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Cosa dovrebbero fare gli Usa in Iraq. Intervista con Barry Posen del Mit

giugno 20, 2014

WASHINGTON – Durante una testimonianza di fronte al Senato di Washington, il Generale Martin Dempsey, capo dello stato maggiore congiunto americano, ha rivelato di aver ricevuto una richiesta ufficiale da parte del governo di Baghdad affinché gli Stati Uniti offrano copertura e sostegno aerei all’esercito iracheno oggi impegnato su più fronti per contenere l’offensiva dei combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ex baathisti e tribù sunnite. Pagina99 discute della intensificazione della violenza in Iraq, e delle responsabilità americane in proposito, con Barry R. Posen, professore di Scienze Politiche presso il Massachusetts Institute of Technology, di cui dirige il programma di studi sulla Sicurezza – il suo ultimo libro è Restraint, dove argomenta l’idea di ridimensionare il ruolo militare americano.

Quali sono i fattori principali che hanno portato alla situazione attuale in Iraq, in particolare da quando le truppe americane hanno lasciato il Paese a fine 2011?
Chi ha prestato attenzione all’Iraq negli ultimi due, tre anni, anche solo distrattamente, sa che la situazione va deteriorando da tempo. È comune collegare la crisi in Iraq a quella siriana ma penso che molto di quello che sta avvenendo abbia a che fare solo con l’Iraq. Una volta partiti gli ultimi soldati americani, il Primo Ministro Nouri al Maliki ha fatto poco per consolidare il tenue sostegno ricevuto dagli arabi sunniti. Piuttosto, Maliki ha preso decisioni che ne hanno provocato l’ostilità. Le difficoltà del governo di Maliki nel controllare l’Iraq sono aumentate nell’ultimo anno, anno e mezzo. In questo senso, la Siria può aver contribuito giacché le forze islamiste si sono rafforzate e hanno trovato in quel paese una base operativa da cui agire con maggiore decisione anche in Iraq. Ma le ragioni della caduta di Mosul vanno ricercate nell’assoluta incompetenza del governo di Maliki e del suo esercito.

(un sospetto membro dell’ISIL catturato da peshmerga curdi – Reuters)

Quali le responsabilità dell’amministrazione Obama?
I repubblicani, e anche qualche democratico, che hanno sostenuto la guerra in Iraq, sostengono che se solo il Presidente fosse stato più energetico e deciso, avrebbe potuto convincere gli iracheni a firmare un accordo che gli consentisse di mantenere truppe in Iraq anche dopo il 2011. Chi conosce la situazione politica irachena sa che non c’era alcuna speranza di convincere Maliki, perché non c’erano i voti in parlamento. La presenza permanente di soldati statunitensi era una questione nevralgica, un punto d’onore, per gli iracheni.

Mettiamo in teoria che invece un accordo di qualche genere si fosse raggiunto. Avrebbe fatto la differenza?
Anche se si fosse trovato un compromesso, sarebbe stato su un numero di soldati talmente basso che non riesco immaginare che avrebbero potuto fare più di tanto, in particolare a fronte del rifiuto di Maliki di coinvolgere i sunniti. Gli americani non sono stati capaci di spingerlo in questa direzione nemmeno quando avevano decine di migliaia di truppe in Iraq, come si può pensare che ci sarebbero riusciti con qualche migliaio di soldati?

Quando in particolare sono cominciate ad andare male le cose?
Il peccato originale è stata l’invasione americana dell’Iraq, che fu inutile e male organizzata. Il secondo peccato originale risale all’estate del 2003, quando era ormai chiaro a chiunque avesse un cervello che si era formata un’insorgenza in Iraq. Il governo americano continuò a negare l’evidenza quando invece avrebbe dovuto cercare qualcuno, chiunque, a cui passare la responsabilità dell’Iraq. Le Nazioni Unite si offrirono di aiutare ma gli Stati Uniti hanno insisto per rimanere al comando della situazione. Avremmo dovuto cercare il sostegno di qualsiasi organizzazione internazionale sufficientemente folle da volere un pezzo dell’Iraq, anche i boy scout, chiunque.

La “surge” del 2007 è servita?
Devo ammettere che è andata meglio di quanto avessi previsto. Il problema però è stato nel identificarne gli obiettivi. L’Amministrazione Bush si intestardì sull’idea di voler creare un Iraq unito, una democrazia multietnica. Tanti esperti avvertirono che questo non sarebbe stato possibile data la situazione sul campo.

