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I tempi stringono in Afghanistan

aprile 1, 2010

WASHINGTON D.C. – Chiuso il capitolo sulla riforma sanitaria, almeno per il momento, il Presidente americano Barack Obama si è imbarcato, lunedì, per un viaggio a sorpresa in Afghanistan. In una visita lampo, la prima da presidente in carica, Obama ha incontrato le truppe americane, e il Presidente afgano Hamid Karzai. La discussione tra Obama e Karzai si è concentrata, come spesso di recente, sulla corruzione dilagante nel paese, e sulle misure e riforme che gli Stati Uniti esigono dal governo afgano, ma che tardano ad arrivare.  Un giorno dopo la visita di Obama, è arrivato in Afghanistan anche l’Ammiraglio Mike Mullen, Capo di Stato Maggiore americano. Sono visite queste che segnalano una rinnovata attenzione, da parte dell’amministrazione, verso la politica estera, dopo lunghi mesi passati a discutere di questioni interne quali la sanità. È ora ufficiale che la regione attorno a Kandahar, la seconda area metropolitana del paese dopo Kabul, è stata scelta come prossima tappa dell’offensiva americana decisa in autunno dal Presidente Obama.
L’operazione che avrà luogo a Kandahar segue quella lanciata, a metà febbraio, nella provincia di Helmand, anch’essa nell’Afghanistan meridionale. Con capoluogo la piccola città di Marja, Helmand è una zona prevalentemente rurale, dove fioriscono le coltivazioni di oppio e i laboratori illegali che lo trasformano in eroina (circa il 40% del traffico illegale di eroina parte da qui). Per via delle sue caratteristiche geografiche e demografiche (si tratta di un’area isolata e poco popolosa), della mancanza di istituzioni, e del traffico di droga, questa provincia è sempre sfuggita al controllo del governo di Kabul, installato dopo l’invasione americana del 2001, e, per lo più, è rimasta nelle mani dei militanti anti-governativi.
L’offensiva militare di questa primavera si è  rivelata più lenta del previsto, per via della resistenza inaspettata offerta dalle milizie locali, e per via di un territorio fatto di grandi distese di campi in cui è difficile trovare copertura dal fuoco nemico. In ogni modo, la parte strettamente militare dell’operazione a Helmand si è conclusa con un relativo successo. Il governo di Kabul, assieme agli americani, controlla ora la città di Marja, e sempre più anche le campagne circostanti, nonostante continuino gli attentati terroristici (l’ultimo di mercoledì, quando una bomba piantata su una bicicletta ha ucciso almeno 13 persone).
Rimane, però, il problema politico-istituzionale. Per anni, l’assenza del governo centrale ha permesso che Helmand sviluppasse una fiorente economia illecita, situazione che ha aiutato i militanti a mantenere, e a espandere, il controllo sulla popolazione locale. La sfida che si presenta ora al governo afgano, e alle truppe americane, è di costruire da zero le fondamenta di istituzioni solide, nella speranza di riuscire a convincere la gente di Helmand a stare dalla parte di Kabul. Questo a fronte dell’irrisolto problema oppio. Dopo decenni di guerre di vario genere combattutesi sul territorio afgano, guerre in cui la coltivazione dell’oppio e il traffico di eroina hanno sempre giocato un ruolo cruciale, nessuno è ancora riuscito a trovare una soluzione che funzioni. Tutt’oggi, gli americani si cullano nell’incertezza, e continuano a cambiare strategia: che sia meglio utilizzare le proprie forze per eliminare le estese coltivazioni di oppio, le quali, fra le altre cose, sostengono le attività delle milizie talebane, rischiando però di alienare la popolazione locale la cui economia si fonda egualmente sull’oppio (si calcola che, negli ultimi anni, la coltivazione dell’oppio abbia dato da mangiare a 500.000 famiglie afgane, circa il 20% della popolazione complessiva)? O è forse meglio continuare a chiudere gli occhi su questo problema, sperando di conquistarsi le simpatie locali?
