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Midterm: paura e delirio in America

ottobre 29, 2010

Washington D.C. – A cinque giorni dalle elezioni midterm del due novembre emerge, sullo sfondo del ciclo elettorale più costoso della storia (si calcola che la campagna 2010 possa arrivare a costare quattro miliardi di dollari), l’immagine di un’America disillusa, sfiduciata, impaurita e confusa rispetto alle tribolazioni che il mondo globalizzato di oggi impone anche al paese più ricco del mondo. Questa rabbia, che fin qui sembra incapace di produrre soluzioni tangibili per il futuro del paese, non può che contribuire a una vittoria repubblicana, giacché il GOP si trova oggi in minoranza e, di conseguenza, un voto di protesta diventa automaticamente, in un sistema bipartitico quale quello statunitense, un voto per l’opposizione.

Per avere un’idea dello stato di ansia in cui vivono quotidianamente centinaia di milioni di Americani, basta consultare i risultati di un sondaggio condotto questa settimana dal Washington Post. Il 53% degli intervistati dichiara di essere preoccupato di non avere i soldi per pagare l’affitto o il mutuo.

I cittadini americani sono ancora sotto shock per il crollo del venerato sistema finanziario di Wall Street e non comprendono le ragioni di un tasso di disoccupazione che rimane ostinatamente sopra il 9,5%. Gli elettori sono sempre più spaventanti dal prolungarsi della crisi del mercato immobiliare e sempre più intimiditi dal continuo aumento del deficit di bilancio, in cui, probabilmente, riconoscono i propri, detestati, debiti personali, accumulati in decenni di credito facile e il cui peso, ora, li distrugge.  Delusi dello stato delle cose, non sono molti gli Americani disposti a credere all’argomentazione dell’Amministrazione Obama secondo cui la situazione sarebbe stata ancora peggiore se non fosse stato per l’intervento del presidente. Poco importa che economisti di fama internazionale diano ragione al governo. Impazienti, gli elettori non vogliono sentirsi dire che il pacchetto di stimolo economico, il salvataggio dell’industria automobilistica e la riforma sanitaria sono investimenti importanti per il lungo-periodo e che, prima di giudicare il lavoro di questa Casa Bianca, sarebbe meglio attendere altri due anni.

Risucchiati dal vortice elettorale che, imponendo elezioni ogni due anni, costringe il paese a vivere in un costante clima di campagna elettorale in cui l’unico orizzonte importante è il breve-periodo, una maggioranza di Americani sembra di nuovo pronta, come lo era del resto due anni fa, a ricominciare tutto da capo, anche a costo di ridare il potere ai repubblicani. Questa scelta ha un che di auto-lesionista, considerato come i rappresentanti del GOP al Congresso godano di una reputazione ancor più negativa dei colleghi democratici (il tasso di disapprovazione dei parlamentari del Partito Repubblicano si aggira sul 67% contro il 61% dei rappresentanti del Partito Democratico). Se si considera, però, l’emergere del Tea Party e il fatto che, già nelle primarie, molti candidati dell’establishment repubblicano sono stati sconfitti da avversari spesso inesperti, ma sostenuti da questo movimento di attivisti conservatori, si capisce allora che il voto di protesta non è diretto esclusivamente ai democratici, ma alla classe politica tutta.

Purtroppo per la salute economica e politica degli Stati Uniti, questa ondata di rabbia ha preso la forma di un pasticcio populista, alla cui guida si sono posizionati personaggi improbabili, si pensi a Glenn Beck e a Sarah Palin, e la cui base, forse inconsapevolmente, dice di battersi contro la corruzione e il potere di quegli stessi banchieri, industriali, corporation e politici di lunga data che, guarda caso, stanno finanziando generosamente il movimento (non è un segreto che l’esperienza politica di Karl Rove, consigliere dell’ex presidente George W. Bush, e i soldi del gruppo industriale dei fratelli Koch e della Camera di Commercio, che rappresenta, fra gli altri, anche la Rolls Royce, siano dietro al movimento “dal basso” del Tea Party.) Da questo calderone di paradossi politici, in cui ci si preoccupa della Cina e dell’immigrazione illegale, senza però offrire soluzioni praticabili, emerge un messaggio semplicistico ma irresistibile, ovvero che il governo deve diminuire il carico fiscale e pareggiare il bilancio senza tagliare i servizi.

Data la capacità del GOP di assorbire rapidamente nelle file del partito anche l’attivismo populista e di estrema destra, ecco allora che, martedì prossimo, i repubblicani riprenderanno il controllo della Camera (si calcola che il GOP otterrà un miglioramento netto di 50-55 seggi, quando 39 sarebbero sufficienti per garantirsi la maggioranza). Secondo Nate Silver del blog FiveThirtyEight, che sviluppa modelli statistici accorpando gli studi condotti da altri sondaggisti, il GOP ha oltre l’80% di possibilità di aggiudicarsi la maggioranza dei deputati.

