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Le mille facce del Pakistan

novembre 6, 2009

Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton si trova in questi giorni in visita ufficiale in Pakistan, per trattare un aumento degli aiuti americani al governo di Islamabad e per promuovere una relazione bilaterale tra Pakistan e Stati Uniti con un orizzonte più ampio che la sola lotta al terrorismo, ponendo, ad esempio, un’enfasi maggiore sullo sviluppo sociale e economico di un paese oggi allo sbando.
E, proprio mentre Clinton discuteva mercoledì con il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi di un finanziamento da 125 milioni di dollari per il rinnovamento e l’ampliamento della rete energetica del Pakistan, oggi insufficiente rispetto alla domanda complessiva, una autobomba esplodeva nel bel mezzo di un affollato mercato di Peshawar, nel nord-ovest del paese, uccidendo oltre 100 persone. Si tratta del più sanguinario attacco terroristico che ha colpito il Pakistan negli ultimi due anni; un episodio drammatico che mostra le mille facce di questo paese in crisi e, di conseguenza, le difficoltà della comunità internazionale nel rapportarsi con Islamabad.
La visita di Clinton, la sua prima, è stata voluta dall’Amministrazione Obama al fine di calmare una nuova ondata anti-americana che sta attraversando il paese da quando, all’inizio di ottobre, l’esercito pakistano ha lanciato un’offensiva militare nel Waziristan del Sud, una regione chiave al confine con l’Afghanistan, in cui trovano rifugio i militanti di Al Qaeda e i Talebani afgani e pakistani, e che sfugge completamente al controllo del governo centrale.
Alla fine della settimana scorsa, i soldati pakistani avrebbero conquistato il piccolo paese di Koktai, un luogo ormai abbandonato dai suoi residenti, ma che ha un valore sia strategico che simbolico: lì si nasconderebbero, infatti, il capo dei Talebani pakistani, Hakimullah Mehsud, e uno dei loro comandanti più feroci, Qari Hussain.  Scrive il New York Times, “la presa di Koktai è il primo segnale positivo in quella che molti analisti prevedono sarà una battaglia ardua per l’esercito pakistano, contro un nemico duro e determinato.”
L’offensiva in Waziristan del sud è arrivata naturalmente sotto pressione statunitense e, di conseguenza, sta rinvigorendo la causa estremista e anti-americana all’interno del Pakistan (basti considerare l’aumento degli attentati terroristici di matrice interna portati un po’ in tutto il paese), rafforzando la posizione di chi sostiene che l’attuale governo del Presidente Asif Ali Zardari non è che un burattino nelle mani di Washington.
In parte proprio per cercare di mitigare i sentimenti nazionalistici della popolazione locale, l’esercito e il governo insistono che l’operazione militare in Waziristan venga pubblicizzata come condotta esclusivamente dalle forze pakistane, senza alcun intervento straniero. Questo nonostante gli aiuti militari americani siano aumentati notevolmente proprio in vista dell’attacco (di nuovo il New York Times scrive giovedì che il Presidente Obama in persona avrebbe insistito in primavera affinché 10 nuovi elicotteri da trasporto Mi-17, e un numero imprecisato di pezzi di ricambio per gli elicotteri da attacco Cobra, venissero consegnati al Pakistan con urgenza, in preparazione alle operazioni prima nella Swat Valley e poi in Waziristan).
Da un lato, la volontà di esercito e governo è comprensibile; apparendo come semplici marionette americane, finirebbero per perdere ogni legittimità politica. Dall’altro, il gioco portato avanti dai governi pakistani che si sono succeduti dal 2001, dalle forze armate e dai servizi segreti, non è per nulla pulito. Si calcola che, in seguito agli attentati terroristici contro New York e Washington dell’11 settembre 2001, e dall’inizio dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, il governo americano abbia mandato oltre 12 miliardi di dollari in Pakistan, sotto forma soprattutto di aiuti militari. Questi finanziamenti avrebbero dovuto aiutare Islamabad e Rawalpindi (dove ha sede l’esercito) a combattere i Talebani, Al Qaeda e a condurre operazioni di counter-insurgency alla frontiera con l’Afghanistan. I risultati però sono, fin qui, molto deludenti, visto che il Pakistan è sempre più il rifugio prediletto dei combattenti afgani.
La strategia di segretezza perseguita da governo e esercito pakistano rende molto difficile capire dove siano finiti tutti questi soldi. In parte, il Pakistan continua a mantenere la maggior parte delle proprie truppe al confine con l’India (fino all’operazione in Waziristan si calcolava che circa l’80% delle forze militari pakistani si trovassero lì, e non al confine con l’Afghanistan dove le vorrebbe la comunità internazionale). Per Islamabad, infatti, l’India rimane il nemico numero uno. In secondo luogo, i servizi segreti pakistani, ISI, hanno a lungo tenuto contatti, e probabilmente finanziato direttamente, i Talebani pakistani e Al Qaeda, visti come uno strumento fondamentale nella lotta per l’influenza politica nell’Afghanistan post-americana, lotta condotta, naturalmente, proprio in contrapposizione al governo di Nuova Delhi.
Mentre l’occidente continua a inviare armi e aiuti militari in Pakistan, che poi ne fa chiaramente quello che vuole, la situazione socio-economica nel paese rimane disastrosa. Secondo alcune statistiche, il tasso di alfabetizzazione in Pakistan è solo del 26% (altri dati governativi più ottimisti lo danno ben al 46%), con il governo che spende appena il 2,5% del Prodotto Interno Lordo per i finanziamenti all’istruzione. E sono così le madrassa, ovvero le scuole islamiche, a educare i figli del Pakistan povero, trovando terreno fertile per i gruppi estremisti che desiderano reclutare nuovi seguaci.
In parte per cercare di rispondere a questa emergenza, il Presidente della Commissione Esteri del Senato americano John Kerry, assieme al Senatore repubblicano di più alto grado in commissione, ovvero Dick Lugar, ha preparato un testo di legge, conosciuto come l’Enhanced Partnership with Pakistan Act, per fornire 1,5 miliardi di dollari all’anno per cinque anni in aiuti non militari al Pakistan. La legge, però, ha suscitato clamore in Pakistan: il testo redatto da Kerry e Lugar contiene, infatti, una serie di meccanismi di controllo sull’uso che il Pakistan sceglierà di fare dei finanziamenti. Gli americani, nelle parole di Hillary Clinton, considerano questo sistema di controllo una garanzia interna volta a verificare l’efficienza della legge. In Pakistan, invece, i meccanismi di supervisione dei finanziamenti americani sono visti come un’inaccettabile interferenza nella sovranità del paese.
Rimane, però, difficile determinare quanto il Pakistan sia uno stato sovrano, in controllo del proprio territorio e della propria popolazione.

Pubblicato originariamente sulla Newsletter del Centro di Formazione Politica

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