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Salute e politica nell’America di Obama

novembre 27, 2009

Mentre Obama conclude in Corea del Sud il proprio lungo viaggio in Asia, da Washington arrivano segnali incoraggianti a proposito della riforma sanitaria. Il Senatore Harry Reid del Nevada, leader della maggioranza democratica, ha presentato mercoledì una proposta di legge che, nelle promesse, dovrebbe estendere la copertura assicurativa a 31 milioni di americani che oggi ne sono privi e, al contempo, contribuire a ridurre il debito pubblico nazionale.
Secondo Reid, il Patient Protection and Affordable Care Act, come è stata chiamata la proposta di legge, verrebbe a costare 848 miliardi di dollari su dieci anni (sotto il tetto dei 900 voluto da Obama), ma dovrebbe consentire al governo americano di ridurre il deficit di 130 miliardi entro una decade, grazie all’introduzione di nuove tasse. Il testo di legge proposto dai democratici al Senato comprende, come novità assoluta, l’idea di un’imposta del 5% sulle procedure di chirurgia estetica non necessarie, ovvero quelle che non siano dettate da conseguenze traumatiche di incidenti automobilistici o da malformazioni genetiche al corpo.
La proposta della leadership democratica al Senato è simile al testo di legge già passato dalla Camera dei Deputati, anche se rimane, fin qui, meno restrittiva sull’interruzione di gravidanza, tema che, alla Camera e tra gli attivisti, ha finito per creare una spaccatura interna al Partito dell’Asinello.
Nella riforma pensata da Harry Reid è compresa anche una forma di “opzione pubblica”, ovvero una assicurazione sanitaria gestita dal governo che competerebbe sul mercato con quelle private. Agli stati dell’Unione, però, è concesso il diritto di sganciarsi da tale “opzione pubblica” con il passaggio di una legge opportuna.
Obama ha applaudito, dall’Asia, il lavoro dei colleghi democratici al Senato. La proposta presentata alla stampa mercoledì sera deve ora passare un doppio test. Innanzitutto, dovrà essere approvata da tutti e 58 Senatori democratici più i due Senatori indipendenti che, normalmente, votano a sinistra. Solo allora comincerà il vero e proprio dibattito parlamentare con la controparte repubblicana, che già si prevede difficile. I Senatori del GOP (Partito Repubblicano), infatti, hanno promesso battaglia, dichiarando che faranno di tutto per opporre una misura che, secondo loro, equivale a un intollerabile espansione dei poteri del governo. “Sarà una Guerra Santa”, ha dichiarato il Senatore Orrin G. Hatch, dello Utah.
Intanto, in America è scoppiata un’altra polemica a sfondo sanitario. Una commissione ministeriale tecnica composta di 16 esperti medici (U.S. Preventive Services Task Force), ha pubblicato uno studio che conclude che non è necessario, ma anzi può essere rischioso, che le donne di meno di cinquant’anni si sottopongano a mammografie di routine.
Tanti in America trovano le conclusioni raggiunte dalla U.S. Preventive Services Task Force inaccettabili, e sospettano che ci sia un collegamento tra la tempistica della pubblicazione di questo studio e il dibattito in corso sulla riforma sanitaria, e che i colossi assicurativi privati abbiano avuto una qualche influenza sulle riflessioni dei medici in commissione. Oggi, quarantanove stati dell’Unione impongono alle assicurazioni private di rimborsare ai clienti i costi delle mammografie, ma tale garanzia potrebbe venir meno se i risultati di questo studio dovessero essere considerati dal Congresso nel passaggio della riforma sanitaria. In generale, si pensa, le società di assicurazione risparmierebbero, se una procedura come la mammografia non dovesse più essere effettuata con la stessa frequenza.
Sia la Casa Bianca che il Ministro della Salute Kathleen Sebelius, per ora, hanno dichiarato che le conclusioni della Task Force non avranno effetto sulle politiche sanitarie nazionali, mentre tutte le più importanti associazioni mediche del paese incoraggiano le donne a continuare a sottoporsi a mammografie con la solita frequenza.
L’intreccio fra salute e politica è sempre più il cuore del dibattito pubblico in America.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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