Vai al contenuto

Sulle tasse, rottura Casa Bianca-progressisti

dicembre 10, 2010

Washington D.C. – Nel febbraio 2003, quando a Washington si discuteva di una prima estensione dei tagli alle tasse inizialmente approvati, in via temporanea, nel 2001, l’economista e Premio Nobel Joseph Stieglitz scriveva, sulle pagine della New York Review of Books: “‘Raramente un gruppo così ristretto di gente ha ricevuto di più da un così gran numero di persone’: Potrebbe essere questo il motto dei tagli alle tasse proposti dal Presidente Bush”.

Stieglitz poneva l’accento così sulla disparità intrinseca nel pacchetto fiscale di Bush, che avvantaggiava enormemente i livelli alti di reddito, penalizzando il resto dei contribuenti, allargando il deficit e non stimolando l’economia in maniera sufficiente. Quasi sette anni dopo, nonostante che alla Casa Bianca sieda un presidente democratico, l’America torna a rivivere in questi giorni il medesimo dibattito.

La novità, che rappresenta una sconfitta per la base progressista del Partito Democratico, sta nel fatto che Barack Obama, contraddicendo una delle promesse centrali della propria campagna elettorale del 2008, ha deciso di capitolare di fronte all’insistenza del GOP e, sostanzialmente, di apporre la propria firma alla continuazione di alcune delle politiche economiche più controverse della Amministrazione Bush.

Il Presidente Obama e la leadership repubblicana, infatti, hanno concordato, lunedì, un’altra estensione dei tagli, in scadenza al 31 dicembre, per tutti i livelli di reddito per due anni (i democratici chiedevano di prolungare solo quelli per le famiglie con un reddito inferiore ai $250.000 l’anno). Un accordo è stato raggiunto anche sulle tasse di successione, che erano state sospese nel 2010 e che tornerebbero, da gennaio, ma nei termini pretesi dai repubblicani (le tasse sull’eredità concedevano, in passato, un’esenzione fino a $1 milione di dollari per individuo e variavano in percentuale fino al 55%. Dal 2011, invece, l’esenzione verrebbe estesa fino a un tetto di $5 milioni di dollari e la tassazione più elevata scende al 35%).

Questo accordo, va detto, include anche una serie di concessioni volute dai democratici, nella speranza che, pur aggiungendo al già enorme debito americano, la manovra fiscale funzioni come secondo stimolo, aiutando un’economia vacillante a riprendersi in maniera definitiva.

I sussidi di disoccupazione, scaduti a inizio dicembre, verrebbero estesi in blocco per 13 mesi. La parte delle cosiddette payroll taxes versata dai dipendenti (ovvero le detrazioni dalla busta paga che finanziano il sistema pensionistico e la sanità pubblica) verrebbe ridotta del 2% per un anno, con risparmi di circa $1.000 per la famiglia media, ovvero con un reddito attorno ai $50.000 l’anno.

Comprese nell’accordo anche altre misure fiscali pensate per stimolare l’economia e aiutare la classe media in difficoltà, ad esempio la detraibilità, nel 2011, del 100% degli investimenti delle piccole aziende e l’estensione di sussidi pubblici per gli studenti universitari dai redditi bassi.

Queste concessioni, che il Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman descrive, sul sito del New York Times, come una quantità di zucchero sufficiente a “diminuire, ma non eliminare, l’amaro della delusione”, non soddisfano l’ala liberal dei democratici al Congresso.

Dopo una reazione iniziale negativa, i senatori democratici, in parte corteggiati direttamente dal vice-presidente Joe Biden e grazie anche a un’offensiva mediatica molto aggressiva lanciata dalla Casa Bianca in difesa dell’accordo, paiono ora più disposti a sostenere il pacchetto fiscale, considerandolo, tra le varie alternative, la meno peggiore (qualsiasi altro compromesso raggiunto sulla questione l’anno prossimo, quando la Camera sarà a maggioranza repubblicana, non potrà che essere ancor meno favorevole ai democratici).

Rimane invece compatta l’opposizione dei democratici alla Camera, che hanno deciso in una riunione di gruppo giovedì mattina, di non sostenere il pacchetto nella forma attuale.

La divisione interna al Partito Democratico è sia sostanziale sia elettorale.

