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Crisi in casa democratica

luglio 16, 2010

Washington D.C. – Il Presidente Obama si è recato giovedì in visita alla città di Holland, in Michigan, per assistere all’inizio dei lavori di costruzione dell’ultima delle nove fabbriche che Compact Power, un’azienda che produce batterie per veicoli elettrici, ha potuto progettare grazie ai fondi stanziati dall’Amministrazione Obama con il pacchetto di stimolo economico.

Obama prosegue così il tour estivo “recovery summer” (estate della ripresa), per pubblicizzare quelle opere pubbliche e private rese possibili dalle politiche economiche del governo, in un momento in cui gli americani non vedono ancora realizzato l’impatto che, almeno in teoria, lo stimolo dovrebbe avere sui tassi di disoccupazione (i quali a livello nazionale rimangono stabili intorno al 9,5% e a Holland si aggirano sul 12%).
Sempre giovedì, il Senato ha approvato in via definitiva la riforma dei mercati finanziari, dopo che i repubblicani Olympia Snowe e Susan Collins del Maine, e Scott Brown del Massachusetts, hanno deciso di votare con i colleghi democratici a favore del testo di legge.

In un anno e mezzo di governo, Obama mette così il sigillo sull’ennesimo successo legislativo, dopo la riforma sanitaria e dopo le misure di intervento pubblico sull’economia e sulla finanza adottate l’anno passato per tamponare il peggio della crisi.

Eppure, nonostante questa serie di vittorie importanti, quella di Obama continua a essere percepita, a destra, a sinistra e al centro, come  una presidenza sull’orlo del fallimento.

Non è semplice intuire le ragioni di questo gap tra i successi legislativi di Obama e l’immagine poco convinta che ne hanno gli elettori americani. John F. Harris and Jim VandeHei di Politico.com suggeriscono qualche spiegazione interessante.

Innanzitutto, nonostante il candidato Obama abbia saputo creato, nella campagna elettorale del 2008, la macchina di pubbliche relazioni meglio oliata della storia (tant’è che in molti temevano un presidente di belle parole ma poca sostanza), il capo di stato Obama si è, invece, rivelato l’opposto: un presidente di notevole iniziativa politica ma, relativamente, di poche parole.

Inoltre, il desiderio di Obama di piacere a tutti, di essere considerato come un leader in grado di superare le divisioni tra democratici, indipendenti e repubblicani, sta ottenendo l’effetto contrario, garantendo che il presidente non piaccia proprio a nessuno. I liberal sono delusi dal fatto che Obama sia disposto a accettare compromessi anche su questioni giudicate fondamentali. I repubblicani, dal canto loro, non sono minimamente addolciti da tali compromessi. E gli indipendenti sono intimoriti dall’approccio aggressivo di Obama quando si tratta di intervento governativo negli affari economici della nazione.

Infine, è  giusto ricordare che Obama è stato eletto in un momento critico della storia americana e che, in gran parte, i problemi che affliggono la sua presidenza non hanno a che vedere direttamente con le mosse di questa Casa Bianca: si pensi alla crisi economica globale, alle guerre in Afghanistan e Iraq, ora anche alla vicenda BP e alla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico.

L’insieme di questi fattori fa sì che Obama non sia più in grado di incantare come durante la campagna elettorale del 2008. Tutt’altro.
Il più recente sondaggio rilasciato da Washington Post/ABC News mostra che 6 americani su dieci hanno perso fiducia nelle capacità del presidente di guidare il paese in questo momento difficile. Solo il 43% degli intervistati dichiara di approvare delle decisioni di Obama in fatto di economia, contro il 54% che si dice insoddisfatto.

Questi dati, confermati anche dai 7 americani su dieci che sono critici del lavoro del Congresso, giustamente preoccupano i democratici in vista delle elezioni midterm. In un’intervista televisiva rilasciata domenica scorsa, la quale ha causato grande scompiglio in casa democratica, il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha ammesso pubblicamente che esiste la possibilità reale che, a novembre, il partito dell’asinello perda la maggioranza alla Camera.

Infuriata dalle dichiarazioni di Gibbs, la leadership democratica della Camera, a partire dal Presidente Nancy Pelosi, ha chiesto immediatamente un incontro con la Casa Bianca, incontro avvenuto in tarda serata mercoledì.
I deputati dell’asinello si sono detti frustrati dall’atteggiamento dell’Amministrazione, accusata di voler rovesciare su di loro la colpa di una eventuale sconfitta democratica a novembre. Inoltre, i deputati democratici si sono lamentati del fatto che la Casa Bianca non si stia mobilitando per aiutarli nei loro sforzi di rielezione, nonostante la disponibilità offerta dal gruppo democratico alla Camera a votare, nell’ultimo anno e mezzo, in maniera talvolta rischiosa dal punto di vista elettorale (ad esempio a favore della controversa riforma sanitaria) pur di portare avanti l’agenda politica di Obama. Per tutta risposta, sostengono i deputati, la Casa Bianca si è fin qui tenuta a distanza dalla campagna elettorale per la Camera, preferendo indirizzare i propri sforzi verso gli ex-colleghi del presidente al Senato.

Queste fratture interne al Partito Democratico, e le affermazioni di Gibbs sulla possibilità che i democratici perdano la maggioranza alla Camera a novembre (da alcuni interpretate come disfattiste, da altri come una mossa calcolata dell’Amministrazione, la quale vuole spaventare gli elettori democratici e così convincerli a recarsi alle urne), ha naturalmente dato nuova energia ai repubblicani, che si sono immediatamente mossi sul fronte della raccolta fondi, cercando di capitalizzare su questo momento favorevole.

Nonostante rimanga un’impresa difficile, è vero che il GOP potrebbe riprendere il controllo della Camera. Ci sono circa 60 seggi democratici a rischio. Per ristabilire una maggioranza conservatrice, i repubblicani hanno bisogno di incrementare la propria presenza rispetto all’assetto odierno di 39 seggi netti.

Si tratterebbe questa più di una sconfitta democratica che di una vera e propria vittoria repubblicana. Il GOP, infatti, continua a avere enormi problemi di immagine tra gli elettori americani e la sua dose di divisioni interne (basti pensare al movimento del Tea Party). Se è vero che nel sondaggio di Washington Post/ABC News, solo il 32% degli intervistati dichiara di avere fiducia nelle decisioni prese dai democratici al Congresso, l’ancor più risicato 26% si dice pronto a fidarsi delle scelte del GOP.

Quello che è certo è che, dopo gli entusiasmi del 2008, la politica americana non gode oggi di buona salute, ma soffre invece di disillusione e di un certo grado di intolleranza da parte dell’elettorato rispetto a quasi tutti i politici di professione. Questo è vero sia per il Partito Repubblicano che per il Partito Democratico, il quale, però, essendo partito di governo, è destinato a pagarne le conseguenze.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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