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Haiti: il passato e il futuro si scontrano

settembre 17, 2010

Port-au-Prince, HAITI – Sono passati oltre nove mesi dal terremoto che, il 12 gennaio scorso, ha colpito Haiti devastandone la capitale Port-au-Prince. Il sisma ha ucciso in pochi istanti quasi 250.000 persone e ha provocato danni, spesso irreparabili, agli edifici e alle infrastrutture già carenti di questa città caraibica. Oggi, un paese ancora molto scosso si prepara alle elezioni presidenziali previste per il 28 novembre, in cui gli elettori saranno chiamati alle urne per eleggere il successore del Presidente René Préval, il quale sta arrivando al termine del secondo mandato e dunque non è più autorizzato a ricandidarsi.
Alcuni osservatori locali e internazionali considerano questo un momento cruciale nello sviluppo del paese, un’opportunità unica per costruire un futuro nuovo per Haiti, la cui storia è punteggiata da una serie continua di catastrofi naturali (oltre che dei terremoti, Haiti è regolarmente vittima di violenti uragani) e politiche (corruzione endemica, colpi di stato, dittature feroci, povertà estrema, enorme iniquità sociale, etc.). A fronte di un certo ottimismo, è consigliabile mantenere anche una dose di scetticismo. Haiti, infatti, continua a combattere quotidianamente non solo contro la devastazione causata dal sisma, ma anche contro i fantasmi socio-economici e politici del proprio passato, in particolare la grande disuguaglianza economica tra i pochi ricchi e i molti poveri.
Il terremoto del 12 gennaio si è lasciato alle spalle un paesaggio desolante di morte e distruzione. Montagne di macerie ricoprivano ogni angolo di Port-au-Prince (e delle vicine città di Leogane e Petite Goave), decine di migliaia di corpi intrappolati, per giorni, sotto di esse. Oggi, rimossi ormai quasi tutti i cadaveri (anche se è certo che ce ne siano ancora, seppelliti nei punti più inaccessibili delle macerie), il governo locale e la comunità internazionale stanno lavorando allo sgombero delle tonnellate di detriti che ancora coprono la città, ma con una lentezza a dir poco esasperante.
Di recente, l’Associated Press ha scritto che, fin qui, solo il 2% delle macerie è stato davvero rimosso. Anche se è sostanzialmente impossibile verificare l’esattezza di questa cifra, basta un colpo d’occhio per rendersi conto che, in effetti, i progressi fatti con le operazioni di pulizia sono quantomeno limitati. Le ragioni di questa performance deludente sono molteplici. Fatto è che la città rimane avvolta nei detriti, costellata, inoltre, dei relitti pericolanti di quegli edifici che, pur non essendo crollati, sono stati così gravemente danneggiati da non essere più abitabili, e nemmeno riparabili. Eppure, nessuno pare volersi prendere la responsabilità di raderli al suolo. Per poter procedere alla loro demolizione, infatti, il governo, o le organizzazioni internazionali che operano per suo conto, devono ottenere il permesso dei relativi proprietari, i quali sono spesso irraggiungibili, perché difficili da identificare, perché altrove, o semplicemente perché non particolarmente interessati al futuro di tali proprietà.
A sentire parlare i rappresentanti di alcune delle migliaia di organizzazioni non-governative e istituzioni internazionali attive oggi a Haiti, proprio la questione della proprietà degli immobili, e delle terre sui cui sono o erano costruiti, rappresenta oggi l’ostacolo maggiore allo sviluppo futuro del paese.
Il piano del governo di Haiti e della comunità internazionale è, in teoria, di incoraggiare i cittadini rimasti senza casa dopo il terremoto a non considerare le tendopoli come una sistemazione permanente, bensì a rientrare lentamente in quelle che erano le proprie abitazioni, così da riabilitarle e così da ricreare le comunità che formavano la spina dorsale di questa città. Per facilitare questo processo, si stanno ideando meccanismi economici che funzionino da incentivi affinché gli abitanti di Port-au-Prince prendano parte alla fase della ricostruzione.
In pratica, però, questo progetto si scontra con una realtà economica e sociale in cui la proprietà degli immobili era, prima del terremoto, nelle mani di pochissimi. Si stima, infatti, che solo il 20% dei residenti dell’area metropolitana di Haiti sia composta di proprietari, contro l’80% della popolazione che viveva, al massimo, in un alloggio in affitto, su cui ora non può rivendicare alcun diritto legale. Questo complica enormemente la creazione di incentivi economici, visto che è proprio l’80% di inquilini meno abbienti a popolare i campi profughi, mentre è il 20% di proprietari benestanti a avere, almeno in teoria, il diritto legale agli aiuti economici destinati alla ricostruzione e alla riabilitazione di quelli che sono i loro immobili e terreni.
L’enorme disparità economica che caratterizza la società haitiana da sempre, tra un’elite minuscola ma ricchissima e i milioni di persone che vivono in povertà, continua, dunque, a minacciare il futuro del paese. Le ricchezze di Haiti rimangono fermamente nelle mani di pochi, che spesso hanno un doppio passaporto haitiano/americano e vivono tra Port-au-Prince, Miami e New York.
Coloro che rimangono, soffocati nella sporcizia e nella calca delle tendopoli sovraffollate del dopo-terremoto, sono i diseredati, nulla tenenti e spesso semi-analfabeti, gente che, lottando ogni giorno per la mera sopravvivenza, non dispone certo delle risorse necessarie a costruire un futuro migliore per se stessi e per il proprio paese.
Forse è vero che Haiti gode oggi di un’opportunità unica per ripensare la propria struttura economica e sociale in maniera radicalmente diversa, e per garantirsi un futuro più luminoso. Le forze del passato, però, non sono state spazzate via dal terremoto del 12 gennaio, e continuano a costituire la dura realtà con cui sia la gente di Haiti che la comunità internazionale sono obbligate a confrontarsi mentre pianificano la ricostruzione.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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