Da un lato, si tratta di uno scontro fra chi pensa che questa misura fiscale, per quanto non perfetta, sia fondamentale per evitare una seconda recessione (Larry Summers, tra i più influenti consiglieri della Casa Bianca, ha dichiarato che, se il pacchetto non venisse approvato, gli Stati Uniti rischierebbero una nuova recessione) e che darà un po’ di respiro all’economia (i calcoli più ottimistici suggeriscono che porterà alla creazione di 3,1 millioni di posti di lavoro) e tra coloro che la ritengono talmente limitata dal punto di vista dello stimolo, ma così rilevante dal punto di vista del deficit (si calcola che vi aggiungerà circa $800 miliardi), da non giustificarne i costi.

Dal punto di vista elettorale, per l’Amministrazione l’accordo con il GOP è una conseguenza della presa di coscienza dei risultati delle elezioni midterm, viste dalla Casa Bianca come un voto di protesta dei moderati e indipendenti contro una Washington incapace di raggiungere compromessi bipartisan per il bene della nazione. In una conferenza stampa tenuta martedì per spiegare i contenuti dell’accordo, Obama, pur attaccando il GOP per il suo ostruzionismo e pur riconoscendo i difetti di questo pacchetto fiscale, ha comunque criticato la sinistra per l’incapacità di accettare la realtà della situazione politica di oggi, in cui i repubblicani godono di rinnovata influenza, e la conseguente necessità di raggiungere un compromesso con l’opposizione.

Per i democratici di stampo progressista questo, invece, è il segnale di un presidente debole e incerto, che si rifiuta di capire che la sconfitta nel voto del 2 novembre è stata causata dall’apatia della base del partito, frustrata con l’estrema moderazione della Casa Bianca.
Si tratta, senz’altro, di un momento decisivo nella vita politica di Obama, il quale, nel fuoco incrociato tra destra e sinistra, ha deciso di posizionarsi al centro, proiettando l’immagine del politico pragmatico e non ideologico e mirando, così, a riconquistare il voto di qualcuno di quegli elettori moderati e indipendenti che, dopo averlo sostenuto nel 2008, lo hanno abbandonato nelle elezioni di metà-mandato dello scorso 2 novembre.

Potrebbe essere questo il primo passo, così almeno spera l’amministrazione, verso una collaborazione più produttiva tra maggioranza e opposizione, un clima meno teso al Congresso e, possibilmente, verso la rielezione del presidente a un secondo mandato. Ma avendo deluso la base di attivisti di partito, Obama rischia di minare le fondamenta della propria credibilità politica, di inimicarsi coloro che sono stati i suoi più fedeli sostenitori, e di trasformarsi in una nuova versione di George H. W. Bush, ovvero un presidente indipendente di pensiero, ma di un solo mandato (dopo aver promesso il contrario in campagna elettorale, Bush padre, un repubblicano, decise di alzare le tasse).

A questo punto, avendo deciso di puntare tutto sul passaggio del pacchetto fiscale, Obama deve, innanzitutto, assicurarsi di vincere questa battaglia legislativa con l’ala progressista del partito. Se il presidente non dovesse riuscire a far approvare il compromesso raggiunto con i repubblicani, mostrando così a tutti di non aver più alcuna presa sul Congresso, la sua posizione politica ne uscirebbe immensamente danneggiata.
Una volta approvato, bisognerà poi vedere che effetto potrà avere questo pacchetto di stimolo sull’economia americana e sulla possibilità di una maggiore collaborazione tra democratici e repubblicani.

Indipendentemente dal fatto che Obama vinca la sua scommessa, aiutando l’economia a riprendersi e vincendo le presidenziali del 2012, un aspetto dell’accordo fiscale raggiunto con i repubblicani è indubbio: anche dopo la fine dell’Amministrazione Bush, i ricchi americani continuino a godere di una serie di privilegi fiscali sempre più inspiegabili considerato lo stato dell’economia. Basta considerare che il livello di tassazione federale in America oggi è il più basso degli ultimi sessant’anni e che le tasse sui redditi (le più progressive) sono in declino, mentre le tasse detratte dalle buste paghe dei dipendenti (le più regressive) rappresentano una percentuale sempre maggiore degli introiti del governo.

Come notava Stieglitz sette anni fa, “Raramente un gruppo così ristretto di gente ha ricevuto di più da un così gran numero di persone”.

 

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: