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Obama parla a un’America diseguale. E promette di agire.

gennaio 30, 2014
Washington – Le diseguaglianze aumentano e il mio lavoro è quello di non stare fermo a guardare. Se il Congresso non agirà “ovunque io ne colga l’opportunità, prenderò decisioni autonome”. Nel quinto discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato nell’atmosfera ovattata di una Washington gelida e innevata, il presidente americano Barack Obama ha offerto una diagnosi accorta delle condizioni di salute in cui versano gli Stati Uniti. E promesso di fare qualcosa per migliorarle, anche in autonomia dal Congresso. Ma, per quanto lucida, l’analisi delle diseguaglianze, rischia di non avere un seguito se non per le cose limitate che il presidente è in grado di fare in autonomia. Con un tasso di approvazione ai minimi storici, l’opinione pubblica che dice di aver più fiducia nei repubblicani che nei democratici rispetto alla gestione dell’economia, la maggioranza repubblicana alla Camera pronta a tutto pur di fermare l’agenda della Casa Bianca e le elezioni di medio termine sempre più vicine, Obama ha le mani quasi legate. E si trova quindi a camminare sul filo del rasoio, costretto a portare avanti la conversazione con un Congresso riottoso e, simultaneamente, desideroso di mostrare agli americani che ha ancora il potere di influenzare le cose, anche unilateralmente.Il presidente democratico ha difeso con energia i risultati ottenuti dalle sue amministrazioni: un discorso i cui punti chiave riappariranno senz’altro negli interventi dei democratici candidati nel voto di novembre. Dopo tutto, alla fine dell’anno scorso il tasso di disoccupazione è finalmente sceso sotto il 7% per la prima volta da fine 2008 e i prezzi delle case sono cresciuti del 13,7% sul 2012. E l’obiettivo dell’indipendenza energetica è a portata di mano, tre milioni di cittadini hanno sottoscritto nuove polizze sanitarie grazie a Obamacare, e persino il deficit pubblico è stato dimezzato. “Dopo cinque anni di impegno tenace e determinato – ha detto Obama – gli Stati Uniti sono meglio posizionati per affrontare il 21mo secolo di qualsiasi altra nazione al mondo”.

Eppure, questo il nucleo del discorso, l’economia americana resta piena di squilibri e la ripresa non è garantita. “I profitti delle corporation e i prezzi delle azioni sono raramente stati più alti e gli americani al top non sono mai stati meglio – ha notato Obama – Ma i salari medi sono fermi. La diseguaglianze sono aumentate. La mobilità economica si è arrestata”.

In un discorso centrato tutto su una ripresa che premia imprenditori e finanzieri ma non i lavoratori, Obama ha promesso “un anno di azione” che crei nuove “opportunità per tutti” e restituisca al Paese intero, non solo l’1% al top, la convinzione intrinsecamente americana che “chiunque lavora duro e si prende le proprie responsabilità, può farcela nella vita.”

Obama ha comunque teso una mano a rappresentanti e senatori, nella speranza di far progredire il dibattito in corso su una serie di questioni che necessitano l’azione del Congresso, come la riforma dell’immigrazione e quella del sistema fiscale, il rinnovo dei sussidi di disoccupazione e la decisione di effettuare nuovi investimenti in infrastrutture, ricerca e istruzione. “La sfida per tutti coloro che sono seduti qui […] è se sapremo o meno dare il nostro contributo”, ha dichiarato Obama invitando i colleghi repubblicani a sedersi al tavolo dei negoziati.

La verità è che, esclusa forse una nuova normativa sull’immigrazione, queste idee hanno poche chance di diventare legge. Nel discorso sullo Stato dell’Unione dell’anno scorso, il presidente aveva chiesto al Congresso di attivarsi su 41 proposte di legge. E’ passato un anno, il Congresso ne ha approvate tre.

Dopo cinque anni alla Casa Bianca, tre dei quali con la Camera in mano all’opposizione, Obama ha capito di aver ben poca influenza sul regolare processo legislativo, per questo si è impegnato ad affidarsi ai poteri della presidenza, utilizzando ordini esecutivi, ovvero decreti legge che non hanno bisogno del vaglio del Congresso, per attuare misure volte a rafforzare la classe media, a formare i giovani e a proteggere l’ambiente.

