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Università for-profit: una truffa da trenta miliardi di dollari l’anno

agosto 27, 2012

Pubblicato originariamente su Il Bo, dell’Università di Padova

C’è voluto il più celebre vignettista americano, Garry Trudeau, il creatore di Doonesbury  per attirare l’attenzione del grande pubblico sul mondo torbido delle università private negli Stati Uniti. Dopo aver disegnato per decenni la sua striscia Doonesbury su temi come le guerre in Iraq e in Afghanistan, le elezioni fraudolente del 2000, l’inconsistenza intellettuale di George W. Bush e i tentativi dei repubblicani di cancellare dalle liste elettorali milioni di elettori democratici, da qualche settimana Trudeau sbeffeggia le università for profit, che ingrassano sui sussidi statali.

Il sistema universitario americano era tradizionalmente composto da atenei pubblici (in genere statali e relativamente a basso costo) e da università private ma comunque non-profit come i famosi college Harvard, Yale e Columbia. Da alcuni anni il sistema non è più in grado di sostenere l’aumento del numero di studenti, in particolare quelli definiti “non-tradizionali”, per esempio chi lavora per mantenersi, è più vecchio della media o ha figli a carico.

Per assorbire questa domanda in rapida crescita sono entrati sul mercato un gruppo emergente di istituti for profit sul genere di Ashford University. Queste entità a scopo di lucro sono spesso quotate in borsa e devono quindi rispondere ai propri azionisti e i loro manager sono più interessati ai profitti che alla qualità dell’insegnamento. Due rapporti pubblicati di recente dalla Commissione Istruzione del Senato di Washington e dal Government Accountability Office (GAO), l’agenzia federale incaricata di verificare come è speso il denaro pubblico, rivelano che molte di queste università, che spendono più in marketing che in didattica, non sono altro che un grande imbroglio, una trappola costosa per studenti volonterosi ma vulnerabili. Una truffa, per di più, realizzata a spese dei contribuenti americani.

La vignetta di Doonesbury

Un reduce dell’esercito americano di ritorno dall’Iraq e in cerca di una laurea si fece convincere da un reclutatore di Ashford University in Iowa a iscriversi, con la promessa che i costi del proprio corso di studi sarebbero stati interamente coperti dal governo federale. Una volta immatricolato, però, si ritrovò con un conto da pagare di ben 11.000 dollari. Un altro studente, cui era stato assicurato che il programma di pedagogia di Ashford gli avrebbe garantito la licenza per insegnare in Iowa, scoprì un anno prima di laurearsi che l’università non era accreditata presso il dipartimento dell’Istruzione statale. Sono queste solo un paio tra le tante storie raccolte da funzionari di due agenzie federali che hanno recentemente condotto indagini parallele.

Tra il 1999 e il 2009, il numero di iscritti alle università statunitensi è aumentato del 38%, superando quota 20 milioni. Una crescita motivata, inizialmente, da politiche pubbliche a sostegno degli studi universitari e che ha poi subìto una accelerazione vertiginosa negli anni della crisi economica, quando i posti di lavoro si sono fatti improvvisamente scarsi e una laurea di qualche tipo è parsa a molti come l’unica via di uscita dalla recessione. Paradossalmente, proprio nel momento in cui la domanda di istruzione raggiungeva picchi storici, le amministrazioni pubbliche si sono trovate  di fronte a buchi di bilancio che le hanno costrette a tagliare pesantemente la spesa, a partire proprio dalle università statali e dai community college (istituti locali che, per prezzi moderati, offrono corsi di laurea biennali in campi soprattutto tecnici). Non a caso, le immatricolazioni negli istituti for profitsono incrementate a un ritmo di oltre il 20% all’anno da quando è cominciata la crisi.

Queste istituzioni che offrono titoli di studio non sempre validi ma comunque molto cari, sono in grado di far soldi grazie alla combinazione vincente di rette  molto alte e costi operativi bassi (con tasse che a volte superano i 30.000 dollari l’anno e lezioni condotte spesso solo su Internet). Nel 2009, hanno ottenuto in media margini di profitto del 20% e hanno generosamente retribuito i propri amministratori delegati con stipendi sui sette milioni di dollari. A parte questo, però, l’industria dell’istruzione for-profit ha mostrato di sapere fare poco altro. In particolare, non sembra capace, né particolarmente interessata, a assicurarsi che gli iscritti portino a termine i propri studi.

Un’analisi del centro di ricerca Education Sector pubblicata a febbraio documentava che, nel 2009, il 54% di studenti iscritti a corsi quadriennali presso università a scopo di lucro aveva interrotto gli studi prima della laurea, contro il 20% circa di chi frequentava istituti pubblici o non-profit. Il fenomeno dei fuoricorso è più grave in questo settore dell’istruzione superiore americana di quanto non sia in Italia.

L’aspetto più sconcertante di tutta la vicenda è che queste università si stanno arricchendo soprattutto grazie a fondi federali. Il governo, infatti, sovvenziona gli studi in vari modi, due in particolare: attraverso i Pell grant, borse di studio per i candidati meno abbienti che non devono essere ripagate; gli Stafford Loan, che sono prestiti garantiti dal governo a condizioni favorevoli, con tassi di interesse più bassi della media del mercato. I contribuenti sono dunque finanziariamente responsabili per i prestiti contratti da studenti che poi lasciano e smettono di ripagarli.

Prendendo di mira in particolare i candidati meno abbienti, che quindi hanno maggiore accesso ai prestiti e alle borse di studio elargiti dal governo di Washington, gli istituti a scopo di lucro controllano miliardi di dollari messi a loro disposizione dagli ignari contribuenti. Si calcola che, solo l’anno scorso, assegni governativi per quattro miliardi di dollari e prestiti federali per 20 miliardi di dollari siano andati a questi atenei (oltre ai fondi garantiti dai programmi per reduci). Il gruppo Bridgepoint, proprietario anche di Ashford University, si finanzia per il 93% con soldi pubblici.

L’amministrazione Obama si trova così in difficoltà: da un lato, il presidente ha più volte riaffermato l’intenzione di far crescere il numero di laureati americani entro il 2020. Il governo ha quindi iniettato circa 17 miliardi di dollari in più nei Pell grants, le borse di studio per gli americani più poveri. Dall’altro, di fronte a questa serie di rivelazioni, la presidenza e il Congresso stanno cercando di irrigidire le regole che governano il sistema dei sussidi federali all’istruzione.

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