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Eppur si muove – il governo USA e l’incidente petrolifero nel Golfo del Messico

Mag 14, 2010

Washington D.C. – Mentre al largo delle coste della Louisiana continua a allargarsi la macchia di petrolio causata dall’esplosione, lo scorso 20 aprile, della piattaforma Deepwater Horizon in concessione alla British Petroleum-BP, a Washington si comincia a discutere di cause, responsabilità e costi, e di nuove iniziative politiche che possano garantire, in futuro, maggiore sicurezza nell’estrazione del greggio e maggiori riserve di fondi per poter intervenire nel caso si verificasse un altro incidente del genere. Vista la gravità dell’accaduto, sono in gioco molti milioni, addirittura miliardi, di dollari, e non c’è da stupirsi che, per il momento, non si sia raggiunto alcun accordo.

Ancora non si conoscono le cause dell’incidente, ma una scoperta fatta dall’Onorevole Bart Stupak, che presiede il sottocomitato della Camera per la Sorveglianza e le Inchieste, proverebbe che il cosiddetto blowout preventer (BOP), ovvero una grossa valvola di sicurezza posta alla base del pozzo che sarebbe dovuta entrare in funzione nel momento in cui si  verificata la prima fuoriuscita di greggio, sarebbe stato difettoso a causa di una perdita di liquidi e di una batteria scaduta.

Per il momento si tratta solo di ipotesi, ma considerato che una volta determinata con esattezza la causa dell’incidente si arriverebbe anche a individuarne i responsabili, i massimi dirigenti delle tre società coinvolte nella gestione della piattaforma, ovvero BP, Transocean Ltd. e Halliburton, si sono presentati al Congresso lunedì con l’intento esplicito di giocare d’anticipo, incolpandosi apertamente l’un l’altro.

Approfittando della scoperta del malfunzionamento del BOP, costruito e operato da Transocean, il presidente di BP America Lamar McKay ha dichiarato nella propria testimonianza al Congresso: “Transocean, in quanto proprietario e operatore della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, era responsabile per la sicurezza delle operazioni di estrazione”. Naturalmente, il CEO di Transocean Steven Newman si è detto per nulla d’accordo. Rifiutando l’ipotesi che il malfunzionamento del BOP possa essere stato all’origine dell’esplosione, Newman ha sostenuto che la causa dell’incidente va ricercata “in un’improvvisa e catastrofica rottura” della struttura di cemento che ricopre le fondamenta del pozzo, e su cui si erano appena conclusi lavori di rafforzamento. La compagnia responsabile per il cemento, che sarebbe da ritenersi responsabile in questo caso, Halliburton. Tim Probert, che dirige l’ufficio di sicurezza, salute e ambiente della società, per completare il ciclo di reciproche accuse ha dichiarato nella propria testimonianza di martedì che “Halliburtonè obbligata per contratto a rispettare le istruzioni dategli dalla concessionaria del pozzo”, quindi BP, e che in ogni caso se il BOP costruito da Transocean avesse funzionato a dovere, “questa catastrofe non sarebbe mai successa”. Insomma, un cane che si morde la coda.

Una legge del 1990 stabilisce che la concessionaria del pozzo, in questo caso BP, ha l’obbligo di ripagare nella loro interezza i costi per la ripulitura della fuoriuscita. Anadarko Petroleum e Matsui Oil Exploration, che controllano il 35% della concessione per l’utilizzo della piattaforma, sarebbero responsabili per tale percentuale. Per quanto riguarda i danni indiretti dell’esplosione (come ad esempio la perdita di introiti sofferta dalle industrie turistica e ittica), BP e co. hanno l’obbligo di rimborsare le vittime fino a un massimo di 75 milioni di dollari. Oltre questa cifra, e fino a un tetto di un miliardo di dollari, i danni verrebbero compensati attingendo all’Oil Spill Liability Trust Fund, una riserva pubblica di denaro che viene finanziata con una tassa sulle compagnie petrolifere.
Fin qui, BP America si è detta disposta a ripagare sia i costi della ripulitura che i danni subiti dalle industrie e dai lavoratori della zona, anche in eccesso del tetto di 75 milioni di dollari. Il direttore del National Pollution Funds Center della Guardia Costiera Craig Bennett ha stimato che, a mercoledì mattina, la BP avrebbe ricevuto 6.414 richieste di danni e avrebbe rimborsato tutti, per un totale di 2,5 milioni di dollari. Al contempo, il presidente di BP America Lamar McKay ha più volte reiterato, durante la testimonianza al Congresso, la disponibilità della propria società a rimborsare tutte le richieste di danni “legittime”, senza per˜ spiegare cosa si intenda per ÒlegittimoÓ. Tradotto, BP vuole garantirsi la libertà di determinare caso per caso se ricompensare le vittime o meno.
Le stime del costo complessivo della fuoriuscita di petrolio iniziata il 20 aprile scorso variano significativamente. Morningstar, una società di ricerca e investimento, ha calcolato che il conto potrebbe superare i 4 miliardi di dollari. L’Insurance Information Institute, prevede che la cifra si assesterˆ sul miliardo e mezzo.