Quale avrebbe potuto essere un obiettivo più ragionevole?
Organizzare una partizione del Paese più dolce e meno violenta, senza dividerlo ufficialmente in tre nazioni differenti. Avremmo dovuto convincere i sunniti ad accettare uno status simile a quello voluto dai curdi, che ora è sancito dalla Costituzione, e convincere gli sciiti a concederglielo. Avresti avuto quindi un paese chiamato Iraq con tre repubbliche semi-autonome al suo interno. Non penso che sarebbe stato così difficile da organizzare. La questione più contenziosa erano i soldi provenienti dal petrolio. Avremmo potuto creare una fiduciaria che collezionasse tutti i profitti della vendita del petrolio e che li distribuisse tra le tre regioni autonome. Ma non ci fu alcuna creatività allora, solo i sogni ideologici dei neo-conservatori, che ancora cercavano di inseguire questa chimera di una grande vittoria in Iraq. Neo-conservatori che oggi naturalmente sono tornati tutti in televisione, a cercare di convincerci a fare marcia indietro e a rientrare in quella guerra, perché ci siamo divertiti tanto.

(Peshmerga curdi in combattimento – Reuters)

Cosa fare quindi oggi?
Penso che si debba guardare al problema iracheno da zero, come se non avessimo mai avuto a che fare con il Paese. Sta esplodendo una nuova guerra civile e la domanda che dobbiamo porci è se ha senso che gli Stati Uniti impieghino la propria forza militare per difendere interessi strategici. E penso che la risposta sia no.

Quali sono secondo lei gli interessi americani in Iraq oggi?
Se andiamo oltre le dichiarazioni più ideologiche, direi che l’interesse strategico americano sta nella minaccia, ipotetica, posta alla sicurezza dei cittadini americani negli Stati Uniti e nel mondo dal fatto che gli estremisti islamici abbiano una nuova area in Iraq in cui organizzarsi, addestrarsi, e preparare attacchi altrove. Ma anche se siamo ritenessiamo plausibile quest’ipotesi, dobbiamo chiederci anche quanto è probabile che questo problema emerga in Iraq piuttosto che altrove. Non per minimizzare, ma ci sono tanti posti in giro per il mondo che sono instabili, che hanno gruppi di estremisti armati e addestrati. Gli Stati Uniti li sorvegliano e di tanto in tanto uccidono quelli più pericolosi. Dopo il 2001 abbiamo fatto tanto per rendergli difficile approdare in America.

La stessa strategia può essere applicata anche all’Iraq?
Non penso che sia un bene che questa gente abbia ancora un’altra base, ma anche in questo caso è una minaccia che può essere gestita dall’esterno, controllando le attività di ISIL, eliminandone gli attori più pericolosi. Tra l’altro, nessuno dei paesi confinanti è particolarmente contento della situazione, quindi non avranno molti alleati. ISIL ha ambizioni enormi e finirà per inimicarsi tutti i vicini, anche gli arabi sunniti che in questo momento vivono sotto il loro controllo.

In pratica, questo cosa significa?
Se guardiamo a cosa sta succedendo ora in Iraq, vediamo che non c’è solo ISIL dietro a questa offensiva. Ci sono altri movimenti indigeni islamici e forze politiche che combattono al suo fianco. E così come ISIL, anche questi altri gruppi si stanno rafforzando. Secondo me ci sono buone possibilità che a un certo punto comincino a litigare tra loro. Dobbiamo essere intelligenti e aspettare di approfittare di questa eventuale rottura. Insomma, si possono fare tante cose oltre a mandare la cavalleria ad assistere il governo iracheno.

Qual’è il pericolo maggiore di un intervento americano?
Le forze del governo iracheno diventano sempre più omogeneamente sciite, quindi il sostegno diretto da parte degli Stati Uniti apparirebbe come un attacco contro i sunniti, convincendoli a rimanere uniti in Iraq e in Siria sotto il controllo di ISIS. Noi invece vogliamo dividerli e il modo migliore di fare ciò è di attendere.

E se dovesse cadere Baghdad?
Innanzitutto non penso che questo succederà, visto che il governo ha soldi e armamenti e le unità dell’esercito che sorvegliano la capitale sono più solide di quelle nelle zone sunnite. Se dovesse succedere, certo sarebbe un colpo per il prestigio degli Stati Uniti. Ma questa non mi pare una ragione sufficiente a intervenire. Se poi qualcuno mi dicesse che un po’ di intelligence americana e magari qualche modesto attacco di droni contro ISIS potrebbe aiutare a riportare la situazione sotto controllo a costi minori, anche se non ne sarei necessariamente un sostenitore, potrei lasciarmi convincere. Ma la chiave è agire in maniera cauta. La cosa che assolutamente non volgiamo fare è fornire molto sostegno militare al governo di Maliki, perché a questo punto significherebbe allinearsi con gli sciiti, il che significa apporre un bersaglio sulla fronte degli Stati Uniti, ottenendo il risultato che stiamo cercando di evitare, ovvero convincendo i jihadisti sunniti a guardare all’America come al loro nemico numero uno.

Pubblicato originariamente su Pagina99

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