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Romney il debuttante

luglio 26, 2012

Pubblicato originariamente su LetteraPolitica

Da Washington D.C.

Mitt Romney lascia gli Stati Uniti per un viaggio ufficiale di una settimana oltreoceano, durante il quale potrà, temporaneamente, distrarsi dal duro botta e risposta in corso nella campagna elettorale per le presidenziali di novembre e, contemporaneamente, mostrare di essere a proprio agio nel ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti nel mondo. Soste previste a Londra – dove l’ex governatore del Massachusetts incontrerà il Primo Ministro David Cameron e assisterà alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici – in Israele e in Polonia.

ROMNEY NELL’ARENA DELLA POLITICA ESTERA. Un’operazione delicata per la squadra elettorale di Romney, che richiederà un certo equilibrismo da parte del candidato repubblicano alla Casa Bianca. In un momento per lui già difficile della campagna elettorale (gli attacchi dei democratici sulla sua ricchezza personale pare stiano funzionando) con questo viaggio Romney fa ora il proprio ingresso ufficiale nell’arena della politica estera, senza dubbio un terreno favorevole al presidente Barack Obama, il cui primo mandato è generalmente considerato un successo su questo fronte.

NON SARÀ COME PER OBAMA NEL 2008.Nel mondo poi, e soprattutto in Europa, Obama è un leader molto amato, mentre Romney rimane un nome piuttosto sconosciuto. Il viaggio dell’attuale presidente nel vecchio continente durante la campagna elettorale del 2008 si trasformò in un fenomeno di massa. Nel suo famoso discorso a Berlino, l’allora senatore dell’Illinois parlò di fronte a una platea di quasi 250 mila persone. Un bagno di folla che non si ripeterà questa settimana con Romney.

IL GOP E LA DIFFIDENZA PER LE RELAZIONI INTERNAZIONALI. Non che l’ex governatore del Massachusetts ci tenga particolarmente. Tutt’altro. L’elettorato conservatore negli Stati Uniti è infatti famoso per la diffidenza con cui guarda alle relazioni internazionali. Non a caso Romney, che ha più esperienza internazionale di molti politici americani (da giovane ha vissuto due anni in Francia da missionario mormone e, durante la propria carriera nel settore privato, ha viaggiato molto e lavorato al fianco di altri professionisti e investitori dalle provenienze più diverse), tende in generale a glissare su questo aspetto cosmopolita della propria vita. Quindi, pur volendo proiettare ora un’immagine di competenza e comfort a fianco di alcuni importanti leader stranieri, Romney non desidera certo troppa fanfara durante i propri spostamenti oltreoceano. Per il candidato del GOP, è importante mostrarsi distaccato e nel pieno controllo della situazione, non eccessivamente entusiasta.

IN ISRAELE INCONTRERA L’AMICO NETANYAHU. Va detto che il contesto che lo attende in Israele è senz’altro più favorevole. Obama, che non ha mai visitato il Paese da presidente, è poco amato qui, soprattutto dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Il quale invece ha da oltre trent’anni una relazione di amicizia personale con Romney (i due hanno lavorato brevemente insieme al Boston Consulting Group alla metà degli anni settanta) oltre che di evidente affinità politica.

E mentre Romney deve gestire con misura il legame con l’Europa se non vuole irritare i propri elettori negli Stati Uniti, le dimostrazioni di affetto per Israele sono ben viste anche dalla destra americana, inclusi i cristiani evangelici. Considerazioni simili valgono in parte anche per la Polonia, dei paesi dell’Unione Europea quello più apertamente filo-americano.

TAPPE DEL VIAGGIO BEN CALCOLATE. In generale, comunque, la scelta dei Paesi che Romney visiterà durante il proprio tour internazionale risponde in parte proprio all’esigenza di bilanciare l’importanza del profilo di politica estera di qualsiasi candidato alla Casa Bianca e la necessità di non apparire eccessivamente esterofili agli occhi degli elettori statunitensi (recandosi dunque in Paesi amici dei conservatori a stelle e strisce).

UN ASSAGGIO DELLA POLITICA ESTERA DI ROMNEY. Si tratta però anche di un itinerario che suggerisce un paio di osservazioni cruciali su quella che potrebbe essere la reale politica estera di Romney se l’ex governatore del Massachusetts dovesse essere eletto presidente degli Stati Uniti. Un approccio al mondo vecchio stile, che non coinvolge le grandi realtà emergenti come Cina e India (sulla Cina in particolare Romney usa da mesi parole molto aggressive), snobba gli alleati dell’Unione Europea travolti dalla crisi del debito sovrano, si riallinea su un’asse anglosassone con un rafforzamento del rapporto già molto solido con la Gran Bretagna e si abbandona completamente alle richieste israeliane in Medio Oriente.
Non esattamente una proposta visionaria, che difficilmente potrà entusiasmare e nemmeno aumentare significativamente le chance di vittoria di Romney, ma che, nella migliore delle ipotesi, non arrecherà danno alla sua campagna elettorale.

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