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Bernanke decide di non decidere

agosto 2, 2012

Pubblicato originariamente su LetteraPolitica

Da Washington

Anziché convincere i colleghi della Banca centrale europea della necessità di un’azione di stimolo economico più decisa, la Federal Reserve ha invece preferito fare proprio l’approccio estremamente prudente, addirittura indeciso, degli europei, che in molti considerano in parte responsabile per la crisi prolungata nell’Eurozona (è previsto il 2 agosto un nuovo intervento del presidente della Bce Mario Draghi).

L’ECONOMIA AMERICANA PEGGIORA. In un atteso annuncio, mercoledì 1 agosto, la Fed ha ripetuto per l’ennesima volta che lo stato di salute dell’economia americana è in continuo peggioramento, che c’è stato un notevole rallentamento della ripresa nella prima metà di quest’anno, che il tasso di disoccupazione rimane elevato e che la crescita dei consumi è andata diminuendo. Pur offrendo questa diagnosi avvilente, però, la banca centrale americana ha lasciato tutti a mani vuote, scegliendo, per il momento, di non intervenire.

MA LA FED NON INTERVIENE. Il chairman Ben Bernanke e gli altri membri del Federal Open Market Committee (FOMC) hanno reiterato l’intenzione di mantenere i tassi di interessi quasi a zero fino a tutto il 2014 e hanno anche alluso alla possibilità che decisioni più importanti, inclusa ad esempio quella di lanciare un terzo round di Quantitative Easing (o QE3) possano venir prese alla riunione prevista per il 12-13 settembre.Ma per il momento, all’inazione del Congresso, dove l’ostruzionismo repubblicano impedisce qualsiasi aumento della spesa pubblica, si aggiunge ora anche quella della Fed.

MALE ANCHE IL MERCATO IMMOBILIARE. Nel frattempo, cattive notizie per l’economia a stelle e strisce sono arrivate questa settimana anche sul fronte del mercato immobiliare. Il 31 luglio, la Federal Housing Finance Agency (FHFA), l’agenzia indipendente del governo americano creata nel 2009 per gestire i giganti del mutuo casa Fannie Mae e Freddie Mac, ha annunciato che non permetterà loro di rinegoziare il valore attuale dei prestiti concessi a quegli americani che si trovano ora proprietari di case il cui valore è inferiore ai debiti contratti per acquistarle.

Non si muove nulla neanche sul fronte del mercato immobiliare, nonostante i tentativi dell’Amministrazione Obama.

STOP ALLA RINEGOZIAZIONE DEI MUTUI.Questo sarebbe l’approccio desiderato dall’Amministrazione Obama (la Casa Bianca si è addirittura offerta di pagarne i costi), ma il direttore della FHFA Edward DeMarco vi si oppone da tempo. Per altro, le stime fatte dagli esperti del governo mostrano che circa mezzo milione di proprietari di casa trarrebbe vantaggio da una politica di questo genere e che, di conseguenza, i contribuenti americani potrebbero arrivare a risparmiare fino a mille miliardi di dollari, giacché i debitori sarebbero così incentivati a versare regolarmente le rate dei mutui, una volta rinegoziati i termini a proprio favore. Altri istituti di credito privati stanno già seguendo questa strategia per prestiti casa che non passano attraverso Fannie Mae e Freddie Mac. Per DeMarco, però, questi benefici non sono sufficienti a compensare i rischi impliciti in un’operazione simile, ad esempio un potenziale effetto a cascata, ovvero che anche altri proprietari di casa smettano di ripagare i propri debiti nella speranza di ottenere condizioni migliori.

DEMOCRATICI FUORIOSI. I repubblicani, naturalmente, applaudono, mentre i democratici sono furiosi. Il segretario del Tesoro Tim Geithner ha scritto a DeMarco invitandolo «a riconsiderare la propria posizione». E cresce il coro di voci che chiede al presidente Barack Obama di licenziare il direttore della FHFA. Alla carica anche personaggi del calibro di Paul Krugman, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2008.
Non è del tutto chiaro se lo statuto della FHFA permetta al presidente di procedere in tale maniera. Ma non ci sono dubbi che l’Amministrazione è notevolmente frustrata dall’agire di DeMarco. Il quale, assieme ai repubblicani al Congresso e, ora, alla Federal Reserve, si allinea così a quella corrente politica che ritiene che il governo federale faccia meglio a starsene lontano dagli affari economici della nazione.
Se vuole uscire dal tunnel, l’economia americana dovrà quindi cavarsela da sola. Almeno fino a novembre prossimo, quando si conosceranno il nome del prossimo presidente degli Stati Uniti e la composizione del prossimo Congresso.

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