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Il mancato attentato di Times Square e lo strano caso di Faisal Shahzad

maggio 7, 2010

Washington D.C. – La copertura mediatica della mancata autobomba di sabato scorso a Times Square si è concentrata, fin qui, sui dettagli dell’attentato: si sono ricostruiti gli eventi che hanno portato dal ritrovamento del veicolo all’arresto di Faisal Shahzad lunedì; si è rovistato nel passato del reo-confesso per scovarne gli aspetti più minuti; si è messa in questione l’efficacia del lavoro delle forze dell’ordine. Se si osservano i fatti così venuti alla luce con uno sguardo di più ampio respiro, non si può negare l’emergere di segnali inquietanti a proposito del presente e del futuro del terrorismo internazionale. L’identità del presunto colpevole, la semplicità del mezzo prescelto per l’attentato, la natura del probabile mandante, sono elementi che devono preoccupare, perché suggeriscono una realtà in continuo cambiamento e sempre meno sotto controllo.

Faisal Shahzad è nato in Pakistan trent’anni fa in una famiglia benestante e rispettata (il papà era un ufficiale dell’aviazione), ed è cresciuto in una comunità moderna e non particolarmente religiosa. Residente negli Stati Uniti da oltre un decennio, è in questo paese che Shahzad ha scelto di costruirsi una vita, studiando (ha ricevuto una laurea e un master in business administration – MBA dall’Università di Bridgeport in Connecticut), trovando lavoro, e mettendo su famiglia. Prima di sposare Huma Mian, una ragazza di origini pakistane ma nata in America e anch’essa laureata, matrimonio che gli ha permesso di ottenere prima la carta verde e poi la cittadinanza, Shahzad era comunque sempre vissuto negli Stati Uniti legalmente; dopo la fine degli studi, era riuscito a ottenere un permesso di lavoro sponsorizzato dalla celeberrima azienda cosmetica Elisabeth Arden, permesso trasferito poi a una società finanziaria locale, Affinion Group, dove Shahzad ha, dove Shahzad ha lavorato come analista fino a quando, a metà del 2009, ha deciso di licenziarsi e di partire, con la famiglia, per un viaggio in Pakistan conclusosi solo a febbraio di quest’anno (si pensa che la moglie e figli siano ancora in Pakistan).
Da un lato, non è difficile capire come lo status di Shahzad, prima da immigrato senza macchia e poi da vero e proprio cittadino americano, possa averlo reso il candidato ideale per i gruppi militanti pakistani. Shahzad godeva di una rara libertà di movimento tra i due paesi e della reputazione di tranquillo uomo di famiglia e di provincia. Dall’altro lato, però, viene da chiedersi come sia possibile che un giovane uomo ben istruito, nato in un ambiente privilegiato e senza collegamenti storici all’estremismo islamico, possa essere stato raggiunto in Connecticut da gruppi violenti attivi dall’altra parte del mondo e convinto a rischiare tutto per trasformarsi nel loro braccio armato negli Stati Uniti.

E’ emerso da diverse interviste condotte con amici, colleghi e conoscenti, sia in Pakistan che negli Stati Uniti, che Shahzad aveva cominciato a mostrare segni di un cambiamento di umore a partire dall’anno passato, quando il suo carattere si è fatto più chiuso, le sue opinioni più certe, e le sue convinzioni religiose più sentite.

Questa trasformazione sarebbe coincisa con la crisi immobiliare e economica in America, che avrebbe trascinato la famiglia Shahzad in difficili acque finanziarie, costringendo la coppia di giovani sposi ad abbandonare la villetta da 273.000 dollari acquistata con mutuo nel 2004, per andare in affitto in un appartamento più modesto. Al momento dell’arresto di Shahzad pare che il giovane fosse, a livello finanziario, praticamente alla canna del gas.

