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Un’America in stato di guerra permanente

aprile 22, 2013

Da Washington

Nel pomeriggio soleggiato di lunedì 15 aprile la terra è improvvisamente tremata nei pressi del traguardo della storica maratona di Boston, quando due bombe hanno spazzato via in un attimo l’atmosfera effervescente che aveva invaso la città durante il fine settimana festivo e una nube di fumo ha oscurato il cielo limpido.

11 settembre 2001, New York.

CON LA MENTE ALL’11 SETTEMBRE. I maratoneti della quarta ora, veloci ma non come i professionisti (quelli avevano già terminato il proprio sforzo da un po’) sono stati sbattuti al suolo dalle esplosioni, incomprensibilmente ricoperti di sangue assieme al pubblico di fortunati che aveva trovato posto sugli spalti più ambiti, proprio sulla linea di arrivo. In quel momento – agguantati da unflashback che li ha riportati in un instante alla luminosa mattinata dell’11 settembre del 2001 — gli americani hanno trattenuto il fiato di fronte a un attentato terroristico — i cui responsabili e motivazioni non sono ancora stati identificati — che ha fatto tre morti e oltre 170 feriti.
UNA REAZIONE IMMEDIATA. Ma, al contrario di dodici anni fa, la vulnerabilità assoluta, la paura paralizzante, lo spaesamento totale sono durati solo un attimo e poi tutti — forze dell’ordine, personale medico, autorità governative, volontari, cittadini e i maratoneti stessi – sono scattati in posizione da combattimento reagendo all’emergenza con prontezza e efficienza.
L’AMERICA HA PERSO L’INNOCENZA. Negli Stati Uniti del 2013, poi, il ritorno alla quotidianità banale che sempre segue a qualsiasi tragedia è avvenuto quasi seduta stante, e con una calma sorprendente — a dimostrazione che il Paese ha perso la propria innocenza sotto le macerie del World Trade Center e è oggi molto più preparato, e più abituato, a gestire questo genere di emergenze senza perdere troppo la testa.

18 aprile 2013, Boston. Davanti alla Cathedral of the Holy Cross, dove il presidente Obama ha preso parte alla commemorazione per le vittime di Boston. (Stan Honda/Afp/Getty Images)

Certo, i network via cavo si sono fatti prendere dalla smania delloscoop e, mercoledì 17 aprile, hanno a lungo rincorso voci di un arresto poi rivelatesi infondate. L’ultra populista New York Post ha fatto poi il possibile per scatenare immediatamente una nuova campagna anti-Islam, additando un giovane saudita finito tra le vittime dell’attentato come possibile colpevole. Lunedì 15 aprile, infine, il giorno dell’attentato, un paio di aerei sono stati bloccati negli aeroporti di Boston e New York in seguito a movimenti sospetti. E altre simili reazioni ingiustificate. Ma la follia collettiva che diventa altamente contagiosa in simili circostanze non si è, almeno per il momento, fatta vedere.
CAUTELA E RITORNO ALLA NORMALITÀ.  Così nella capitale Washington, i lavori del Congresso sono proseguiti regolarmente questa settimana, con la presentazione del disegno di legge sull’immigrazione del Senato e la clamorosa bocciatura, sempre al Senato, della riforma del mercato delle armi. E i leader della nazione, dal Presidente Barack Obama al Presidente della Camera John Boehner, hanno invitato tutti alla cautela e, in generale, evitato di sfruttare gli eventi del giorno a fini personali e politici. I media, dal canto loro, hanno certo seguito minuto per minuto tutti gli sviluppi di Boston, ma hanno anche coperto la notizia del terremoto in Iran e soprattutto quella dell’esplosione della fabbrica di fertilizzanti vicino Waco in Texas. Le forze dell’ordine federali, infine, si sono sì immediatamente mobilizzate in direzione Massachusetts, ma in meno di un giorno hanno anche arrestato, in Mississippi, il pazzo sospettato di aver inviato lettere avvelenate al presidente e a qualche senatore.
LA GRANDE PREPARAZIONE DEGLI OSPEDALI. Ovvio, a conti fatti, l’attentato di Boston impallidisce a confronto dell’11 settembre, quando morirono 3 mila persone. Ma non c’è dubbio che la prontezza di riflessi degli Stati Uniti di fronte alla violenza di massa (non solo il terrorismo ma anche le ormai tipiche sparatorie) sia aumentata esponenzialmente nell’ultimo decennio.

Massachusetts General Hospital.

Nota giustamente Atul Gawande sul New Yorkerche nessuno dei circa 170 feriti arrivati vivi nei vari ospedali di Boston — spesso in condizioni critiche e bisognosi di interventi chirurgici d’emergenza (soprattutto amputazioni) — è poi deceduto. Si tratta, a suo modo, di un grande successo per la comunità medica di Boston, frutto anche dell’addestramento di dottori e infermieri e della riorganizzazione delle strutture ospedaliere nel post-11 settembre, senza cui, forse, le vittime dell’attentato alla maratona sarebbero state assai più numerose. Scrive sempre Gawande, egli stesso un medico a Boston, che ormai tutti gli ospedali della città hanno chirurghi con esperienza diretta nei teatri di guerra di Iraq e Afghanistan (o nella Haiti del dopo terremoto). Il Massachusetts General Hospital, considerato tra i migliori di tutti gli Stati Uniti, a un certo punto assunse addirittura dottori israeliani per ripensare i propri piani in caso di emergenza.
Altrettanto tempestiva si dice sia stato l’intervento delle forze dell’ordine locali e dei semplici cittadini, inclusi i maratoneti che passato il traguardo fatto ormai solo di distruzione hanno continuato a correre per andare a donare il sangue.

18 aprile 2013, Boston. Il discorso di Obama nella cerimonia di commemorazione per le vittime dell’attentato del 15 aprile. (Spencer Platt/Getty Images)

UNA MENTALITÀ DA GUERRA PERMANENTE. Insomma, volenti o nolenti, gli americani hanno adottato negli anni una mentalità quasi da guerra permanente, tra conflitti oltreoceano, terrorismo internazionale e interno, e carneficine da arma da fuoco in stile Newtown in Connecticut o Aurora in Colorado. Un segno triste dei tempi che corrono, questa capacità di apprendere e adattarsi. «Nulla da celebrare o di cui rallegrarsi», scrive Gawande. Ma anche una grande dimostrazione di forza per questo Paese. Parlando in occasione della cerimonia interreligiosa in onore delle vittime delle bombe di Boston, Obama ha celebrato questa ritrovata capacità di recupero. «Forse abbiamo perso momentaneamente l’equilibrio, ma ci risolleveremo, continueremo a correre», ha dichiarato il presidente. «E taglieremo il traguardo».

Pubblicato originariamente su LetteraPolitica

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