Tra quelli annunciati durante l’intervento al Congresso in seduta plenaria, il provvedimento più rilevante è l’aumento del salario orario minimo, dai 7,25 dollari attuali a 10,10, per i dipendenti di aziende titolari di contratti governativi. Obama ha rivelato anche di aver raggiunto un accordo con alcune grandi corporation per eliminare ogni forma di discriminazione, durante il processo di assunzione, contro chi è disoccupato da più di sei mesi. Il presidente ha parlato poi di un nuovo regime pensionistico per i lavoratori a inizio carriera i cui datori di lavoro non offrono l’accesso ai tradizionali fondi di investimento 401K, di incentivi per rendere i camion più efficienti dal punto di vista del consumo energetico, e della creazione di sei nuovi “istituti manifatturieri” sulla scia di quelli annunciati un paio di settimane fa in North Carolina e Ohio, ovvero consorzi industriali che nascono dalla collaborazione di governo e settore privato e mirano a creare nuovi posti di lavoro che abbiano futuro.

Una lista lunga, ma relativamente poco ambiziosa rispetto alle proposte fatte in passato. L’aumento del salario minimo orario ordinato da Obama, ad esempio, entrerà in vigore solo nel 2015, si applicherà esclusivamente alla firma di nuovi contratti di appalto, o al rinnovo di contratti esistenti, e interesserà al massimo un paio di centinaia di migliaia di lavoratori. L’accordo con le aziende per proteggere i disoccupati di lungo periodo, poi, è esclusivamente su base volontaria. Anche gli istituti manifatturieri, per quanto considerati una buona idea dagli esperti, difficilmente avranno un impatto percepibile sull’economia.

Sulla scia di un annus horribilis, durante cui l’agenda legislativa di Obama è stata deragliata non solo dalla solita opposizione repubblicana ma anche dalle rivelazioni sulle attività di spionaggio elettronico della National Security Agency (NSA) e dal lancio disastroso della riforma sanitaria, questo discorso sullo Stato dell’Unione va visto come un tentativo non tanto di cambiare realmente le cose, ma piuttosto di apparire ancora rilevante agli occhi della nazione. Soprattutto in un anno elettorale in cui i democratici rischiano non solo di non riconquistare la maggioranza alla Camera, ma di perdere quella al Senato, fatto che renderebbe gli ultimi due anni dell’Amministrazione Obama ancora meno fecondi di quanto non siano stati il 2012 e il 2013.

Il presidente ha chiuso parlando di politica estera, l’ambito in cui da Comandante in Capo ha più spazio per prendere decisioni anche indipendentemente dal Congresso e per plasmare quella che sarà la sua eredità politica una volta lasciato lo studio ovale. L’annuncio chiave della serata è stato che Obama ha intenzione di apporre il proprio veto a nuove sanzioni sull’Iran che il Congresso sta pensando di autorizzare, ma che l’amministrazione teme possano minare l’accordo sul nucleare raggiunto con Teheran in autunno. Per il resto, Obama ha passato in rassegna l’Afghanistan, la Siria, il terrorismo internazionale e al Qaeda – senza nemmeno accennare alla Cina — ma per la verità non ha aggiunto molto a quanto già si sa, che, almeno in questo momento, gli Stati Uniti stanno facendo molta fatica a imporre la propria volontà sul resto del mondo. A un pubblico stanco dei costosi e spesso infruttuosi impegni militari oltreoceano, il presidente ha infine promesso di voler liberare il Paese “dall’assetto di guerra permanente”.

Dopo aver archiviato anche il proprio quinto discorso sullo Stato dell’Unione Obama parte oggi per un viaggio di due giorni tra Maryland, Pennsylvania, Wisconsin e Tennessee. In classico stile da campagna elettorale permanente, tornerà sui temi della disuguaglianza economica e della ripresa a due velocità, per convincere gli americani a mobilitarsi a favore delle proposte di stanotte.

Pubblicato originariamente su Pagina99

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