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Stati Uniti e il dilemma dell’immigrazione

settembre 20, 2010

Washington D.C. – Cresce, negli Stati Uniti come in Europa, la fobia degli immigrati clandestini. Mentre l’America attende invano che il governo arrivi a una riforma comprensiva delle leggi sull’immigrazione (esiste già una proposta, la quale però è ferma al Congresso dal 2006), che modifichi in maniera coerente i termini che regolano i flussi migratori verso gli Stati Uniti, la questione dell’illegalità diventa, ogni giorno di più, un tema centrale della campagna elettorale per le elezioni midterm di novembre, in cui gli elettori americani saranno chiamati alle urne per rinnovare l’intera composizione della Camera e parte del Senato. La paura dei clandestini si sta spargendo a macchia d’olio nonostante, in realtà, l’Amministrazione Obama abbia notevolmente irrigidito i meccanismi di controllo sull’immigrazione e abbia aumentato grandemente il numero di deportazioni. Inoltre, paradossalmente, il numero di immigrati che entrano illegalmente negli Stati Uniti è in calo netto, così come il numero di coloro che risiedono nel paese senza alcun visto o permesso di soggiorno.
Uno studio pubblicato di recente dal Pew Hispanic Center, un’organizzazione non-partisan che si occupa di ricerche statistiche, rivela che una media annuale di circa 300.000 immigrati sono entrati clandestinamente negli Stati Uniti tra il marzo 2007 e il marzo 2009. Si tratta questo di un declino di quasi due terzi rispetto ai numeri registrati tra il 2000 e il 2005, quando 850.000 persone in media attraversavano il confine illegalmente ogni anno. È in calo anche il numero di clandestini che vivono permanentemente negli Stati Uniti. Si stima che, nel 2009, circa 11,1 milioni di persone risiedevano nel paese senza permesso, ovvero l’8% in meno rispetto al picco storico di 12 milioni toccato nel 2007.
È quanto mai probabile che questo crollo sia stato causato, soprattutto, dalla profonda e prolungata crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti negli ultimi anni, con il conseguente aumento della disoccupazione, fattori che senz’altro hanno scoraggiato l’arrivo di nuovi flussi migratori e, al contempo, incoraggiato la partenza di molti clandestini che si trovavano già sul suolo statunitense.
È vero anche che, contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, l’Amministrazione Obama ha irrigidito le politiche sull’immigrazione,  aumentando il numero e la frequenza dei controlli, seppur con strategie diverse da quelle perseguite ai tempi della presidenza di George W. Bush.
Obama si è, fin qui, mosso in due direzioni.
Da un lato, l’Amministrazione ha deciso di abbandonare progressivamente i notori rastrellamenti, autorizzati da Bush e condotti dalle forze dell’ordine, in quei luoghi di lavoro in cui si sospettava la presenza di immigrati illegali, rastrellamenti durante i quali i clandestini venivano arrestati, incarcerati e infine deportati. Invece, Obama ha deciso di affidarsi a controlli sempre più  stringenti condotti dal fisco su quei datori di lavoro sospettati di impiegare illegalmente immigrati senza permesso di soggiorno. Il Department of Homeland Security-DHS calcola che il ritmo di controlli fiscali sulle aziende sia quadruplicato rispetto all’ultimo anno della presidenza Bush, avendo portato a termine la revisione della documentazione di 2.875 imprese e avendo imposto un totale di 6,4 milioni di dollari in multe. Nello stesso periodo di tempo, solo 765 lavoratori clandestini sarebbero stati arrestati durante incursioni delle forze dell’ordine sui posti di lavoro, contro i 5.100 presi nel 2008.
Con questo tipo di approccio, il governo spera di scoraggiare le aziende americane che impiegano immigrati illegali, mettendo così un freno anche alle pratiche di sfruttamento economico (stipendi insufficienti, niente assistenza sanitaria, niente pensione) a cui vengono spesso soggiogati i lavoratori che sono negli Stati Uniti clandestinamente.
L’Amministrazione Obama ha anche deciso di prolungare un esperimento del DHS lanciato durante la presidenza di Bush e conosciuto come E-Verify. I datori di lavoro possono verificare, attraverso questo sistema, che il numero di sicurezza sociale presentato loro da lavoratori che fanno domanda per un posto corrisponda alle informazioni contenute nei record ufficiali della Social Security Administration (la quale gestisce i numeri di sicurezza sociale, in sostanza l’equivalente del nostro codice fiscale), così da capire immediatamente se il lavoratore in questione è in possesso davvero di un permesso di soggiorno valido.
Dall’altro lato, il governo americano sta implementando un programma, conosciuto con il nome di Secure Communities, che si pone come obbiettivo quello di deportare con più efficienza gli immigrati clandestini che si siano resi colpevoli di un qualche reato secondo la legge americana. Succede, così, che le impronte digitali degli immigrati che, per qualsiasi ragione, sono arrestati dalle forze dell’ordine, vengono sottoposte immediatamente ai controlli incrociati della Immigration and Customs Enforcement – ICE  (l’agenzia del governo incaricata della sicurezza dei confini statunitensi). Coloro che non hanno un permesso di soggiorno vengono immediatamente rimpatriati. Secondo stime rilasciate da DHS, questo sistema sarebbe stato in grado di identificare, fin qui, 240.000 immigrati illegali colpevoli di reati, di cui 30.000 sarebbero già stati deportati.
