 150 milioni di euro, sarà guidato dai giganti BAE Systems, britannica, e Dassault, francese, che stanno già lavorando separatamente a due prototipi, il Taranis e il Neuron. Alla firma dell’accordo, il ministro della Difesa francese Jean-Yves le Drian ha dichiarato che la collaborazione rappresenta “un’opportunità storica per la Francia e il Regno Unito di dare forma e sostenere nel lungo periodo un’industria nazionale dei velivoli da combattimento forte e innovativa”. Per molti esperti, si tratta di una mossa quanto mai necessaria se i paesi europei vogliono rendersi finalmente indipendenti dai due leader del settore, Stati Uniti e Israele, da cui acquistano i modelli in uso oggi, per lo più a fini di sorveglianza, come i Reaper e Predator americani e l’Hermes israeliano.

Esclusa dalla partnership franco-inglese, Airbus, che sta lavorando a un proprio prototipo, il Barracuda, ha subito protestato che, invece di iniziative nazionali o bilaterali, c’è bisogno oggi di un vero e proprio programma europeo. “Sono convinto che un paese da solo non possa farcela, nemmeno queste due nazioni assieme – ha dichiarato Domingo Ureña-Raso, capo della divisione militare dell’azienda — Siamo di fronte a una sfida europea, a come sapremo unire i nostri sforzi, bilanci e impegni”.

Non c’è dubbio che, per il momento, il mercato europeo dei droni sia piuttosto frammentato. E l’Agenzia europea per la difesa (EDA) non è coinvolta sul versante degli apparecchi da combattimento, anche perché ha funzioni e un budget (di poco più di 30 milioni di euro l’anno) pensati per il coordinamento dei programmi nazionali e non per fare da apripista su progetti dispendiosi e complessi come quelli (il Taranis è già costato oltre 230 milioni di euro). È invece attiva sul fronte dell’armonizzazione degli standard per i droni da sorveglianza. “Stiamo cercando di risolvere alcuni ostacoli tecnologici e normativi per permettere ai RPAS (remotely air piloted air systems) di sorvolare il territorio europeo in spazio aereo non segregato (quello aperto all’aviazione civile)”, dice a Pagina99 un funzionario dell’Agenzia. L’EDA sta anche lavorando con alcuni stati membri allo sviluppo di un nuovo sistema sempre da sorveglianza, i cosiddetti MALE (Medium altitude long endurance).

Di ragioni per incrementare la cooperazione europea in fatto di droni ce n’è più d’una. “Ad esempio ottenere una capacità difensiva idonea ai sistemi nazionali per la comunicazione e la raccolta di intelligence, cosa più difficile quando si comprano modelli prefabbricati all’estero – dice il funzionario dell’EDA – E ancora progettare un sistema che risponda ai requisiti europei di sicurezza, oltre naturalmente a consolidare le competenze di questa industria europea e a rafforzare la nostra competitività in un settore in crescita”.

Anche il comparto dei droni armati è piuttosto florido. La BBC cita dati della società di ricerca e consulenza IHS secondo cui si sta espandendo del 5% l’anno, tasso destinato a durare per il prossimo decennio. Complessivamente, si stima che questo mercato si aggirerà, tra il 2014 e il 2023, sui 67 miliardi di euro.

Ci sono però impedimenti maggiori, di natura strategica, commerciale e logistica, alla cooperazione europea in questo senso. “Dopo l’accordo franco-inglese, la questione è come si muoveranno Germania e Italia, che sono gli altri due paesi europei che hanno un’industria aerospaziale sia di dimensioni che con competenze tecnologiche avanzate – dice a Pagina99 Andrea Gilli, Visiting Scholar presso Columbia University a New York e ricercatore presso l’European University Institute di Fiesole — Il problema è che l’Italia ha risorse finanziarie limitate quindi non può procedere da sola, mentre la Germania ha delle forti resistenze interne di natura legale, morale e politica”.

Se Italia e Germania sarebbero quindi interessate a un programma portato avanti a livello europeo, Francia e Inghilterra per il momento hanno preso una direzione differente, per vari motivi. Innanzitutto, il mercato dei droni armati, per quanto in crescita, è comunque circoscritto, quindi a fronte di potenziali vendite di numero limitato, il vantaggio che queste trarrebbero dall’aprire la propria partnership a una maggiore partecipazione è marginale. “Negli anni ’70, Inghilterra, Germania e Italia cooperarono alla produzione di quasi un migliaio di aerei da combattimento Tornado. Unendo i loro ordinativi, condivisero le spese iniziali e aumentarono le economie di scala, così da ottenere minori costi unitari – dice Gilli – Nel caso degli UCAV, si parla nel caso migliore di un centinaio di unità per tutti i 28 Paesi Europei. La logica delle economie di scala si applica quindi in maniera minore e le complicazioni derivanti da larghe cooperazioni internazionali potrebbero comprometterne il senso economico”.

Esiste poi forse anche un po’ di stanchezza, da parte di Francia e Inghilterra, rispetto al fare sempre da traino in Europa su questioni militari e di Difesa. Quando si tratta di mandare contingenti di soldati in zone di guerra, ad esempio, l’Italia e la Germania sono tendenzialmente restie. E questo rende Londra e Parigi meno disposte a intraprendere forme di cooperazione industriale con esse, dato che ne ricevono poco o niente in cambio.

Da un punto di vista politico e di immagine, l’incapacità dell’Unione Europea di procedere all’unisono sui droni è emblematica delle profonde divisioni al suo interno. Dal punto di vista pratico, però, insistere troppo sulla cooperazione quando non ce ne sono le basi può essere inutile se non addirittura dannoso. “Ogni iniziativa militare comune, in Europa, deve soddisfare due esigenze differenti: il valore politico e simbolico e i bisogni operativi – conclude Gilli — Quando la bilancia pende troppo da una delle due parti, i programmi sono necessariamente a rischio. Senza l’appoggio politico, è difficile assicurare il sostegno necessario al completamento del progetto. Senza un valore operativo chiaro, le iniziative finiscono per essere di scarsa utilità e potenzialmente uno spreco di soldi”.

Pubblicato originariamente su Pagina99

– See more at: http://www.pagina99.it/news/economia/6695/La-gara-per-il-drone-europeo.html#sthash.2rucZi94.dpuf

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