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Economia e carrozzone elettorale, una contraddizione in termini

ottobre 22, 2010

Washington D.C. – In tempi di campagna elettorale, le realtà economiche, che si tratti delle condizioni in cui versa il paese o dell’impatto dei programmi del governo o della praticità delle proposte dell’opposizione, vengono messe da parte dai candidati per fare spazio a una conversazione superficiale e populista, e a un’opera di disinformazione volta semplicemente a creare entusiasmo tra gli elettori.

Così, a poco più di una settimana dal voto del due novembre, i politici americani, sia in casa repubblicana che democratica, si dedicano, con grande impegno, a una performance degna del teatro dell’assurdo. “Per ora non si intravede nessun esempio di quell’onestà sfacciata di cui abbiamo bisogno per poter discutere davvero dei cambiamenti necessari a risolvere questa situazione”, ha dichiarato al New York Times Maya MacGuineas, presidente del Committee for a Responsible Federal Budget, un’organizzazione non-governativa con sede a Washington D.C.. Si prevede che, quest’anno, il bilancio del governo americano arriverà a toccare un deficit storico di oltre 1,3 trilioni di dollari mentre il debito nazionale supererà i 13,7 trilioni. Considerata la difficile ripresa economica e un tasso di disoccupazione che rimane bloccato oltre il 9,5%, la situazione meriterebbe davvero un po’ di quell’onestà intellettuale di cui parla MacGuineas. Invece, i calcoli elettorali dei due partiti hanno preso il sopravvento sulla razionalità.

I repubblicani sembrano destinati a ottenere una vittoria importante nelle midterm di quest’anno, dopo essersi ingraziati gli elettori moderati e conservatori con una proposta che promette un misto di austerità e diminuzione del carico fiscale. In un contratto con la nazione intitolato “Pledge to America”, una riedizione del più famoso “Contract with America” del 1994, ideato da Newt Gingrich nell’anno in cui il GOP riuscì a riprendere il controllo della Camera dopo oltre quattro decenni di maggioranze democratiche, la leadership repubblicana si è impegnata, se vittoriosa, a congelare la spesa pubblica ai livelli del 2008, a abrogare la riforma sanitaria approvata da questo Congresso (o perlomeno a privarla dei fondi necessari al suo funzionamento) e a estendere i tagli alle tasse approvati dall’Amministrazione Bush nel 2006 e in scadenza questo dicembre.
Per quanto possa apparire attraente a un elettorato spaventato dalla crisi economica che non passa, questa proposta elettorale è piena di contraddizioni e la sua implementazione a dir poco improbabile. Non a caso, nessun candidato del GOP sta offrendo indicazioni pratiche sulle dimensioni e la direzione dei tagli che intende sostenere, una volta eletto, al fine di mantenere le promesse fatte nel “Pledge”.

Ad esempio, l’idea di limitare la spesa pubblica ai livelli del 2008 costringerebbe a tagli di oltre 100 miliardi di dollari, che, secondo diverse stime, equivarrebbero al 20% dei fondi erogati a ministeri come istruzione, trasporti, interni, commercio e energia. Si tratta, storicamente, di un approccio impraticabile.

La proposta di rivedere la riforma sanitaria dell’Amministrazione Obama presenta problematiche non meno complesse. Da un lato, infatti, non sarà facile per i repubblicani, anche se dovessero riconquistare la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, revocare il testo di legge nella sua interezza. Il GOP potrà, invece, abrogare le direttive meno popolari della riforma che, però, sono anche quelle che la rendono sostenibile a livello economico.  Ad esempio, l’obbligo per tutti gli americani di procurarsi una copertura assicurativa sanitaria, che entrerà in vigore nel 2014, è tra i punti della riforma che i repubblicani intendono eliminare. Eppure è anche uno dei cardini necessari a finanziare l’implementazione della legge.

Infatti, le compagnie assicurative potranno permettersi di coprire anche i pazienti più a rischio, ai quali al momento viene spesso negato l’accesso a una polizza, solo se il numero complessivo di clienti che contribuiscono al sistema aumenta. Ragion per cui il Presidente Obama ha insistito perché tutti gli americani vengano obbligati a assicurarsi. Senza questo obbligo, i costi della legge diventerebbero esorbitanti. In generale, si calcola che l’approccio repubblicano alla riforma sanitaria farebbe aumentare il deficit di circa 100 miliardi di dollari in dieci anni.

Mentre promettono di ridurre il debito, i repubblicani si impegnano anche a non alzare il carico fiscale, anzi, a estendere indefinitamente i tagli alle tasse dell’Amministrazione Bush.  Se approvata, questa proposta farebbe crescere il deficit di quattro trilioni di dollari in dieci anni (l’idea democratica di estendere i tagli alle tasse solo per le famiglie con un reddito annuo inferiore ai 250.000 dollari costerebbe una cifra comunque astronomica, intorno ai tre trilioni di dollari).

Se i repubblicani sono tutto fumo e niente arrosto, il Partito Democratico, invece, è sempre più diviso al proprio interno e non riesce a trovare un minimo di accordo nemmeno sui principi economici fondanti la propria filosofia politica. Tradizionalmente, i democratici sono stati i rappresentanti di un approccio di tipo keynesiano, secondo cui l’intervento pubblico è utilizzato per riequilibrare l’economia durante una recessione.
In parte, l’Amministrazione Obama ha applicato questa visione quando, appena insediata nel 2009, ha fatto passare un pacchetto di stimolo economico del valore di 787 miliardi di dollari. Per quanto non abbia ottenuto tutti gli effetti desiderati, esiste un consenso, ampiamente condiviso tra i più rinomati economisti di tendenze liberal, sul fatto che l’intervento del governo ha, perlomeno, evitato che l’economia precipitasse in una depressione in stille anni trenta, riportandola invece verso una ripresa, seppur molto lenta.

Addirittura, economisti del calibro di Joseph Stiglitz e Paul Krugman (entrambi premi Nobel), continuano a insistere che lo stimolo avrebbe dovuto essere più cospicuo e che, siccome questa prima iniezione di denaro pubblico non si è rivelata sufficiente, il governo dovrebbe far passare una seconda manovra dello stesso tipo.

Questa prospettiva si perde, completamente, a livello elettorale, dove le posizioni prese dai democratici sono di tutt’altro tenore. Dovendo confrontarsi con un elettorato che non ha apprezzato i risultati dell’intervento governativo, che è stato efficacie ma poco visibile, i candidati democratici stanno cercando disperatamente di distanziarsi dalle politiche economiche dell’Amministrazione Obama, in particolare coloro che si trovano a competere con avversari repubblicani aggressivi in distretti moderati e conservatori. Finisce così che, spesso, i democratici attacchino l’Amministrazione Obama con la ferocia tipica dei repubblicani.

Adottando questo atteggiamento auto-lesionista, i democratici fanno un favore ai repubblicani, che finiranno per vincere nonostante la loro proposta elettorale sia, forse populista, ma certamente poco praticabile. Del resto, è difficile pensare che un partito che non riesce a difendere il proprio record di governo dalle critiche, ma anzi che sceglie di rinnegare la paternità dei propri successi quasi fosse l’opposizione, possa davvero convincere l’elettorato a concedergli una seconda possibilità.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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