Intanto, l’Amministrazione Obama, che ha dichiarato di voler far pagare BP fino all’ultimo penny, si sta muovendo su più fronti. Un pacchetto di interventi redatto dalla Casa Bianca, e su cui il Congresso potrebbe votare già la settimana prossima, prevede l’innalzamento del tetto di 75 milioni di dollari oltre cui una società petrolifera non è al momento ritenuta responsabile per i danni economici. Per incrementare la riserva di denaro dell’Oil Spill Liability Trust Fund, l’amministrazione propone anche di aumentare di un centesimo a barile la tassa già esatta dalle società petrolifere (tassa che crescerebbe quindi dagli attuali 8 centesimi a 9 centesimi al barile). Al momento, il fondo contiene circa 1,6 miliardi di dollari. Si calcola che, con l’aumento della tassa, potrebbe crescere fino a 612 milioni di dollari l’anno e raggiungere, su base decennale, una somma di circa cinque miliardi di dollari. Grazie all’aumento di liquidità, il fondo potrebbe ripagare futuri danni fino al miliardo e mezzo di dollari per incidente, contro il tetto di un miliardo in vigore oggi. Inoltre, in una lettera alla Presidente della Camera Nancy Pelosi, il Presidente Obama ha richiesto la mobilitazione immediata di 100 milioni di dollari per la Guardia Costiera e di 29 milioni di dollari per il Ministro degli Interni, al fine di velocizzare l’inchiesta e le operazioni di ripulitura. Si tratterebbe questa di una parte di un fondo di emergenza voluto dal presidente anche per rimborsare con maggior rapidità quei lavoratori che siano rimasti senza reddito a causa della fuoriuscita di greggio.

Oltre agli interventi di emergenza necessari per tamponare i danni causati dalla fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, fuoriuscita che non è ancora stata tamponata, l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon ha riportato al centro del dibattito politico anche la proposta di legge sul cambiamento climatico voluta dai senatori John Kerry e Joe Lieberman, e inizialmente anche dal repubblicano Lindsey Graham. Nonostante il Senatore Graham abbia deciso di abbandonare il progetto, a mo’ di ritorsione contro i democratici, i quali sembrano intenzionati a voler approvare, entro la fine dell’anno, una controversa riforma della legge sull’immigrazione, Kerry e Lieberman hanno finalmente presentato, mercoledì, la propria proposta su energia e ambiente. Attraverso una serie di incentivi e tagli fiscali, e a un sistema progressivo di cap and trade, l’obbiettivo è di arrivare a una riduzione delle emissioni di CO2 del 17% entro il 2020 e dell’83% entro il 2050 (rispetto al 2005).
Il testo di legge di Kerry e Lieberman è stato rivisto negli ultimi giorni per riflettere la gravità della situazione nel Golfo del Messico. In particolare, sono state irrigidite le limitazioni sull’apertura di nuove esplorazioni petrolifere, voluta da Obama sin dai tempi della campagna elettorale, ma improvvisamente trasformatasi in una proposizione scomoda. Nella proposta Kerry/Lieberman, verrebbe concesso agli stati costieri il diritto di veto sulla decisione di un vicino di espandere l’attività di estrazione.

E’ presto per dire quale effetto avrà l’esplosione del pozzo BP sul futuro di questo testo di legge, anche se è certo che si tratterà di un effetto rilevante. Da un lato, esiste oggi un’opinione pubblica più favorevole a una proposta che intervenga sul settore dell’energia con un occhio particolare alla difesa dell’ambiente. Dall’altro, le restrizioni sull’espansione delle esplorazioni petrolifere potrebbero costare la buona disposizione mostrata, fin qui, dalla grande industria del greggio, la quale gode di enorme influenza al Congresso. Quello che è certo è che il governo e le istituzioni americani si stanno dando un gran daffare per rispondere all’emergenza petrolio nel Golfo del Messico, a riprova della gravità dell’incidente e delle ripercussioni che potrebbe avere sulla politica energetica americana.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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