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Afghanistan o Pakistan?

ottobre 29, 2009

Non è solo il dibattito sulla riforma sanitaria a trascinarsi in questo tardo autunno americano: un’altra decisione, quella sulla strategia da perseguire in Afghanistan, questione che potrebbe avere un effetto ancor più duraturo sull’eredità politica del Presidente Barack Obama, pare sempre più problematica. Durante la campagna elettorale dell’anno passato, e per i primi mesi della propria presidenza, Obama ha fatto della guerra in Afghanistan il fulcro della propria politica estera, insistendo che a questo conflitto, e non all’Iraq, fosse data priorità assoluta. Sull’onda del proprio successo elettorale, il Presidente ha autorizzato, in primavera, un dispiegamento aggiuntivo di 17.000 soldati americani in Afghanistan. Il numero totale di forze NATO è così salito a circa 100.000 unità. In settembre, però, il Generale McChrystal, scelto proprio da Obama per prendere il comando delle truppe statunitensi, ha chiesto che gli vengano inviati altri 40.000 soldati. Questa richiesta, sommata all’instabilità e alla violenza che continuano a pervadere il paese, ha convinto il presidente Americano a un momento di riflessione, se non di ripensamento. E, nell’indecisione, si sono venuti a creare due fronti all’interno del campo americano. Da un lato l’esercito, che vuole uno spiegamento maggiore di soldati. Dall’altro, il Vice-Presidente Joe Biden, che invece sostiene la strategia fatta di bombardamenti “mirati”, condotti in Afghanistan e Pakistan da aerei senza pilota al fine di uccidere i capi di Al Qaeda. Il Generale McChrystal ha un passato in Iraq. Dal Golfo, McChrystal spera di poter esportare alcune tattiche in Afghanistan. In particolare, il generale è un sostenitore della cosiddetta “surge”, ovvero dell’aumento delle truppe americane stanziate in Iraq a partire dal 2006. In Iraq, la “surge” ha effettivamente contribuito a un miglioramento delle condizioni di sicurezza nel paese. Secondo McChrystal, questa tattica va replicata in Afghanistan, cosicché le nuove truppe statunitensi si spargano a macchia d’olio per il paese, proteggano la popolazione afgana difendendola dai Talebani e, avendo garantito condizioni minime di sicurezza, possano anche cominciare a costruire un paese più robusto, e capace di gestire i propri affari in maniera indipendente. Che sia, questo della ‘surge’, un approccio valido o meno, si tratta di una tattica che ha bisogno, per avere successo, non solo di più soldati e di più soldi, ma anche di molto più tempo. Una richiesta difficile da presentare ai contribuenti americani, mai come ora desiderosi di chiudere con i conflitti d’oltre-oceano. Negli ultimi sondaggi condotti negli Stati Uniti, più di metà degli intervistati dichiara di non pensare che vada la pena di combattere in Afghanistan. Oltre una persona su tre è addirittura convinta che gli Stati Uniti stiano perdendo la guerra. A un anno delle elezioni mid-term del 2010, i democratici devono stare attenti a non buttare via il consenso accumulato nell’ultimo anno. Viste le condizioni politiche interne all’America, e il peggioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan, si sta rafforzando, negli Stati Uniti, un polo opposto a quello rappresentato dal Generale McChyrstal e capeggiato dal Vice Biden. Questa fazione ‘scettica’ sostiene che l’Afghanistan è un paese talmente malmesso che, per ottenere qualche miglioramento reale, ci vorrebbero decenni. Il che significa che, se riconfermato, l’impegno militare americano in Afghanistan si prospetta eccezionalmente lungo, sanguinoso e costoso. Il tutto per combattere un nemico che forse non è nemmeno quello giusto. È Al Qaeda e non i Talebani, pensa Biden, la vera minaccia per l’occidente e, dunque, l’unica ragione della presenza americana in Afghanistan. Visto che gli attacchi aerei hanno già ucciso parecchi nomi importanti del network di terrorismo internazionale, bisognerebbe concentrarsi su questi, lasciando perdere le operazioni militari di terra. Il fatto, poi, che il governo afgano si sia mostrato profondamente corrotto e inefficiente, rafforza il punto di vista di chi, come il vice-presidente, vorrebbe venirsene via dal paese. Questa settimana, il governo in carica del Presidente Hamid Karzai è stato ufficialmente accusato di aver perpetrato frodi elettorali per tutto il paese nelle elezioni di agosto, al fine di garantirsi la rielezione. Il riconteggio delle schede elettorali ha mostrato che Karzai, in realtà, ha vinto meno del 50% dei voti necessari a governare. Un turno elettorale aggiuntivo, a mo’ di ballottaggio fra il Presidente Karzai e il suo più temuto concorrente, il Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, è ora previsto per il 7 novembre. È difficile immaginare che l’Amministrazione Obama prenda alcuna decisione sull’Afghanistan prima di capire con chi si troverà a lavorare. Infine, bisogna mettere in conto il problema, sempre più inquietante, rappresentato dal Pakistan. Il governo pakistano è debole e fragile, e non pare capace, né disponibile, a combattere davvero i militanti islamici locali. Il Pakistan rimane così un rifugio sicuro per i combattenti che scappano dall’Afghanistan. Fino a che il Pakistan viene utilizzato a questo scopo, è difficile immaginare che si possano ottenere successi duraturi in Afghanistan. I Talebani continueranno a limitarsi a retrocedere dietro la frontiera pakistana per poi riorganizzarsi, proprio come hanno fatto dopo l’invasione americana del 2001. È sul Pakistan, dunque, che vanno dirottate le risorse americane. Insomma, il Presidente Obama si trova di fronte a una lista di questioni davvero complesse. Da un lato, l’impegno americano in Afghanistan è destinato a diventare sempre più oneroso, senza alcuna garanzia di successo. Nelle menti degli americani, è ancor vivido il ricordo dell’inutile escalation di truppe portata avanti durante la guerra del Vietnam. D’altro canto, rimane, in casa a stelle e strisce, il timore che andarsene dall’Asia centrale equivalga a permettere una rigenerazione di Al Qaeda. E se poi i terroristi dovessero tornare a colpire con un nuovo undici settembre?

 

Pubblicato originariamente sulla Newsletter del Centro di Formazione Politica

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