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Fuga verso gli Usa, i bambini migranti centroamericani scappano dalla violenza

luglio 3, 2014

Stati Uniti – Obama rinuncia alla riforme dell’immigrazione e accusa i repubblicani. “Il fenomeno dei bambini senza documenti è una crisi umanitaria, non si può trattare come se fosse immigrazione” dice a pagina99 Tiffany Nelms, direttore del U.S. Committee for Refugees and Immigrants

Washington – Sebastian ha dieci anni ed è arrivato negli Stati Uniti dall’Honduras da solo e senza documenti, dopo un viaggio terrificante attraverso l’America centrale, due settimane passate in automobili e su autobus vari assieme a un gruppo di sconosciuti, anch’essi in fuga da chissà quali disgrazie, nelle mani di trafficanti rapaci che, a ogni frontiera superata, non esitavano a chiedere ai clandestini e alle loro famiglie ancora un altro pagamento. “La ragione principale per cui questi ragazzi scappano dai loro Paesi è che la violenza si sta intensificando sempre più, siamo ormai all’anarchia più totale – dice a pagina99 Tiffany Nelms, Direttore Associato presso il U.S. Committee for Refugees and Immigrants – Tanti dei minori con cui lavoriamo ci dicono che avevano smesso di andare a scuola perché era troppo pericoloso e che vedevano i membri delle loro comunità regolarmente assassinati.” Le organizzazioni criminali impazzano ad esempio per il 40% del territorio dell’Honduras e sempre più prendono di mira a fini estortivi anche la classe media.

È questo il caso di Sebastian, di cui Nelms racconta la storia dopo avergli cambiato il nome per proteggerne sicurezza e privacy. Un bel giorno di qualche tempo fa, Sebastian tornò a casa da scuola e trovò i corpi insanguinati del padre e del fratello, uccisi dai proiettili di uno dei gruppi criminali che dominavano il quartiere, cui la famiglia aveva recentemente smesso di pagare il pizzo dopo che questo era aumentato oltre i 100 dollari al mese versati ormai da anni. Con la madre nella morsa di un grave esaurimento nervoso, una nonna ultra-settantenne con pochi soldi e ancor meno salute, terrorizzato per la propria vita, Sebastian fu indirizzato dai parenti verso l’unica via d’uscita a disposizione, una cugina di secondo grado che vive negli Stati Uniti ed era disposta ad accoglierlo.

Le esperienze come quella di Sebastian esistono da sempre, ma negli ultimi mesi si è registrata una vera e propria impennata nel numero di minori che lasciano le proprie famiglie nell’America centrale, oltre all’Honduras anche El Salvador e Guatemala, e intraprendono lunghi viaggi da soli per tentare di entrare illegalmente negli Stati Uniti. Un rapporto pubblicato il novembre scorso della Conferenza Americana dei Vescovi Cattolici stimava che, tra il 2004 e il 2011, le autorità statunitensi hanno detenuto in media 6.600 bambini e ragazzi stranieri non accompagnati all’anno. Il numero è improvvisamente raddoppiato nell’anno fiscale 2012 (che va da ottobre a settembre) e ha toccato quota 24.000 in quello successivo. Si stima ora che da ottobre 2013 già 50.000 minori abbiano varcato il confine in maniera irregolare, un numero che potrebbe toccare quota 90.000 entro l’autunno.

Le condizioni in cui si trovano questi minori sono senz’altro all’origine del loro tentativo disperato di raggiungere parenti lontani in America. Pare però che nell’ultimo periodo l’effetto sia stato amplificato dalle dicerie, diffuse anche dai trafficanti che sperano di approfittarsene finanziariamente, secondo cui gli Stati Uniti offrirebbero automaticamente l’asilo politico o una qualche forma di permesso di soggiorno agli immigrati irregolari che hanno meno di 18 anni. Promesse per altro quanto mai false. I governi statunitense e messicano, ad esempio, hanno un accordo che prevede che i clandestini minorenni vengano automaticamente e immediatamente rimandati a casa, accordo che però per il momento non si applica ai paesi del Centro America.

Fatto sta che l’emergenza minori rappresenta una nuova difficile sfida in fatto di immigrazione per l’Amministrazione Obama, giacché arriva in coda a una serie di decisioni prese unilateralmente dal presidente per rallentare il flusso di deportazioni dei cosiddetti “dreamer”,  quei giovani immigrati non in regola portati qui dai genitori quando erano appena bambini ma nel Paese ormai da anni. Proprio negli ultimi giorni, inoltre, è svanita completamente la possibilità di un accordo tra democratici e repubblicani su una riforma complessiva delle norme che regolano l’immigrazione. Il Presidente della Camera, il repubblicano John Boehner, ha riferito a Obama la settimana scorsa che non chiederà ai colleghi deputati, fino almeno all’inizio dell’anno prossimo, di esprimersi sul pacchetto di riforma approvato dal Senato nel 2013. La Casa Bianca, insomma, ha le mani legate e promette quindi di continuare, laddove possibile, ad agire indipendentemente dal Congresso. “Prendo la via degli ordini esecutivi solo quando abbiamo un problema serio e il Congresso sceglie di non fare nulla in proposito – ha dichiarato il presidente martedì in un discorso dalla Casa Bianca – L’incapacità dei repubblicani alla Camera di passare una cavolo di legge è nociva alla nostra sicurezza, alla nostra economia e al nostro futuro”.

Per disincentivare in particolare il nuovo flusso migratorio dei minorenni, Obama sembra pronto a dare un giro di vita. Ha già richiesto 2 miliardi di dollari al Congresso per rafforzare i controlli al confine tra il Messico e il Texas e accelerare le deportazioni dei minori che arrivano negli Stati Uniti da soli. “Il nostro messaggio è assolutamente di non mandare qui i vostri bambini non accompagnati – aveva dichiarato il presidente domenica durante un’intervista televisiva con il network ABC – Noi siamo tenuti a occuparcene solo fino a che la legge ci permette di mandarli indietro […]”.

Per chi lavora a stretto contatto con gli immigrati minorenni e si preoccupa del loro futuro, l’approccio dovrebbe invece essere un altro. “Consideriamo questa una crisi umanitaria, non una questione di immigrazione – dice Nelms – Ci rendiamo conto che non tutti i bambini centro-americani possono trasferirsi negli Stati Uniti ma è necessario che quelli che arrivano qui abbiano accesso al sistema giudiziario, in modo che se hanno le carte in regola per restare, possano usufruirne”. Secondo stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fino al 60% dei minori in questione potrebbe avere diritto alle protezioni disponibili ai rifugiati.

Tanto più che, dopo che si sono sistemati con i parenti e integrati a scuola, questi ragazzi cominciano a prosperare. “Hanno un passato davvero tragico, lavoro nei servizi sociali da dodici anni e alcune delle storie che raccontano non riuscirei a inventarle nei miei incubi peggiori – conclude Nelms con la voce rotta dalla commozione – È davvero incredibile vederli fare così bene una volta arrivati qui”.

Quanto a Sebastian, dopo due notti passate a girovagare per il deserto, il suo gruppo di clandestini fu catturato dalle autorità americane, e lui trasferito immediatamente in un centro per immigrati bambini. Dato in custodia alla cugina qualche mese più tardi, ha appena finito la scuola elementare e, grazie al lavoro degli avvocati della famiglia, ha ottenuto di poter rimanere negli Stati Uniti legalmente.

Pubblicato originariamente su Pagina99

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