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Gli americani abbandonano l’ambiente

luglio 23, 2010

Washington D.C. – Pur essendo riuscito a convincere il Congresso a approvare prima la riforma sanitaria, poi la riforma finanziaria e, ieri, anche l’estensione dei sussidi per i disoccupati che erano scaduti a giugno, il Presidente Obama pare, almeno per il momento, bloccato su altre due questioni fondamentali, promesse centrali della sua campagna elettorale del 2008: una riforma dell’immigrazione e una nuova legislazione sull’energia e sull’ambiente.

Nonostante siano, questi, temi senz’altro rischiosi in termini elettorali (i cittadini americani, a destra e a sinistra, hanno opinioni divergenti in merito e, di conseguenza, i politici di Washington hanno paura a prendere posizione, temendo di inimicarsi parte del proprio elettorato), si era pensato in primavera, al picco della crisi greggio nel Golfo del Messico, che le immagini dell’ininterrotto flusso di petrolio che continuava a fuoriuscire dalla piattaforma Deepwater Horizon della BP, avrebbero finalmente convinto una maggioranza solida di americani, sia tra i membri del Congresso che tra il pubblico, a sostenere con decisione una legge volta a ridurre la dipendenza del paese dal petrolio, a diminuire le emissioni inquinanti e a affrontare per davvero il problema del riscaldamento globale.

Così invece non è stato. Le varie idee proposte nel corso di questi ultimi mesi, fra cui il testo di legge sponsorizzato dai Senatori John Kerry del Massachusetts e Joe Lieberman del Connecticut, continuano a languire al Congresso, progressivamente annacquate per venire incontro ai critici, all’industria energetica, e alle richieste dei repubblicani, che, in particolare al Senato, si rifiutano di accettare il benché minimo compromesso.

Gli Stati Uniti, per quanto gli americani non vogliano pensarci, devono affrontare un duplice problema. Da un lato, la grande quantità di energia consumata quotidianamente dai cittadini e dall’industria (il concetto di risparmio energetico rimane pressoché sconosciuto negli Stati Uniti) contribuisce enormemente al riscaldamento globale. Secondo la NASA, il 2010 ha buone possibilità di diventare l’anno più caldo dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero dal 1880, quando si è cominciato a prendere nota del variare delle temperature.

Dall’altro, il prezzo contenuto dell’energia negli Stati Uniti, in particolare rispetto all’Europa, pur consentendo agli americani di tenere l’aria condizionata al massimo per tutta l’estate, rende la politica estera nazionale ostaggio dei paesi esportatori di petrolio, che guarda caso si concentrano nelle aree politicamente più instabili del pianeta.
Dato ormai per scontato che, per l’elettorato repubblicano, e in realtà anche per gran parte dell’elettorato democratico, la prima questione, ovvero quella del riscaldamento globale, non rappresenta una preoccupazione sufficiente a prendere misure drastiche contro le emissioni inquinanti, alcuni commentatori americani sono convinti che, se vuole davvero trovare il modo di far approvare una legge sull’energia e l’ambiente, il Presidente Obama deve parlare, più chiaramente di quanto non abbia fatto fin qui, dell’impatto che la folle politica energetica attuale ha sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Tra costoro vi è anche Thomas Friedman, il quale, in un editoriale pubblicato mercoledì sul New York Times, consiglia alla Casa Bianca di insistere sul fatto che i repubblicani “preferiscono continuare a inviare soldati americani a combattere il terrorismo nel Medio Oriente, lasciando che quegli stati esportatori di petrolio che agiscono in maniera contraria agli interessi degli Stati Uniti continuino a arricchirsi [e qui si fa fatica a non pensare all’Arabia Saudita], e lasciando che la Cina diventi il leader mondiale di quella che sarà senz’altro l’industria chiave del futuro [quella delle energie alternative], piuttosto che chiedere ai cittadini americani di pagare un po’ di più per la benzina che consumano, o per le emissioni di carbonio che liberano nell’atmosfera”. La conclusione di Friedman è che “se l’OPEC, la Cina e la Russia votassero nelle elezioni americane, sarebbero al 100% per i repubblicani”.

Pur rifiutandosi di spingere per una vera e propria tassa aggiuntiva sulle emissioni inquinanti, misura che risulterebbe estremamente impopolare in America, i democratici hanno comunque cercato di mascherare dietro altre proposte di intervento economico il medesimo principio, ben descritto da David Leonhardt sempre sul New York Times: “Fin che l’energia sporca rimane così poco costosa, la gente continuerà a utilizzarla in quantità illimitate”.

Questa osservazione è stata all’origine del tentativo della leadership democratica alla Camera di portare avanti, l’anno passato, una legislazione fondata su un sistema di cap-and-trade, che facesse aumentare il prezzo delle emissioni inquinanti, e, di conseguenza, funzionasse da incentivo per lo sviluppo su larga scala di altre fonti di energia alternativa. Ma la proposta è stata subito soprannominata dai repubblicani cap-and-tax, nomignolo che l’ha privata di qualsiasi futuro politico e che ha costretto i democratici a moderarne enormemente i contenuti.

Le idee che rimangono in circolazione oggi sono così annacquate e così poco ambiziose che gli ambientalisti sono sempre meno disposti a credere che qualsiasi legge sia meglio di niente, e che anche un testo di legge ridotto al minimo rappresenti comunque un passo nella giusta direzione, e sempre più convinti che, ormai svuotata del suo significato, questa legge non abbia senso, e che il suo passaggio diventerebbe solo l’ennesima scusa per un Congresso che non vuole più trattare l’argomento.

Data la pausa estiva di agosto e la ripresa a settembre, che arriva a soli due mesi dalle elezioni midterm, è difficile immaginare che i senatori e i deputati, preoccupati delle proprie campagne elettorali, siano disposti a insistere su manovre legislative rischiose. Sono in pochi quelli che ancora sperano che questo Congresso sia capace di approvare una legge seria sull’energia e l’ambiente entro dicembre. Considerato inoltre che tutti scommettono su una vittoria repubblicana a novembre, in tutta probabilità il prossimo Congresso avrà ancora più difficoltà a trattare una materia come questa, di cui i rappresentanti del GOP non vogliono occuparsi.
In sostanza, se si vuole pensare al futuro delle energie alternative e alla lotta contro il riscaldamento globale, conviene guardare alla Cina piuttosto che agli Stati Uniti.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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