ICE ha in programma di deportare un totale di circa 400.000 persone durante l’anno fiscale in corso, il che rappresenterebbe un incremento del 10% circa rispetto ai numeri ottenuti dall’Amministrazione Bush nel 2008, e del 25% rispetto al 2007.
Infine, Obama ha deciso di inviare 1.200 soldati della Guardia Nazionale al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Il primo contingente di militari è arrivato a inizio agosto.
Questa strategia aggressiva adottata dall’Amministrazione Obama risponde a necessità che sono, talvolta, contraddittorie. Da un lato, il presidente vuole mostrarsi duro sul tema dell’immigrazione, sperando così di convincere i repubblicani a concedergli qualcosa in cambio, ad esempio la disponibilità a discutere una riforma comprensiva delle leggi sull’immigrazione. Dall’altro, Obama spera anche, mostrando al paese di essere pronto a deportare i clandestini che abbiano avuto problemi con la legge, di rassicurare la popolazione americana sulla sicurezza della nazione, e di poter allentare così i controlli su coloro che, durante i propri soggiorni non autorizzati negli Stati Uniti, si comportano in maniera (per il resto) rispettosa della legge.
Parte della riforma voluta dai democratici, infatti, su cui i repubblicani si rifiutano di trovare un compromesso, prevederebbe una serie di nuove aperture legali che consentirebbero ai circa 11 milioni di immigrati clandestini che si trovano sul territorio americano oggi di ottenere, in un modo o nell’altro, un permesso di soggiorno subito e, in futuro, anche la cittadinanza statunitense. Fra le proposte più recenti vi è quella del Dream Act (Development, Relief and Education for Alien Minors Act), lanciata dai democratici l’anno passato. Questa legge offrirebbe un permesso di soggiorno di sei anni, che può poi essere convertito in uno permanente, agli studenti delle scuole superiori americane che siano arrivati nel paese illegalmente, portati dai genitori quando ancora erano minori, e che, nei sei anni a disposizione, siano intenzionati a ottenere un titolo di studio universitario. L’Amministrazione Obama vorrebbe inoltre espandere il cosiddetto Guest Workers Program, proposta  già sostenuta da George W. Bush, che consentirebbe alle aziende americane di sponsorizzare un visto triennale per i lavoratori non specializzati che siano impiegati nei settori agricolo e industriale.
Nonostante gli sforzi dell’Amministrazione, e nonostante, come si è visto, il numero di clandestini che risiedono in America o che vi arrivano illegalmente sia in netto calo, il Presidente Obama non solo non pare in grado di convincere il Congresso a far passare una legge comprensiva sull’immigrazione, ma è anche sotto il fuoco incrociato sia dei conservatori che dei progressisti.
La destra americana si lamenta del fatto che l’amministrazione è troppo soft sulla questione illegalità, la sinistra si preoccupa invece della violazione dei diritti degli immigrati.
In particolare il programma Secure Communities è guardato con un certo sospetto dai liberal americani in quanto pericolosamente simile alla legge recentemente approvata in Arizona (la SB-1070), la quale impone alle forze dell’ordine locali il dovere di controllare i documenti di immigrazione di chiunque sia fermato in flagranza di reato.
L’Amministrazione Obama ha fatto ricorso contro questa legge, sulla base del fatto che l’Arizona violerebbe così il potere, esclusivamente federale, di regolare le attività di confine e i flussi migratori, e la legge è stata, per il momento, sospesa da un giudice.
Eppure, leggi simili a quella dell’Arizona sono già state proposte in altri venti stati dell’Unione, e molti candidati alle elezioni midterm di novembre, soprattutto repubblicani, ma non solo, stanno spingendo sulla questione immigrazione in quanto estremamente popolare a livello dell’elettorato, in particolare tra le fila del sempre più influente Tea Party Movement. Tra i conservatori c’è addirittura chi vorrebbe modificare una clausola del 14mo Emendamento della Costituzione americana, privando i figli di immigrati clandestini del diritto alla cittadinanza, che al momento viene concessa automaticamente a tutti i bambini nati sul suolo statunitense.
Mentre continuano all’infinto le diatribe tra democratici e repubblicani, a questo punto è sempre più probabile che, invece, sia una seconda fase di recessione economica, che sembra destinata a colpire gli Stati Uniti nei prossimi mesi, a risolvere la questione in maniera definitiva, convincendo un numero ancor più grande di stranieri a starsene, o a tornarsene, a casa di propria sponte.

Pubblicato originariamente su Glocus Web Magazine

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