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A che punto è la discussione sul TTIP, il trattato di libero scambio Europa-Usa

luglio 18, 2014

Bruxelles – Stipati in quattro aule anonime di un istituto di formazione per i dirigenti aziendali, centinaia di rappresentanti europei e americani della società civile, dei sindacati e delle lobby si sono riuniti a Bruxelles mercoledì per far sentire la propria voce in fatto di liberalizzazione dei mercati. Nella capitale europea questa settimana non si discute infatti solo della nomina del nuovo capo della Politica estera e di sicurezza comune (PESC) o delle sanzioni sulla Russia. Si tiene anche il sesto round dei negoziati tra Ue e Stati Uniti sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP), un accordo di libero scambio molto ambizioso e complesso che, se approvato, avrebbe davvero proporzioni storiche.

I funzionari della Direzione generale per il commercio della Ue e del Office of the United States Trade Representative, come ormai tradizione di queste trattative che si alternano a intervalli regolari tra Bruxelles e Washington, hanno quindi ascoltato per circa tre ore le tante istanze presentate da tutte le parti interessate. La discussione ha coperto le questioni più svariate — dai diritti dei lavoratori alla sicurezza alimentare, dalla protezione dell’ambiente e degli animali alle opportunità concrete che il TTIP presenta ai diversi settori dell’economia, persino quello del drenaggio dei corsi d’acqua – una gamma emblematica dell’enormità di aree di competenza dell’eventuale accordo.

“La protezione dei consumatori deve venire prima di tutto”, ha dichiarato Camille Perrin, che si occupa di sicurezza e qualità alimentare per la Organizzazione Europea dei Consumatori (BEUC). “I nostri leader, i nostri iscritti e le loro famiglie sono molto preoccupati della possibile privatizzazione dei servizi del settore pubblico, come l’istruzione, la sanità, l’acqua”, ha detto  invece Michael Dolan, che a Washington fa lobbying al Congresso per conto del sindacato americano dei Teamsters.

Oggi, paiono essere tre in particolare i punti di frizione tra Unione Europea e Stati Uniti: i servizi finanziari, la protezione dei dati e la privacy nell’era digitale, e la Denominazione di origine protetta (DOP) degli alimenti. I primi sono stati esclusi dai negoziati per decisione di Washington, la quale ha paura che un’eventuale armonizzazione degli standard normativi americani ed europei significherebbe l’allentamento delle più stringenti regole sul settore finanziario imposte negli Stati Uniti con la riforma Dodd-Frank. Le seconde sono invece diventate l’oggetto della discordia soprattutto a partire dallo scandalo Nsa. “Il rispetto della privacy e dei dati è impossibile negli Stati Uniti”, ha dichiarato Ton Siedsma di Bits of Freedom, un’organizzazione olandese che si batte in difesa dei diritti digitali. “Ogni giorno vediamo un altro esempio di come gli Stati Uniti sfruttino i nostri dati, ad esempio a fine di spionaggio”.

Nonostante lo stallo su questi due fronti, rimane comunque un certo interesse a cooperare da parte dei due blocchi, e quindi non è detto che non si torni a discuterne in futuro o che si raggiungano compromessi paralleli. “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea rappresentano quasi il 75% di tutte le transazioni finanziarie globali, quindi hanno molto da guadagnare da una risposta comune alla crisi finanziaria e dal dare forma assieme a nuove riforme – dice a Pagina99 Garrett Workman, Direttore associato per il Global Business & l’Economia presso l’Atlantic Council di Washington – Per quanto riguarda la protezione di dati, il Dipartimento della Giustizia americano e la Commissione europea lavorano a un diverso accordo [il data protection umbrella agreement]. Certo, è chiaro che il Parlamento europeo in particolare non ratificherà il TTIP senza che sciolga anche questo nodo”.

Infine, la questione dell’etichetta DOP vede Italia, Francia e Grecia in prima linea a cercare di proteggere i propri prodotti tipici, in particolare il formaggio, e gli Stati Uniti che invece temono che alle proprie aziende possa essere proibito di utilizzare nomi, come ad esempio Feta o Parmesan, già entrati nell’uso comune anche in America. “I formaggi DOP hanno un rapporto forte con una particolare area geografica e chi li compra sa non solo da dove vengono esattamente ma anche come sono stati prodotti, nel rispetto di tradizioni centenarie”, ha spiegato ai negoziatori europei e americani Valery Eliséeff dell’associazione francese Conseil National des Appellations d’Origine Laitières. “È importante quindi che il TTIP includa le informazioni di provenienza geografica e le garanzie che esse danno al consumatore”.

Tantissima carne al fuoco, insomma, e un’ulteriore apprensione da parte di alcuni politici e rappresentanti della società civile europea per la segretezza con cui Bruxelles e Washington stanno portando avanti i negoziati. “Temi cruciali sono discussi dietro porte chiuse […] per diluire il progetto europeo in un grande mercato transatlantico”, ha dichiarato Yannick Jadot, eurodeputato francese per i Verdi, durante un’udienza sul tema al Parlamento di Strasburgo martedì, cui ha partecipato anche il Commissario per il Commercio Karel De Gucht, direttamente incaricato delle trattative sul TTIP. A questo riguardo, però, una buona notizia è arrivata il 3 luglio scorso da una sentenza della Corte Europea di Giustizia sul trasferimento di dati bancari, che in pratica limita i poteri del Consiglio dei ministri di secretare atti pubblici relativi alle sue attività internazionali e che potrebbe indirettamente forzare la mano anche alla Commissione, obbligandola a rendere i negoziati sul TTIP più trasparenti. Per Workman dell’Atlantic Council, le cose in realtà non stanno poi così male. “Il TTIP è la prima trattativa di questo genere seguita da pubblico e stampa da cosi vicino e penso sia anche storicamente molto trasparente – dice a Pagina99 – Non si possono negoziare accordi completamente allo scoperto, giacché nessuno vuole svelare completamente la propria mano alla controparte, ma date queste limitazioni, penso che Stati Uniti ed Europa abbiano fatto un lavoro ammirevole fin qui”.

Paradossalmente, la minaccia più grossa ai negoziati sul TTIP arriva ora non tanto dalle parti sociali preoccupate che l’accordo di libero scambio eroda i diritti degli individui a favore delle grandi aziende, ma dal clima politico. Su entrambe le sponde dell’Atlantico– qui con l’ondata di euroscetticismo che sta attraversando il continente e dato il risultato delle recenti elezioni per il Parlamento europeo e lì con il probabile trionfo repubblicano nelle elezioni americane di medio-termine previste per novembre — si sta facendo sempre più introspettivo e sempre meno interessato alle questioni internazionali.

Pubblicato originariamente su Pagina99

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