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Obama e Romney, fuoco incrociato sulla Cina

ottobre 22, 2012

Da Washington

16 ottobre 2012. Un momento del secondo dibattito presidenziale. (Mandel Ngan/Afp/Getty Images)

L’abisso politico e ideologico che, si dice, separa i due candidati alla presidenza Barack Obama e Mitt Romney è, su almeno un paio di questioni, piuttosto un declivio dolce e graduale. In particolare quando si tratta di Cina, entrambi i contendenti alla Casa Bianca si sono dimostrati incapaci di resistere alla tentazione populista e, in particolare nei primi due faccia-a-faccia televisivi di questa stagione elettorale, hanno trasformato il dibattito su quella che, nel lungo periodo, è destinata a diventare la principale sfida economica, politica e militare per gli Stati Uniti in una gara a chi appare più inutilmente duro e aggressivo.

ENERGIA E POLITICA ESTERA, AGENDE SIMILI. Non c’è dubbio che, su temi come la politica fiscale e la rete di sicurezza sociale, Obama e Romney non potrebbero andare meno d’accordo. Ma in ambiti come la produzione di energia e, per certi versi, persino la politica estera, le differenze tra i due programmi elettorali sono minime. Sulla questione energetica sia il presidente sia l’ex governatore del Massachusetts spingono per un approccio comprensivo che promuova la produzione domestica di tutte le fonti disponibili mentre, per quanto riguarda i punti caldi degli affari internazionali, i rivali concordano sull’intensificazione delle sanzioni sull’Iran, sul non-intervento in Libia, e sulla soluzione a due stati per il conflitto israeliano-palestinese.

18 ottobre 2012. Parma (Ohio). Bill Clinton e Bruce Springsteen per Obama. Un evento elettorale nella città di Parma, Ohio. (Duane Prokop/Getty Images)

OHIO, WISCONSIN, MICHIGAN: STATI CRUCIALI. E in questa campagna elettorale dominata dal voto degli stati post-industriali del Midwest americano, l’Ohio su tutti, ma anche il Wisconsin e il Michigan — tra quelli più colpiti dallo spostamento dell’industria manifatturiera verso Paesi con un costo del lavoro inferiore a quello negli Stati Uniti — la Cina è subito diventata il capro espiatorio per eccellenza, colpevole di indicibili misfatti in fatto di commercio internazionale e meritevole di una robusta punizione.

LA CINA COME CAPRO ESPIATORIO.«Colpirò la Cina quando imbroglia», ha dichiarato Romney nel dibattito del 16 ottobre riferendosi in particolare alla pratica di Pechino di manipolare lo yuan e alla tendenza cinese di ignorare le leggi internazionali sul diritto d’autore. «Abbiamo esercitato una pressione mai vista sulla Cina in fatto di scambi commerciali», ha subito ribattuto Obama, accusando poi l’ex governatore di aver pesantemente investito nell’economia della Repubblica Popolare durante i suoi anni con Bain Capital.
Invece di spiegare agli elettori americani che la politica monetaria espansiva adottata negli ultimi anni dalla Federal Reserve ha avuto lo stesso effetto di svalutazione artificiale del dollaro (con la conseguente promozione delle esportazioni a stelle e strisce), che la pratica dell’outsourcing ha ormai trent’anni e, avendo pervaso ogni angolo dell’economia mondiale, è difficilmente reversibile, e che gli investimenti americani in Cina sono parte integrante del funzionamento dei mercati negli Stati Uniti, i due pretendenti al titolo di Comandante in Capo hanno preferito prendere la strada più facile, biasimando Pechino per una serie di problemi che sono ben più vasti delle strategie di un singolo Paese.

LA POLITICA VERSO LA CINA NON CAMBIERÀ. Ma questa corsa a due a chi è più furioso con la Cina nasconde, in realtà, una preoccupante povertà di idee, da parte delle due campagne elettorali e dei due maggiori partiti, su come affrontare i problemi generati dalla globalizzazione. Che Obama sia rieletto o che sia Romney invece a occupare la Casa Bianca nei prossimi quattro anni, la politica americana verso la Cina è destinata a rimanere la stessa: un delicato equilibrio di collaborazione e competizione economica, con frequenti visite al tribunale del WTO, che è per ora stabile, ma sicuramente non particolarmente innovativo e, alla lunga, facilmente perturbabile.
Di certo non è nell’interesse di nessuno, men che meno di Washington, di lanciare una guerra commerciale con Pechino come promette oggi l’ex governatore del Massachusetts.
Rimane il fatto che le economie dei due Paesi sono sempre più interconnesse (fra le altre cose vale la pena ricordare che la Cina detiene una fetta importante del debito pubblico americano) e, di conseguenza, le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono straordinariamente complicate. Ma di risposte serie a quella che è la grande incognita del futuro, ovvero i rapporti tra i due Paesi più potenti al mondo, non cerchiamone in questa campagna elettorale, perché proprio non ce ne sono, né in casa democratica né in casa repubblicana.

Pubblicato originariamente su LetteraPolitica

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