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Elezioni midterm: Indovina chi viene a cena

novembre 5, 2010

Washington D.C. – Dopo la sconfitta del Partito Democratico nelle elezioni di metà mandato di martedì, il Presidente Barack Obama ha invitato a cena, il 18 novembre, la leadership repubblicana, per discutere il da farsi ora che gli elettori americani hanno ridistribuito il potere tra i due partiti (Casa Bianca e Senato ai democratici e Camera ai repubblicani). Anche se è evidente a tutti che, in una situazione di questo genere, né l’uno né l’altro gruppo sarà in grado di governare da solo, date le profonde divisioni ideologiche che separano democratici e repubblicani e considerati i risultati in parte contradditori emersi dalle urne, é difficile immaginare che, nei prossimi due anni, si raggiungeranno compromessi politici significativi.

Nel voto di martedì, un elettorato americano disilluso del sistema politico e stanco del clima avvelenato della capitale Washington D.C., atmosfera che impediva l’implementazione dell’agenda legislativa moderata che, a quanto pare, molti auspicavano, ha preso l’iniziativa. Votando per candidati che promettevano di essere ancora più intransigenti e ideologici. Seguendo una logica alquanto contorta, tipica di un elettorato confuso più che consapevole, gli americani hanno deciso di sconfiggere i politici moderati e di votare per una serie di candidati più inflessibili di quelli in carica. È probabile che questa nuova classe di deputati e senatori, che si insedierà al Congresso all’inizio del 2011, renda impossibile lo svolgimento della regolare attività legislativa, in stallo ormai da mesi.

In casa democratica, sono sopravvissuti i candidati che correvano in distretti tradizionalmente blu, mentre i politici centristi appartenenti al gruppo dei Blue Dog Democrats e quelli conosciuti come McCain Democrats (per il fatto che, nel 2008, erano stati eletti in quegli stati che, a livello  presidenziale, avevano preferito il repubblicano John McCain a Obama) sono stati spazzati via.

Dei 53 membri della coalizione dei Blue Dog Democrats, 27 sono stati sconfitti dai rivali repubblicani. 48 distretti avevano votato, nel 2008, sia per McCain che per il candidato democratico alla Camera. Di questi seggi, il GOP ha riconquistato quest’anno circa il 75%.

Le fila del GOP, intanto, si sono gonfiate di una serie di candidati conservatori, provenienti sia della destra tradizionale sia dal neo-nato Tea Party. Oltre alle vittorie di Rand Paul (Kentucky), Marco Rubio (Florida) e Pat Toomey (Pennsylvania) al Senato, questo disorganizzato movimento politico può vantare ora la vicinanza a 60 degli 83 nuovi repubblicani eletti alla Camera.

Le contraddizioni di questo ciclo elettorale non finiscono qui. I democratici hanno subito una sconfitta molto pesante in tutto il Midwest. Il partito del presidente ha, ad esempio, perso le elezioni in Michigan, dove sia il parlamento statale sia il governatore sono passati al GOP. Questo risultato è particolarmente sorprendente se si considera che il governo federale, per decisione dell’Amministrazione Obama, ha stanziato fondi pubblici al fine di salvare l’industria automobilistica, tra i più grossi datori di lavoro in questo stato così duramente colpito dalla crisi economica.

Altrettanto sorprendente il fatto che, secondo dati provenienti dagli exit poll condotti martedì, la maggioranza di quel 34% di elettori che ritiene le banche responsabili della crisi finanziaria ha scelto di votare per il GOP, nonostante siano stati i democratici a tentare di disciplinare questo settore e nonostante i repubblicani sostengano, da sempre, una politica di deregolamentazione finanziaria. Scrive Andrew Leonard su Salon.com: “Le banche sono le vincitrici di questa elezione, in parte perché hanno saputo capitalizzare sulla rabbia populista diretta verso le banche!”
Di fronte a queste anomalie, e a un elettorato americano arrabbiato ma poco coerente, la leadership sia democratica sia repubblicana ha reagito rispondendo a confusione con confusione.

Da un lato, rivolgendosi a un paese che, anche se in maniera convoluta, sembra chiedere più moderazione e maggiore collaborazione tra i partiti, sia il Presidente Obama sia il futuro Presidente della Camera John Boehner hanno dichiarato di essere pronti a lavorare con i rispettivi avversari politici per trovare soluzioni pratiche ai problemi della nazione.
Dall’altro lato, però, interrogati sui dettagli di questa eventuale cooperazione, Obama e Boehner non sono stati in grado di identificare reali punti di incontro, rivelando che i margini per un compromesso sono sostanzialmente inesistenti.