Le continue preoccupazioni economiche, che ricadevano interamente su Shahzad visto che la moglie rimaneva a casa con i figli, miste al flusso di immagini di violenza e desolazione provenienti dalle guerre in Afghanistan e Iraq, alla critica della politica estera americana e, probabilmente, alla difficotà di integrazione in un paese occidentale tipica dei giovani immigrati provenienti da nazioni più povere, ma nei quali tradizione e famiglia sono valori irrinunciabili, sono forse alla radice della deviazione folle intrapresa da Shahzad. Ma sono davvero ragioni sufficienti, queste, a spiegare la nascita di un terrorista? Se frustrazioni, almeno in questo caso, di livello soprattutto personale e di natura temporanea, sono sufficienti a che un ragazzo della classe media, con un’istruzione e una famiglia, si abbandoni nelle braccia del terrorismo internazionale, come si può pensare in futuro di prevenire questo genere di conversione, o anche solo di individuare in anticipo coloro che potrebbero essere più vulnerabili a una scelta di questo tipo?

La scelta terroristica di Shahzad sconvolge perché imprevedibile. Allo stesso modo, la scelta del mezzo pensato far saltare in aria il cuore di New York City fa rabbrividire perché troppo semplice. Chiunque potrebbe mettere assieme nel bagno di casa, seguendo istruzioni facilmente reperibili su internet, un esplosivo del tipo di quello che Shahzad ha installato sulla propria automobile. Fin qui, l’uso delle auto-bombe è stato confinato all’Iraq, al Pakistan e all’Afghanistan. Gli attentati terroristici compiuti in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi hanno sempre richiesto un livello minimo di coordinazione e di sofisticazione, il che ha contribuito a renderli più difficili da organizzare e quindi più sporadici, anche se meglio eseguiti. Il prossimo passo nella direzione del fai-da-te sono gli attentati suicidi dei ragazzini che si fanno esplodere per strada.

Del resto, al contrario dell’Al-Qaeda del settembre 2001, la miriade di gruppi di militanti e estremisti che sono ora attivi in ogni angolo del Pakistan, e dell’Afghanistan, non ha i mezzi finanziari e organizzativi per attaccare gli Stati Uniti in altro modo. Non a caso sembrava inimmaginabile fino a sabato scorso che queste piccole organizzazioni terroristiche, radicate sul territorio e per lo più finalizzate al raggiungimento di obbiettivi locali, spostassero la propria attenzione oltre oceano. Invece pare sempre più probabile che Tehrik-e-Taliban, ovvero una tra le organizzazioni emergenti di talibani pakistani, sia dietro il mancato attentato di Shahzad.

Il Pakistan è stato spostato al centro della lotta al terrorismo internazionale dal Presidente Barack Obama, il quale ha scelto di intensificare gli attacchi aerei contro la leadership dei vari gruppi di talibani sparsi nelle aree tribali del paese, offensiva già iniziata durante l’Amministrazione Bush. Questi gruppi hanno sofferto negli ultimi mesi grosse perdite a causa dell’attività dei drone, aerei americani pilotati a distanza. Ora hanno deciso di vendicarsi, dimostrando di avere accesso a reclute che nessuno avrebbe immaginato potessero essere disponibili.
Se il fine vero del terrorismo non è tanto di distruggere, bensì di terrorizzare, e così facendo di impedire il normale svolgimento della vita quotidiana, ci sono ottime ragioni di temere una serie di organizzazioni sparse, decentralizzate, e non particolarmente coordinate, composte di schegge impazzite ma assolutamente insospettabili, le quali operano con mezzi facilmente acquistabili al negozio d’angolo. Non a caso mercoledì notte la polizia di New York City ha bloccato temporaneamente la circolazione sul John F. Kennedy Bridge, per via di un camion sospetto abbandonato nei pressi di un casello per il pedaggio, poi rivelatosi nulla di pericoloso.

Non rimane che sperare che il mancato attentato di sabato scorso e la figura di Faisal Shahzad rappresentino soltanto una rara eccezione e non il segnale di una nuova tendenza.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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