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L’Nsa e l’impossibile equilibrio tra diritti e sicurezza nazionale

gennaio 17, 2014

WASHINGTON – Nel corso degli ultimi sette mesi abbiamo appreso che i nostri cellulari, e-mail e persino computer disconnessi da Internet sono facile preda dell’insaziabile intelligence americana. Grazie a Edward Snowden, l’ex contractor che ha fatto trapelare migliaia di documenti segreti sui programmi di spionaggio elettronico della National Security Agency (Nsa), i cittadini di tutto il mondo sono informati sulle dimensioni di questa agenzia segretissima del governo degli Stati Uniti. Il risultato è paradossale: non solo siamo più spiati che mai, ma ne siamo anche perfettamente consapevoli. Eppure tanto rumore rischia di essere per nulla, in parte per via di vecchi calcoli politici a Washington e in parte perché le nuove tecnologie, i social media e il gran condividere di informazioni personali in rete ci hanno già anestetizzato alla progressiva perdita della privacy.
Nella capitale americana, il dibattito sul futuro dell’intelligence è quanto mai intenso e il Presidente Obama è chiamato a esprimersi in merito. Tra le altre cose, Obama dovrà dare la propria opinione della proposta di riforma della Nsa avanzata da un panel di esperti da lui convocato nell’agosto 2013. “Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio tra la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e i valori della privacy e dei diritti civili, c’è bisogno di maggiori controlli e trasparenza – dice a pagina99 Geoffrey Stone, professore di giurisprudenza presso la University of Chicago e membro della task force – Penso che il programma [di spionaggio] come è implementato oggi presenti una serie di problemi importanti, ma che adottando le nostre raccomandazioni lo si possa far tornare in linea con la Costituzione”.
Tra le quarantasei idee di riforma suggerite dal panel in un documento di oltre 300 pagine, c’è quella di concedere a un “public advocate” — un legale che difenda privacy e diritti civili degli individui coinvolti – di partecipare alle udienze del tribunale segreto preposto a autorizzare il monitoraggio delle comunicazioni. Il documento incoraggia poi il governo di Washington a rivalutare la pratica di spiare i capi di stato stranieri. “Pensiamo il trattamento dei cittadini di altri paesi sia molto importante per diverse ragioni: Innanzitutto c’è bisogno di norme internazionali sulla privacy e penso gli Stati Uniti dovrebbero esserne i primi sostenitori – dice Stone – È vero anche che se vuoi che i tuoi cittadini siano trattati bene all’estero, devi essere tu il primo a trattare bene gli stranieri”.
Le conclusioni del panel non sono rivoluzionarie, ma sono viste favorevolmente anche dai maggiori critici della NSA. “Penso che gli esperti siano partiti dalla premessa giusta – dice a Pagina99 Stephen Vladeck, professore di diritto presso American University a Washington DC – Quale che sia la soluzione, Snowden ci ha insegnato che il sistema soffre di problemi strutturali e quindi non possiamo limitarci a trattare i sintomi ma dobbiamo curare la malattia”. Tra l’altro, si moltiplicano gli studi che dimostrano che la raccolta indiscriminata di dati personali non abbia contribuito quasi per nulla alla lotta contro il terrorismo. Il più recente, a firma della New America Foundation, mette in dubbio anche l’unico caso accertato in cui il monitoraggio dei record telefonici di centinaia di milioni di americani sarebbe servito a identificare attività di natura terroristica, ovvero quello di Basaaly Moalin, un tassista di San Diego che tra il 2007 e il 2008 ha donato 8mila dollari a al-Shabaab, un gruppo somalo affiliato a al-Qaeda.
I tentativi di riforma si scontrano con un’insolita alleanza di democratici e repubblicani ostili al cambiamento. “Con tutto il parlare che si fa di polarizzazione politica, la sicurezza nazionale è un’area in cui esiste un certo sostegno bipartisan per lo status-quo – dice a Pagina99 Julian Zelizer, professore di storia alla Princeton University – Molti democratici temono di prendere decisioni che possano farli apparire deboli sulla Difesa e i repubblicani non vogliono perdere il vantaggio che hanno da sempre su questioni di sicurezza nazionale”.
È così la senatrice democratica californiana Dianne Feinstein e il senatore repubblicano dell’Alabama Jeff Sessions si trovano ora fianco a fianco a battersi contro le proposte di riforma. Ed è così che il Presidente Obama deve districarsi da una situazione scomoda. “Da un lato proviene lui stesso da un background libertario sulla privacy e i diritti civili ed è perfettamente consapevole delle obiezioni delle organizzazioni che difendono i diritti– dice Stephen Vladeck di Princeton – Dall’altro deve ascoltare le agenzie di intelligence, che gli dicono cose molto diverse sull’importanza di questi programmi”.
Difficile immaginare uno scenario in cui Obama metta tutti d’accordo. Al momento rischiano di perderci di più i propugnatori di una riforma della NSA, visto che il presidente pare volersi muovere con cautela. In ogni caso, qualsiasi pacchetto sostenuto dalla Casa Bianca dovrà passare anche il vaglio del Congresso. “Il mio timore più grande è che si facciano solo modifiche minori invece di iniziare un vero e proprio cambiamento di direzione”, dice a Pagina99 Gregory Nojeim, avvocato presso il Center for Democracy & Technology di Washington D.C.
Alla timidezza dei politici si aggiunge poi un pubblico confuso. Gli ultimi sondaggi rivelano che una netta maggioranza di americani è preoccupata che la Nsa stia violando il diritto alla privacy, ma al contempo ritiene che le rivelazioni di Snowden abbiano messo a repentaglio la sicurezza nazionale. Inoltre, il 59% di chi vorrebbe vedere una riforma del sistema è convinto che il governo non sarà in grado di fare più di tanto. “Oggi gli americani hanno poca fiducia nelle istituzioni – dice Julian Zelizer – E questo scandalo ha a che vedere con l’uso delle tecnologie, area in cui la gente non si aspetta molta privacy perché viviamo in un’epoca in cui tutto è monitorato”.
Il governo potrebbe quindi cavarsela con poco, a patto che appaia convincente agli occhi dell’opinione pubblica. Quello che è certo è che il discorso di Obama è solo l’inizio di una conversazione destinata a durare ancora a lungo, almeno fino a quando continueranno le rivelazioni del datagate.

Pubblicato originariamente su Pagina99

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