Nella conferenza stampa di mercoledì, il Presidente Obama, pur riconoscendo che sarà più difficile perseguire un programma simile a quello implementato fin qui, ora che i repubblicani hanno la maggioranza alla Camera, ha dichiarato che i risultati ottenuti in questi due anni non si toccano (in particolare la riforma sanitaria).

Boehner, per contro, ha dichiarato che, per il Partito Repubblicano, l’abrogazione di quella “mostruosità” che è la legge sulla sanità è una priorità assoluta. Il capo della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell del Kentucky, ha contribuito la sua, sostenendo che per il GOP è fondamentale che Obama non si guadagni un secondo mandato alla Casa Bianca.
Del resto, il Partito Repubblicano è emerso vincente da questo turno elettorale dopo aver condotto un’opposizione strenua al governo e è dunque convinto che sia questa la strada che porterà un repubblicano alla Casa Bianca nel 2012. Forse, anche il pragmatico Presidente Obama si renderà conto che, con un GOP così agguerrito, fare concessioni ai conservatori può essere controproducente. Conviene, invece, spostare l’attenzione su una nuova mobilitazione della base democratica, che è stata notevolmente assente in queste midterm 2010.

Date queste premesse, si fa fatica a immaginare grande cooperazione legislativa tra repubblicani e democratici nei prossimi due anni e bisogna, invece, presumere che le attività del Congresso e della Casa Bianca si risolveranno in un nulla di fatto. Probabilmente, i democratici si impegneranno a difendere i successi ottenuti fin qui dall’Amministrazione Obama, mentre i repubblicani si concentrano sulla campagna elettorale per la presidenza, campagna cominciata, ufficialmente, già mercoledì. A voler essere ottimisti, si può sperare in un qualche compromesso di facciata su questioni minori, ad esempio modifiche marginali alla legge sulla sanità, qualche iniziativa bipartisan sull’istruzione e, in tutta probabilità, l’estensione dei tagli alle tasse approvati dall’Amministrazione Bush nel 2006 e in scadenza questo dicembre.

Anche volendo tener conto di questo perenne teatrino elettorale, è importante ricordare che il risultato di qualsiasi ciclo elettorale dipende più dal tipo di participazione al voto che da reali cambiamenti nella composizione dell’elettorato. Quest’anno, gli americani che si sono presentati alle urne erano più bianchi, più vecchi e più conservatori di quelli che avevano votato nel 2006 e nel 2008, una porzione dell’elettorato che favorisce senza dubbio il GOP.

Oltre che dall’abilità dei partiti di mobilitare le rispettive basi, le elezioni vengono decise dai cosiddetti swing voters, gli elettori che non sono affiliati a alcuna formazione partitica e che tendono a cambiare spesso idea, votando sulla base dei propri sentimenti politici nell’istante in cui si recano alle rune. Quest’anno, tra gli indipendenti, il GOP ha vinto con il 16% in più delle preferenze. Nel 2006, invece, si erano imposti i democratici per 18 punti percentuali. Questo significa che c’è stato uno spostamento di ben 34% punti percentuali nel comportamento di voto degli indipendenti nell’arco di soli quattro anni.

Viene il sospetto che la più grossa crisi economica dai tempi della Grande Depressione possa avere qualcosa a che fare con questo trend elettorale. Ragion per cui, forse, non è solo al Congresso che si gioca la partita per le elezioni presidenziali del 2012.

Bisogna, allora, prestare grande attenzione alla decisione presa mercoledì dalla Federal Reserve di stampare moneta e di acquistare 600 miliardi di dollari in titoli di Stato a lunga scadenza nel corso dei prossimi otto mesi. Con questa mossa decisamente sperimentale, la Fed spera di ridurre ulteriormente i tassi di interesse di lungo termine, quelli a breve sono già praticamente a zero, e, di conseguenza, di vivacizzare la flemmatica economia americana. Tra due anni, l’impatto di questa decisione, in particolare sul mercato del lavoro, potrebbe essere la chiave che decide la sorte del Presidente Obama.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica.

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