Con questo stato di incertezza che permane nella provincia di Helmand, gli americani si preparano, dato l’arrivo di altri 10.000 soldati previsto per giugno, a estendere l’offensiva alla regione di Kandahar. Nonostante la città sia, per la maggior parte, in mano alle forze governative, le aree circondanti rimangono controllate dai combattenti anti-governativi, talebani e non. In questa regione, il problema principale si chiama Ahmed Wali Karzai, capo del Consiglio Provinciale di Kandahar, e fratello del Presidente Hamid.
Secondo molti esperti americani, Ahmed Karzai incoraggia corruzione e intimidazione all’interno del proprio governo al fine di garantirsi un infinito flusso di profitti illeciti. Karzai manterebbe relazioni strette con i militanti, e sarebbe coinvolto nel traffico di droga. Al fine difendere il proprio regno corrotto, Karzai si rifiuterebbe inoltre di procedere con quelle riforme che dovrebbero garantire trasparenza nelle attività dell’amministrazione locale, e così ristabilire la fiducia del popolo afgano nel governo. Si dice anche che Ahmed Karzai abbia svolto un ruolo fondamentale nell’organizzare i brogli nelle elezioni presidenziali della scorsa estate, garantendo il successo del fratello Hamid nella provincia di Kandahar e, di conseguenza, la sua rielezione a un secondo mandato da presidente.
Per mesi, l’Amministrazione Obama ha cercato di convincere il Presidente Karzai a rimuovere il fratello dal suo impero di Kandahar, nominandolo, ad esempio, ambasciatore. Hamid Karzai, però, si è sempre detto poco convinto delle prove fin qui mostrategli sulla colpevolezza di Ahmed, rifiutandosi di spostarlo. Oggi, Ahmed Karzai appare quanto mai potente e sicuro nella sua Kandahar. A complicare ulteriormente le cose, è divenuta ormai ufficiale la lunga collaborazione intrattenuta da Ahmed Karzai con i servizi segreti americani della Central Intelligence Agency. Pare che la CIA paghi un corrispettivo regolare a Ahmed Karzai, per servizi di vario genere da lui resi, dall’affitto di immobili che gli appartengono, alla gestione di milizie locali a lui fedeli, e a cui la CIA si è appoggiata negli anni per le proprie attività nella zona.
Data l’impossibilità di rimuovere Ahmed Karzai, rimane ora di capire come questo potente lord locale possa, in qualche modo, diventare utile all’offensiva anti-talebana. Alla fine dei conti, è pur vero che, a Kandahar, non si prendono decisioni senza il suo permesso, e, di conseguenza, può forse valere la pena farselo amico.
Procede, intanto, anche il tentativo del governo di Kabul di aprire dei negoziati di pace con alcuni dei gruppi militanti anti-governativi, nella speranza di trovare una soluzione politica all’instabilità del paese, che sempre più pare intrattabile solo con mezzi militari. Senza essere arrivati a alcun compromesso specifico, l’incontro di mercoledì tra il Presidente Hamid Karzai e rappresentanti di Hezb-i-Islami, organizzazione che in qualche modo rivaleggia con i talebani, si sarebbe concluso almeno con la volontà di portare avanti la discussione.
Gli americani, per ora, rimangono a guardare e lasciano che il governo afgano prenda l’iniziativa in proposito. La posizione ufficiale di Washington è di sostegno per i negoziati, a patto che i militanti depongano le armi e ripudino la missione internazionale di Al-Qaeda. “Ci stiamo finalmente muovendo verso una posizione di forza”, ha dichiarato mercoledì il Capo di Stato Maggiore americano, Ammiraglio Mike Mullen, durante la propria visita a Kabul, “ma penso che ci sia ancora della strada da fare”.
Il Presidente Barack Obama ha richiesto dal comandante delle forze americane e NATO in Afghanistan, Generale Stanley McChrystal, un’analisi della situazione nel paese e dei risultati dell’offensiva ordinata dal Presidente in autunno, entro la fine di dicembre. I tempi stringono, ed è il caso che il governo afgano e le truppe americane si diano una mossa, per percorrere in fretta la strada che rimane.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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