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Obama, ricognizione in Medio Oriente

marzo 20, 2013

Da Washington

Barack Obama. (Jewel Samad/Afp/Getty Images)

Tanto rumore per nulla. Rischia di essere questo il titolo delviaggio in Medio Oriente di questa settimana del Presidente americano Barack Obama. Che si è fatto attendere nella regione molto a lungo, in particolare dagli alleati israeliani. Sarà questa infatti la sua prima visita ufficiale da residente della Casa Bianca, giacché si era recato in Israele l’ultima volta da candidato democratico alla presidenza durante la campagna elettorale del 2008.

LA PRIMA VOLTA DI OBAMA PRESIDENTE. Ma nonostante la lunga preparazione, il timing dell’arrivo di Obama è tutt’altro che perfetto, visto il momento politico molto delicato che vive ora il Paese. Riconfermato a malapena dal risultato incerto delle elezioni di gennaio, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è infatti costretto a gestire una coalizione di governo instabile e largamente opposta al processo di pace con i palestinesi.

POCHE PRETESE, UN TOUR DI ASCOLTO. Washington quindi ha deciso di giocare al ribasso e ha già anticipato di non aspettarsi risultati pratici rilevanti da questo viaggio. Piuttosto, il percorso del presidente Obama, che lo porterà anche in Palestina e Giordania, deve essere inteso come un tour di «ascolto», che gli consenta di capire da vicino cosa pensa la gente della regione e assolutamente non come un tentativo degli americani di far ripartire da subito i negoziati sul conflitto israeliano-palestinese, ormai in stallo quasi permanente.

L’INEFFICACE MEDIAZIONE USA. Il vice portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha dichiarato in proposito che l’amministrazione «è disponibile a continuare a giocare il ruolo di facilitatore». Ma tutti a Washington sono ben consapevoli che l’efficacia di qualsiasi sforzo americano per rompere l’impasse tra israeliani e palestinesi è grandemente diminuita dalle azioni unilaterali intraprese dalle due parti in causa, compresa la continua costruzione di insediamenti israeliani nei Territori.

18 marzo 2013, Betlemme. Attivisti palestinesi protestano contro la visita di Obama. (Musa Al Shaer/Afp/Getty Images)

LA SFIDUCIA DEI PALESTINESI. Fenomeno che non è destinato a interrompersi, almeno a giudicare dal fatto che Uri Ariel, membro del partito pro-insediamenti Jewish Home, è stato nominato ministro degli Alloggi nel nuovo governo di Netanyahu.
Proprio per via dell’ultima tornata elettorale in Israele, che per loro non promette bene, e della totale mancanza di progresso nelle trattative degli ultimi anni per una soluzione a due stati, anche i palestinesi si preparano alla visita di Obama a Ramallah e Betlemme con sostanziale disinteresse e apatia e non ripongono grandi speranze nei colloqui che si terranno giovedì tra il presidente americano e quello dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas.

LA MINACCIA NUCLARE DI TEHERAN. Le stesse incertezze valgono anche per il dossier Iran. Nel loro incontro privato di mercoledì sera, Obama e Netanyahu parleranno senz’altro anche del programma nucleare di Teheran, che gli israeliani considerano una minaccia imminente all’esistenza stessa del proprio Paese (e che gli iraniani insistono è solo a fini energetici). La Casa Bianca è d’accordo sul fatto che all’Iran non può essere permesso di sviluppare un arsenale nucleare, ma è convinta che ci sia ancora il tempo di risolvere il problema per vie pacifiche, anche se non si esclude più un possibile intervento militare in futuro.

18 marzo 2013, Gerusalemme. Il primo Ministro Benjamin Netanyahu interviene alla Knesset durante un incontro del Likud. (Gali Tibbon/Afp/Getty Images)

ISRAELE PRONTO A COLPIRE L’IRAN. Data l’urgenza percepita da certe correnti del governo e dell’intelligence israeliana, si fa fatica a pensare che Obama possa far cambiare completamente idea agli alleati, ormai pronti ad attaccare in qualsiasi momento. Piuttosto, il presidente americano si limiterà a chiedere a Netanyahu di concedergli qualche mese in più per aumentare ulteriormente la pressione diplomatica su Teheran.

LA LUNGA CRISI SIRIANA. Infine, non sono rosee neanche le attese sulla Siria, la cui guerra civile sarà al centro dell’incontro di venerdì tra Obama e il Rè giordano Abdullah II. Nonostante un’insurrezione che ormai va avanti da due anni, il presidente Bashar al Assad rimane al potere. Negli scontri tra governo e opposizione hanno già perso la vita oltre 60 milla persone e altri 450 mila civili sono stati costretti a fuggire dal Paese per rifugiarsi anche nella vicina Giordania. Eppure, nonostante la gravità della situazione, Obama rimane restio a invischiare le forze armate americane in un’altra operazione militare in un Paese arabo. Negli Stati Uniti, il dibattito rimane quindi fermo sulla questione degli aiuti: alcuni, tra questi il Senatore repubblicano John McCain, vorrebbero vedere quelli umanitari già inviati da Washington ai ribelli siriani accompagnati anche da altri di tipo militare.

5 marzo 2012, Washington. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu con il Presidente Barack Obama alla Casa Bianca. (Amos Ben Gershom/GPO via Getty Images)

LA STRATEGIA DI OBAMA: COSTRUIRE IL DIALOGO. Insomma, il viaggio di Obama in Medio Oriente non sembra avere grandi prospettive. Perlomeno questa è l’impressione che vuole dare la Casa Bianca. Date le condizioni di sicurezza precarie che caratterizzano la regione medio orientale e i tanti problemi intrattabili sull’agenda del Presidente Obama — cui al momento mancano soluzioni chiare — Washington vuole costruire un dialogo migliore tra i vari interlocutori abbassando le aspettative di tutti. In questo modo, spera l’amministrazione americana, i leader che Obama incontrerà questa settimana si sentiranno più liberi di esprimersi onestamente e saranno così forse incoraggiati a porre nuovamente la propria fiducia negli Stati Uniti come mediatore dei conflitti in atto.

Pubblicato originariamente su Lettera Politica

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