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La rincorsa dei democratici

settembre 10, 2010

Washington D.C. – A meno di due mesi dalle elezioni midterm previste per il 2 novembre, in cui gli elettori americani saranno chiamati alle urne per rinnovare la composizione di tutta la Camera dei Deputati e di parte del Senato, il futuro del Partito Democratico è quanto mai incerto, schiacciato tra un’economia che fatica a riprendersi e un movimento conservatore in crescita costante. Il rischio, sempre più palpabile, è che il partito del Presidente Barack Obama possa perdere la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Un’eventualità, questa, che trasformerebbe gli ultimi due anni dell’Amministrazione Obama in una lunga campagna elettorale per le presidenziali del 2012 e che renderebbe nulla la capacità del governo, diviso tra una Casa Bianca democratica e un Congresso repubblicano, di implementare quelle misure fiscali che sono necessarie a far ripartire l’economia e, di conseguenza, l’occupazione.
I più recenti indicatori della performance economica degli Stati Uniti sono quanto meno preoccupanti.  A inizio mese sono stati resi pubblici i dati che riguardano il livello di occupazione per il mese agosto. Il tasso di disoccupazione in America è cresciuto dello 0,1%, salendo dal 9,5% di luglio al 9,6% del mese scorso. L’impiego pubblico ha subito un calo netto di posti di lavoro (causato, in gran parte, dalla terminazione dei tanti contratti che erano stati firmati dal governo quando, all’inizio dell’anno, si è trovato nella posizione di assumere lavoratori a tempo determinato per condurre le operazioni di ricerca e analisi del Censo 2010). Nonostante il settore privato abbia creato 67,000 nuovi posti di lavoro, l’economia ha, complessivamente, registrato una perdita netta di 54,000 unità. Questa settimana sono usciti anche le conclusioni del rapporto Blue Chip Economic Indicators pubblicato da Aspen Publishers, per il quale è stata intervistata una commissione di 50 economisti che ha dichiarato di non prevedere una ripresa vera dell’economia fino almeno alla seconda metà del 2011.
Anche se, in realtà, le responsabilità di questa difficile condizione economica vanno ricercate negli anni che hanno preceduto, anche di molto, l’Amministrazione Obama (vale la pena citare il fatto che, a partire dal 2000, l’economia statunitense è stata in grado di creare solo 3,4 milioni di nuovi posti di lavoro, a fronte di una crescita della popolazione di 29 milioni di abitanti), gli elettori americani danno la colpa delle proprie insoddisfazioni economiche al partito che è al governo oggi.
Una serie di sondaggi usciti nelle ultime settimane sembra non dare scampo ai democratici, mentre il Partito Repubblicano, sostenuto da una grossa mobilitazione della base di attivisti conservatori che si riconoscono, soprattutto a livello fiscale, nel movimento del Tea Party, si prepara a raccogliere i frutti elettorali della recessione.
A inizio settembre, Larry J. Sabato, Direttore del Center for Politics di University of Virginia, ha scritto sul proprio sito web che i repubblicani avrebbero l’opportunità reale di riprendere il controllo della Camera. La stima di Sabato si basa sul fatto che il GOP, a cui servirebbero 39 seggi netti in più per garantirsi la maggioranza dei deputati, pare ora nella posizione di agguantare 47 nuovi seggi (al netto di quelli che i repubblicani potrebbero perdere in alcuni distretti elettorali del Delaware, delle Hawaii e della Louisiana).
Il GOP si starebbe muovendo verso la maggioranza anche al Senato. I repubblicani hanno bisogno di metter mano su 10 seggi in più dei 41 attuali. Secondo Sabato è probabile che, in realtà, riusciranno a conquistare solo 8-9 seggi, dunque un numero non da solo sufficiente al controllo del Senato, ma che lo potrebbe diventare  se i senatori indipendenti e democratici ultra-moderati, tipo Joseph Lieberman del Connecticut e Ben Nelson del Nebraska, che diventerebbero così l’ago della bilancia, decidessero di votare assieme ai repubblicani su questioni di tipo fiscale e sociale.