Al Senato, invece, nonostante si preveda un miglioramento della posizione relativa del Partito Repubblicano, i democratici dovrebbero essere in grado di mantenere la propria maggioranza, che sarà, però, assai più risicata (Nate Silver calcola in circa il 12% la probabilità che i repubblicani possano conquistare il Senato). Questo ha a che vedere con il fatto che, mentre la Camera viene rinnovata nella sua interezza nelle midterm, al Senato sono in palio solo 37 seggi. Inoltre, nelle campagne elettorali per il Senato, giacché i senatori sono personalità meglio conosciute dei colleghi deputati, l’individualità dei candidati in corsa è più rilevante, e le bizzarrie che hanno caratterizzato le celebrità del Tea Party, da Joe Miller in Alaska a Christine O’Donnell in Delaware a Ken Buck in Colorado, finiranno per costare al GOP una serie di seggi che, altrimenti, sarebbero stati facilmente agguantabili.

In generale, le midterm 2010 non porteranno buone notizie all’Amministrazione Obama. Bisogna, però, stare attenti a trarre conclusioni estreme sull’impatto di questa elezione nel lungo-periodo, ad esempio proiettando l’umore dell’elettorato oggi sulle presidenziali del 2012. Che il partito di governo, in particolare in una situazione in cui i democratici controllano Casa Bianca, Senato e Camera, soffra delle perdite, anche sostanziali, nelle elezioni di metà mandato è considerato un prodotto fisiologico dell’alternanza democratica. Va ricordato, inoltre, che il Presidente Obama ha, oggi, circa lo stesso tasso di approvazione che il predecessore Bill Clinton aveva nel 1994 (43%). Anche allora le midterm furono una disfatta per i democratici, ma quella sconfitta non impedì a Clinton di essere rieletto nel 1996.

Di certo i democratici dovranno riaggiustare la mira. Il presidente, in particolare, dovrà decidere se aprirsi a un dialogo più produttivo con l’opposizione repubblicana, o, invece, se rimanere sulle posizioni di oggi, accusando il GOP di un’opposizione cieca e sperando che, nel novembre 2012, gli elettori si rechino alle urne pensando al Partito Repubblicano come al “partito del no”.  In parte, le modalità con cui i democratici decideranno di ricalibrare la propria agenda legislativa dipenderanno dalla performance dei propri candidati la settimana prossima. I democratici più a rischio, infatti, sono quelli più moderati. Il che significa che una grossa vittoria repubblicana renderebbe il Partito Democratico più limitato in numero, ma più coeso su posizioni progressiste, mentre un improbabile recupero democratico in zona cesarini equivarrebbe a un Partito Democratico più numeroso ma più frammentato, in cui in tanti si considerano conservatori e in disaccordo con il presidente.

Qualunque siano i risultati del voto, e nonostante vadano considerati un verdetto solo parziale sulla condizione politica degli Stati Uniti, le elezioni di martedì avranno comunque conseguenze di lungo periodo e costringeranno i due partiti maggiori a confrontarsi, entrambi, con una base di elettori sempre più irrequieta.

Il GOP dovrà cercare di incorporare e simultaneamente domare il Tea Party, approfittando dell’appeal popolare di questo movimento per raggiungere quei gruppi di elettori delusi dai politici tradizionali, ma assicurandosi che le sue manifestazioni più estreme, che spaventano i repubblicani moderati, siano marginalizzate. I democratici, intanto, dovranno fare in conti con dati elettorali come quelli che emergono da un sondaggio di New York Times/CBS. Pare, infatti, che, in questo ciclo elettorale, il partito del presidente abbia perso il proprio tradizionale vantaggio con le elettrici donne, i cattolici, i lavoratori e gli indipendenti. Se, come previsto, le donne voteranno in maggioranza per i candidati repubblicani alla Camera, sarebbe questa la prima volta dal 1982.

Per finire, una nota importante sull’accuratezza dei sondaggi, su cui sono fondate tante delle riflessioni che si leggono in questi giorni: Nate Silver ci avverte che spostare anche solo di due punti percentuali le previsioni di voto in favore dei repubblicani o dei democratici cambia significativamente i modelli statistici. Se l’elettorato dovesse, martedì, concedere due punti percentuali in più di quelli previsti ai democratici, il partito dell’asinello manterrebbe la maggioranza anche alla Camera. Due punti percentuali in più per i repubblicani, invece, e il GOP conquisterebbe 65 seggi, non 53 come predetto dal modello di Silver.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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