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Romney, bluff vincente in politica estera

ottobre 10, 2012

Da Washington

Che Mitt Romney non brilli per originalità e coraggio in fatto di politica estera si è visto ancora una volta nel discorso da lui fatto lunedì 8 ottobre presso il Virginia Military Institute. Una miscela poco esplosiva di accuse al Presidente Barack Obama già trite e ritrite, proposte per il futuro modeste (che ricalcano manifestamente l’approccio dell’attuale amministrazione) e un rilancio poco entusiasta dei temi dellaFreedom Agenda di George W. Bush, per altro mai citata per nome. Il tutto condito con quella spruzzata di retorica nazional-popolare che non può assolutamente mancare in un’occasione del genere.

8 ottobre 2012, Lexington (Virginia). Mitt Romney parla di politica estera al Virginia Military Institute. (Justin Sullivan/Getty Images)

A ROMNEY NON SERVE UNA POLITICA ESTERA. La verità è che il candidato repubblicano alla Casa Bianca non ha bisogno di una politica estera visionaria per vincere le elezioni di novembre, perché, nonostante tutto, nonostante la morte dell’Ambasciatore Chris Stevens in Libia, nonostante l’intensificazione della guerra civile in Siria e l’acutizzarsi delle tensioni tra Washington e l’Iran, la politica estera rimane comunque un elemento secondario in una tornata elettorale che si deciderà sulla base dell’andamento dell’economia.

ROMNEY È PARSO CREDIBILE. Quello di cui Romney ha bisogno, però, e il discorso di lunedì 8 ottobre, ha senz’altro raggiunto l’obiettivo prefissato, è di apparire credibile nei panni di presidente, non solo in fatto di politica interna ma anche di affari internazionali, e di fornire ai media e al pubblico l’immagine di politico competente e slogan semplici e facilmente memorabili. E il candidato repubblicano ha fatto centro in Virginia, riconoscendo le buone intenzioni del presidente ma dicendosi al contempo deluso dei risultati: «La speranza non è una strategia», ha dichiarato Romney colpendo al cuore della retorica altisonante spesso impiegata da Obama.

E HA FATTO BENE I COMPITI A CASA. Rinvigorito dopo l’ottima performance avuta nel primo dibattito presidenziale, l’ex governatore del Massachusetts si è comportato in maniera impeccabile lunedì, pur senza essere particolarmente elettrizzante. Ha mostrato, piuttosto, di aver fatto bene i compiti e di saper portare la propria critica al presidente in maniera efficace ma senza esporsi con commenti inappropriati, come era invece successo con le sue prime reazioni all’attacco contro il consolato americano a Bengasi.

8 ottobre 2012, Virginia Military Institute. Un depliant elettorale nel berretto di un cadetto. (Jim Watson/AFP/GettyImages)

ROMNEY ATTACCA OBAMA: HA FALLITO.  Il nocciolo delle accuse di Romney contro Obama è che il presidente ha scialacquato il buon nome degli Stati Uniti nel mondo (poco importa che la reputazione americana fosse ai minimi storici al termine della presidenza Bush), rinunciando a esercitare appieno la propria influenza sugli affari internazionali, abbandonando gli alleati, inchinandosi di fronte ai nemici e, in generale, apparendo debole e irresoluto. Insomma, un battere in ritirata poco degno di una superpotenza e che, sostiene Romney, ha permesso agli attori anti-americani come l’Iran di accrescere il proprio status sul palcoscenico mondiale. «È responsabilità del presidente usare il grande potere dell’America per guidare la storia, e non per condurre dalla retroguardia, lasciando che il nostro destino sia alla mercé degli eventi», ha detto l’alfiere del GOP, «purtroppo è proprio in questa situazione che ci troviamo oggi in Medio Oriente grazie al Presidente Obama».

MA LA SUA AGENDA COPIA QUELLA DI OBAMA. L’impegno di Romney a fare meglio si riassume in tre punti piuttosto vaghi. «L’America deve avere fiducia nella propria causa, chiarezza di intenti, e deve essere risoluta nell’esercizio del proprio potere», ha detto l’ex governatore. Un programma elettorale sostanziato da ben pochi particolari e che, per quel poco che si sa, assomiglia molto alla politica estera di Obama (con sanzioni sull’Iran, la soluzione a due stati per Israele e Palestina, il non intervento in Siria e il ritiro dall’Afghanistan nel 2014, anche se qui Romney pare aver lasciato aperta la possibilità almeno teorica di un prolungamento del coinvolgimento militare a stelle e strisce).

IL VANTAGGIO DELL’OUTSIDER. Ma è proprio questo il vantaggio di candidarsi alla presidenza daoutsider, il fatto di non avere un record legislativo da difendere, al contrario di un presidente in carica, e di poter più facilmente promettere le stelle senza dover confrontarsi con la realtà politica di Washington (in cui il Comandante in Capo deve comunque lavorare in collaborazione con il proprio Gabinetto, con il Congresso e via dicendo).

29 agosto 2012, Tampa. L’ex-segretario di Stato Condoleezza Rice alla Convention repubblicana. (Spencer Platt/Getty Images)

LA VERA DIFFERENZA TRA ROMNEY E OBAMA. Se ci sono differenze conclamate tra Romney e Obama in politica estera, hanno a che vedere con un desiderio in casa GOP, più retorico che pratico, di resuscitare quel genere di promozione della democrazia che ha causato enormi controversie negli anni dell’Amministrazione Bush. In un discorso modellato un po’ su quello di Condoleezza Rice alla convention repubblicana di Tampa, e subito lodato su twitter da Donald Rumsfeld, Romney ha prima descritto lo stato delle relazioni internazionali oggi come «una lotta tra la libertà e la tirannia, tra la giustizia e l’oppressione, tra la speranza e la disperazione». E poi ha detto: «Mi sono candidato alla presidenza perché credo che il leader del mondo libero abbia il dovere, verso i nostri cittadini, ma anche verso i nostri amici nel mondo, di usare la grande influenza dell’America sapientemente, con gravità e senza falso orgoglio, ma anche fermamente e attivamente per determinare gli eventi in maniera da proteggere i nostri interessi, promuovere i nostri valori, prevenire i conflitti e rendere il mondo un posto migliore, anche se non perfetto».

UN’AGENDA ESTERA VUOTA È IRRILEVANTE PER VINCERE. È inutile aspettarsi da Romney, nelle prossime settimane, dettagli maggiori su quello che ha realmente intenzione di fare in politica estera se eletto presidente. Secondo il New York Times, nemmeno la sua squadra di consulenti, variamente assortita in modo da includere neo-con, destra tradizionale e realisti, ha la più pallida idea di come il candidato repubblicano reagirebbe, dallo studio ovale della Casa Bianca, alle varie crisi del giorno.
Ai fini della campagna elettorale e del voto di novembre questo importa relativamente poco. Quello che conta, per Romney, è che gli elettori americani siano sufficientemente fiduciosi delle sue capacità da visualizzarlo già ora alla guida del Paese, seduto alla propria scrivania a firmare trattati internazionali, o nel Giardino delle Rose a accogliere un qualche capo di stato straniero. E su questo fronte, l’ex governatore si sta impegnando tenacemente.

Pubblicato originariamente su LetteraPolitica

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