Risultati simili sono previsti anche da un sondaggio condotto dalla società di statistica Gallup e pubblicato a fine agosto, sondaggio che attribuisce ai repubblicani un vantaggio di 10 punti percentuali in quello che viene chiamato il “generic ballot” (la scheda elettorale generica), ovvero laddove gli elettori fossero chiamati a esprimere la propria preferenza solo in teoria, tra un repubblicano qualsiasi e un democratico qualsiasi. Tra gli intervistati, il 51% ha dichiarato di essere pronto a votare per il candidato repubblicano contro solo il 41% che si dice per il candidato democratico. Si tratta del vantaggio più alto mai registrato da questo tipo di sondaggio, che Gallup conduce da più di sessant’anni.
Inoltre, sempre secondo Gallup, i repubblicani sono in vantaggio di 25 punti percentuali sui democratici per quanto riguarda l’entusiasmo dei propri sostenitori rispetto al voto di novembre (50% a 25%), dato che suggerisce che saranno proprio i repubblicani a recarsi alle urne a frotte, al contrario della storica mobilitazione democratica del 2008 che rese possibile l’elezione di Barack Obama.
Un altro sondaggio, condotto da Kaiser Family Foundation sempre in agosto, offre una spiegazione del perché un’amministrazione che, sulla carta, si è rivelata fin qui molto efficiente in termini legislativi (riforma sanitaria, riforma finanziaria, pacchetto di stimolo economico, etc.), sia però vista con sospetto dagli elettori: pare, infatti, che gli americani non apprezzino l’effetto di alcune delle riforme più importanti approvate dal governo nel corso dell’ultimo anno.  In particolare, nota Kaiser Family Foundation, i successi ottenuti dai democratici in primavera nel convincere gli elettori americani che il passaggio della riforma sanitaria debba essere considerato come un fatto positivo sono sostanzialmente svaniti. Il sostegno per la riforma è crollato di 7 punti percentuali in agosto, scendendo al 43% di approvazione, mentre l’opposizione alla legge è cresciuta del 10%, assestandosi sul 45%.
Il complesso di questi indicatori statistici segnala, secondo Frank Newport di Gallup, la possibilità di una “vera e propria ondata repubblicana nelle elezioni di novembre”. Inoltre, come giustamente ci fa notare Chris Cillizza del Washington Post, “Previsioni disastrose come queste non fanno che peggiorare il problema di immagine dei democratici, a soli sessanta giorni dalle midterm.” La popolarità e l’influenza di personaggi del mondo degli studi statistici quali Larry J. Sabato fanno sì che questi numeri raggiungano velocemente non solo i mass-media, ma anche gli attivisti e i grandi finanziatori di entrambi i partiti.  Di conseguenza, il morale dei sostenitori democratici non fa che peggiorare, dando vita così a un circolo vizioso che fa sì che il partito dell’asinello precipiti sempre più in basso nei sondaggi.
Forse la partita non  è ancora chiusa. I candidati democratici stanno facendo il possibile per recuperare nei sondaggi (e forse con qualche successo: dopo oltre un mese durante il quale Gallup ha registrato un continuo dominio repubblicano nel “generic ballot”, a sorpresa i numeri raccolti questa settimana riposizionerebbero i due partiti in parità con il 46% delle preferenze.) Inoltre, la Casa Bianca sta valutando la possibilità di spingere per nuove, seppur ridimensionate, misure di stimolo economico, investimenti nei settori dei trasporti, delle infrastrutture, della ricerca, nella speranza che questo trend negativo si ribalti (in tutta probabilità i repubblicani bloccheranno l’approvazione di qualsiasi proposta democratica di qui a novembre, visto che è ormai chiaro che, per fini elettorali, non gli conviene collaborare con l’amministrazione).
Ad ogni modo, non c’è dubbio che  il partito dell’asinello sarà costretto a passare questo autunno a rincorrere i repubblicani.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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