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Haiti – Le disuguaglianze sopravvivono intatte al terremoto

febbraio 12, 2010

A colpo d’occhio, la devastazione capillare causata da un terremoto della magnitudine di quello che ha colpito Haiti il 12 gennaio scorso, farebbe pensare, ingenuamente, che l’agire di madre natura abbia un ché di democratico. La terra che trema, i palazzi che crollano come birilli, un sisma di tali dimensioni si trascina dietro ogni cosa, distrugge tutto quello che incontra, senza fare differenze; vecchi e giovani, uomini e donne, ricchi e poveri. Invece, questo è vero solo in parte. Come già l’uragano Katrina ci ha insegnato nel 2005 a New Orleans, l’unica realtà che neanche un disastro naturale di questa portata è in grado di rovesciare, è quella socio-economica. Al contrario, è assai probabile che, a Haiti, la già enorme distanza tra ricchi e poveri non solo persisterà, ma che, grazie proprio al terremoto, avrà modo di crescere ancora.
Con questo non si vuole insinuare che lo shock del terremoto, la perdita di amici e parenti, e la difficoltà di sopravvivere a Port-au-Prince nei giorni subito successivi al sisma, non siano stati condivisi egualmente da tutta la popolazione haitiana, indipendentemente dallo status socio-economico dei singoli individui. Ma è bastato appena qualche giorno perché il gap tra i ricchi e i poveri, che da secoli attanaglia questo paese poverissimo impedendone lo sviluppo, ritornasse ben visibile. Tra le macerie della devastazione post-terremoto, la differenza tra un portafoglio pieno e un portafoglio vuoto è quanto mai cruciale, visto che equivale a quella tra mangiare tre pasti al giorno oppure niente di niente.
Tutto comincia con la qualità dei materiali usati per la costruzione degli edifici. A Port-au-Prince, tante delle abitazioni costruite nei quartieri residenziali benestanti, per quanto gravemente danneggiate, sono rimaste in piedi. Al contrario, i monolocali in cemento-misto-sabbia ammassati nei quartieri popolari si sono letteralmente dissolti sotto la spinta del terremoto, ridotti a meno di macerie, semplici cumuli di polvere.
Chi, prima del terremoto, aveva poco, ha perso tutto. Chi aveva molto, ha senz’altro perso molto, ma altro rimane e si può ricominciare, per lo più altrove.
Quei pochi le cui attività commerciali sono sopravvissute, possono tornare al lavoro, persino approfittare dei prezzi in crescita. Un numero sorprendente di supermercati eleganti hanno riaperto in Petionville, un sobborgo bene sulle colline sovrastanti Port-au-Prince, a solo una settimana dal terremoto. Con le scansie fornite di ogni genere di prodotti, al Big Star Market, ad esempio, i clienti si aggiravano tra verdure fresche, carni, formaggi francesi, liquori, e confezioni di cioccolato a forma di cuore in vista di San Valentino, mentre il resto della città continuava a scavare tra le macerie per recuperare e bruciare i cadaveri ancora intrappolati.
Fortunati anche quei giovani che, selezionati tra i meglio istruiti, spesso cresciuti in America, che parlano le lingue straniere, hanno potuto approfittare delle nuove opportunità professionali createsi all’improvviso dopo il terremoto. Tanti di loro sono stati assunti come traduttori dalle organizzazioni non-governative straniere e dai media internazionali. Nelle ultime quattro settimane, questi ragazzi hanno guadagnato tra i 100 e i 200 dollari americani al giorno, in un paese in cui il reddito pro-capite era calcolato, prima del terremoto, sui 1300 dollari l’anno.
I figli dell’alta borghesia, intanto, sono stati immediatamente spediti all’estero dalle proprie famiglie, affinché possano continuare i propri studi nei licei francesi di Santo Domingo e della Florida, senza interruzione. Ai ragazzi che rimangono, invece, con circa il 97% delle scuole di Port-au-Prince gravemente danneggiato, se non distrutto, ci vorrano mesi, forse anni, prima di tornare a scuola.
E non sono solo i bambini a partire. Nei quartieri residenziali arroccati in cima alle colline sopra Port-au-Prince non si incontra anima viva. Solo gli inservienti dei ricchi padroni già volati all’estero rimangono, a fare la guardia alle ville fortezza, circondate da mura alte una decina di metri perché i poveri non possano nemmeno guardarle, e costruite con fondi sospetti (traffico di droga, corruzione) da quella che è stata soprannominata MRE, most repugnant elite, ovvero l’elite più ripugnante che ci si possa immaginare.
Oltre ai ricchissimi, tanti piccoli imprenditori e commercianti vogliono andarsene. Quelli che si possono permettere un biglietto dell’autobus da circa 80 dollari, fanno ore di fila all’ingresso di Caribe Tours, un’agenzia di viaggio specializzata in pullman diretti verso la Repubblica Dominicana. Prima del terremoto, raccontano i proprietari, partiva un bus al giorno con trenta persone a bordo. Dal 12 gennaio il numero è praticamente quintuplicato, con la gente che si mette in coda tutt’intorno all’isolato fino dalle prime ore del mattino. Vanno a ruba i biglietti di sola andata.
A tutti quelli che rimangono, e che avevano poco prima del terremoto, non rimane altra scelta che aggiungersi alla già interminabile lista di Haitiani che dipendono interamente dagli aiuti umanitari provenienti dall’estero. Senza dimora e senza denaro, sparsi nelle tendopoli approssimative sorte in ogni angolo della città, costoro continuano a avere difficoltà nel procurarsi del cibo, a un mese dal sisma. Con la devastante stagione delle piogge e degli uragani tipica di Haiti che si avvicina pericolosamente, le centinaia di migliaia di senza tetto che ancora trovano rifugio sotto tende fatte di lenzuola, attendono ora che la città si trasformi in un’enorme fogna a cielo aperto.
All’inizio del millennio, Haiti aveva un coefficiente GINI (che misura la disuguaglianza economica all’interno del paese) di 59.2, l’ottavo peggior paese al mondo. Il terremoto del 12 gennaio ha sconquassato questa piccola nazione caraibica, radendo al suolo la popolosissima capitale. I morti si contano in centinaia di migliaia, e così i feriti, per non parlare degli orfani e dei dispersi. Milioni di persone hanno perso casa, lavoro, famiglia: quasi nulla è sopravvissuto al sisma. Eppure, le disuguaglianze socio-economiche che già impestavano il paese, paiono esserne uscite intatte, pronte anzi a rafforzarsi.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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