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Americani critici con Sarkozy

ottobre 22, 2010

Pubblicato originariamente su Glocus Webmagazine

Washington D.C. – Che ci sia rivalità tra gli Stati Uniti e la Francia, su questioni di orgoglio nazionale e su quale tra i due paesi debba essere considerato il faro mondiale della libertà e dei diritti umani, è cosa nota. Non deve dunque sorprendere che la decisione del Presidente francese Nicolas Sarkozy di procedere con la chiusura di oltre 150 tendopoli illegali abitate da immigrati di origine rom, provenienti in particolare da Bulgaria e Romania, e di espellere migliaia di costoro dal paese, perché, ha detto Sarkozy, questi campi si trasformano in “fonti di traffici illeciti, in condizioni di vita profondamente deprecabili e in sfruttamento dei bambini, della prostituzione e della delinquenza”, sia stata accolta in America da molte critiche e un certo compiacimento.

Jack Greenberg, professore alla Columbia University Law School e tra i personaggi più carismatici del movimento per l’uguaglianza dei diritti dei neri americani negli Stati Uniti (nel 1954, Greenberg fu tra gli avvocati nel processo Brown vs. Board of Education, in cui la Corte Suprema stabilì che la segregazione su base razziale praticata fino ad allora nelle scuole del paese era incostituzionale), si occupa delle popolazioni rom europee da decenni. Di recente, Greenberg ha dichiarato che “la discriminazione praticata in Europa oggi contro i Rom è da considerarsi peggiore dell’oppressione che la segregazione imponeva sui neri americani prima che prendesse piede la rivoluzione per i diritti civili degli anni sessanta”.
Secondo Greenberg, la mossa del Presidente Sarkozy va a aggiungersi a una lunga serie di campagne anti-Rom, che, naturalmente, raggiunsero un picco indicibile durante la Seconda Guerra mondiale, quando centinaia di migliaia furono sterminati dai nazisti. Da allora, sostiene Greenberg, questa popolazione, originaria dell’India settentrionale, misteriosamente migrata verso l’est europeo nel quindicesimo secolo e poi costretta in schiavitù dalle popolazioni locali fino all’inizio del 1800, ha continuato a essere perseguitata, e privata dell’accesso all’istruzione, alla sanità, al mondo del lavoro.

In questo contesto già drammatico, la decisione di Sarkozy di rispedire i Rom verso i loro paesi di origine nell’Est Europa, dove soffrono di ancor peggiori forme di discriminazione che in Francia, non fa che mettere ulteriormente a repentaglio le vite di questi individui e il futuro di questa comunità. Ad attenderli, infatti, non ci sono opportunità, ma solo “segregazione a scuola, livelli di disoccupazione attorno al 100%, strutture abitative miserabili, spesso senza porte, finestre e tubature, e violenza neo-nazista”.

Per Bernard Rorke, che si occupa di Rom per conto dell’organizzazione Open Society, fondata dall’investitore americano George Soros, questa comunità è vittima di una forma di “apartheid non dichiarato”.
Al di là della reazione costernata di chi si occupa di diritti umani, la decisione di Sarkozy, che non è stata commentata ufficialmente dai rappresentanti del Governo americano, è stata vista, da osservatori e giornalisti statunitensi, in termini pragmatici.

Lo scopo prettamente elettorale di questa manovra politica di Sarkozy non è sfuggito a nessuno. Mira Kamdar, senior fellow del World Policy Institute di New York (che al momento risiede a Parigi dove tiene un corso a Sciences-Po), ha parlato della motivazione di Sarkozy come di “un calcolo politico fatto a sangue freddo”, basato sulla considerazione che il presidente francese è obbligato a conquistare il voto degli elettori dell’estrema destra se vuole essere rieletto nelle elezioni presidenziali del 2012.

La volontà di procedere con l’espulsione forzata di migliaia di Rom dalla Francia è stata anche interpretata nella cornice più ampia dell’ondata di populismo razzista e anti-immigrazione che sta attraversando l’Europa tutta, in particolare negli ultimi anni, da quando l’economia del continente ha cominciato a registrare i primi segni di crisi.
Sara Miller Llana del Christian Science Monitor tira le somme. Anche solo prendendo in considerazione gli sviluppi delle ultime settimane, bisogna notare come la Svezia abbia mandato in parlamento un partito anti-immigrazione fin qui marginale; come la Gran Bretagna abbia imposto un tetto al numero di immigrati non-europei che possono entrare nel paese; come il partito di maggioranza in Danimarca abbia proposto di ridurre il salario minimo per gli immigrati a un livello pari alla metà di quello garantito ai danesi; e come un partito che vuole bloccare l’immigrazione di persone di fede musulmana sia ora entrato a far parte della coalizione di governo in Olanda. Tutto questo senza contare che una serie di paesi europei, fra cui la Francia e il Belgio, si sono attrezzati negli ultimi mesi per rendere illegale l’uso del burqa (o niqab) e che l’Italia ha deciso ora di seguire l’esempio della Francia nella persecuzione dei residenti di origine rom.

Pur riconoscendo che la mossa francese va considerata parte di una ondata diffusa di sentimenti anti-immigrazione, gli osservatori americani si trovano per lo più d’accordo nel sottolineare che la decisione di Sarkozy avrà delle conseguenze particolarmente negative. Per ragioni di interesse politico personale e di temperamento, Sarkozy sta causando nuove divisioni all’interno di un’Unione Europea già poco coesa, oltre a danneggiare gravemente la propria reputazione all’estero, costruita con grande pazienza in anni di presenzialismo internazionale. Inoltre, con la decisione di espellere migliaia di Rom che sono effettivamente cittadini europei, la Francia sta mettendo a rischio uno dei principi fondanti la UE, ovvero che i circa 500 milioni di cittadini dei 27 paesi membri hanno diritto a muoversi liberamente all’interno dei suoi confini.

Anche guardando a questa vicenda in termini esclusivamente pragmatici, senza tenere conto delle accuse, non infondate, che il Governo francese abbia sostanzialmente violato una serie di diritti costituzionali europei, verrebbe voglia di chiedere a Sarkozy se il gioco vale davvero la candela.

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