Vai al contenuto

Il sogno europeo

ottobre 20, 2009
I turchi vogliono entrare in Europa, ma iniziano a non crederci più; la diffidenza verso un Occidente percepito come ostile, anche per le posizioni sul Kurdistan, e le nuove speranze riposte su Barack “Hussein” Obama; un controverso rapporto col mondo arabo e il problema, atavico, del nazionalismo; intervista a Emre Erdogan.

Emre Erdogan è uno dei fondatori di Infakto Research Workshop, una società di sondaggi e ricerche di mercato; insegna metodologia della ricerca all’università. E’ membro del consiglio dell’Ari Movement, la più importante organizzazione non governativa turca che si occupa dello sviluppo della società civile.

Per quello che emerge dalle sue ricerche, quali sono i sentimenti dell’opinione pubblica turca nei confronti dell’Unione Europea? I turchi vogliono entrare a far parte della Ue? E pensano di poterci riuscire?
Si tratta di una questione problematica, perché i sentimenti sono contrastanti. C’è senza dubbio una forte volontà di entrare nell’Unione Europea. Noi raccogliamo le opinioni in merito dal 1999, e non abbiamo mai trovato meno del 50% della popolazione favorevole all’ingresso. Questa percentuale si aggira oggi intorno al 60%. In generale, oscilla tra il 75% e il 55%.
E’ però anche vero che i turchi non pensano di farcela. Lo vorrebbero, ma non ci credono. La gente qui non crede che i politici europei siano sinceri con la Turchia. E hanno ragione. La Turchia ha una partnership consolidata con l’Unione Europea dall’ormai lontano 1987, prima della caduta del muro di Berlino. Da allora, tutti gli altri paesi candidati sono entrati nell’Unione, tranne noi. Agli occhi della popolazione turca, questa è una dimostrazione evidente della mancanza di sincerità dell’Unione Europea.
Il popolo turco è storicamente diffidente degli europei. Una maggioranza della gente qui, circa il 75%, si dice convinta che la Ue voglia, in realtà, tagliare la Turchia a pezzi. Naturalmente questa è una convinzione piuttosto superficiale, non fondata su fatti ma su percezioni. Le ragioni di questi pregiudizi molto irrazionali verso gli europei sono varie. Innanzitutto, il nostro sistema educativo è molto intollerante, sospettoso degli stranieri. I nostri testi scolastici sono pieni di storie che parlano delle invasioni greche, e dei vari tentativi portati avanti dalle potenze occidentali per dividere la Turchia. Veniamo socializzati in questo modo fin da piccoli. Inoltre, esistono prove del fatto che alcuni governi europei danno aiuto ai militanti Curdi del Pkk (Partito Curdo dei Lavoratori), che i turchi ritengono responsabili di gravi sofferenze. Nello specifico, la Danimarca, la Germania e anche il Belgio sono considerati come sostenitori del Pkk.
In che senso l’Unione Europea avrebbe intenzione di suddividere la Turchia?
Non c’ è una risposta unica a questa domanda. E’ un misto di percezioni diverse. Io penso che i turchi siano soprattutto preoccupati dalla posizione dell’Unione Europea quanto alla regione sud-orientale del paese, laddove abbiamo un conflitto militare che dura da venticinque anni. C’è questo forte movimento indipendentista, il Pkk, e come dicevo la gente è convinta che le società occidentali provino una certa simpatia per la loro causa.
Va anche precisato che l’opinione pubblica turca non pare vedere alcuna differenza tra la Ue, gli Stati Uniti, e l’Occidente in genere. C’ è una correlazione molto stretta tra i sentimenti professati per l’Europa e gli Stati Uniti. Abbiamo una comprensione molto ampia del concetto d’Occidente, e ci siamo convinti che l’Occidente in generale voglia dividere la Turchia.
La preoccupazione è che l’Occidente riconosca e sostenga un Kurdistan indipendente?
In tutta onestà, penso che nemmeno i curdi credano ancora in un Kurdistan indipendente. E tuttavia il sospetto dell’esistenza di questo sostegno al Pkk è vissuto con grande sofferenza e disagio. Qui abbiamo già pagato un prezzo enorme per questo conflitto: non ci sono equivalenti nella storia recente del mondo occidentale.
Negli ultimi trent’anni, sono morte più di trentamila persone, e abbiamo avuto venticinque anni di iper-inflazione a causa del conflitto. Ecco, la gente pensa che il sostegno degli occidentali per il Pkk abbia contribuito a creare questi problemi.
C’è una differenza di percezione o sentimenti tra campagne e città?
Direi piuttosto che si tratta di uno scenario multidimensionale. C’è senz’altro una componente geografica, che però non si esaurisce in una divisione tra zone rurali e centri urbani. Le regioni occidentali della Turchia, le zone del Mediterraneo e dell’Egeo, sono senz’altro più convinte della necessità di entrare in Europa. La parte sud-orientale è anch’essa favorevole all’ingresso nella Ue, in particolare la minoranza curda. Nell’Anatolia centrale, invece, ci sono molte città tendenzialmente più provinciali, chiuse e sospettose. Infine, alcuni distretti a nord, nella regione che si affaccia sul mar Nero, sono molto reazionari. Quest’area è, in generale, più dinamica dell’Anatolia, però caratterizzata da una popolazione conservatrice. Queste sono le ragioni per cui le differenze geografiche sono, secondo me, più influenti di quelle tra città e campagne.
Perché in Turchia si pensa che l’Europa non voglia in realtà ammettere il vostro paese?
Basterebbe ricordare le dichiarazioni fatte dal Presidente francese Nicholas Sarkozy. La gente semplifica, non ha informazioni specifiche. Di conseguenza, dichiarazioni come quelle di Sarkozy o della Merkel, spingono effettivamente a pensare che non ci sia spazio per la Turchia nell’Unione Europea. Si tratta comunque di una percezione di lungo periodo, che non è certo nata con Sarkozy. Anche prima di lui, c’era un movimento anti-Turchia in Europa, per esempio in Olanda e Belgio. Il problema è molto più sentito nel Nord dell’Europa. Ci sono poi altre ragioni. I turchi, ad esempio, si sentono molto più europei dei bulgari e dei romeni. Eppure, questi stati sono già paesi membri. Di recente, la stessa Serbia è diventato un candidato più probabile della Turchia.
Questo dovrebbe aiutare a capire come mai i turchi pensino che i leader dell’Unione in realtà siano determinati a preservare l’Unione come un “club cristiano”.
C’è il timore che l’ingresso nell’Unione apra le porte a una qualche forma di cristianizzazione?
Queste paure sono presenti solo nelle menti degli estremisti. La religione in Turchia è molto diversa da come si esprime nei paesi arabi. Ci sono dei movimenti radicali, però non credo che la gente normale abbia preoccupazioni di questo tipo.
Cosa potrebbe succedere in Turchia, se dovesse diventare chiaro che il tentativo di entrare nella Unione Europea è definitivamente fallito, o sospeso a tempo indeterminato?
Bisognerebbe entrare nella psicologia dei turchi. Perché vogliono diventare membri dell’Unione Europea? La popolazione turca non vuole trasferirsi altrove, per lavorare in altri paesi. I turchi vogliono integrarsi perché aspirano a standard di vita migliori a casa loro. Durante i primi anni del governo dell’Akp (Partito di Sviluppo e Giustizia), il tentativo di entrare a far parte dell’Unione è stato il solo progetto sociale che abbia cercato di avvicinare gli standard di vita turchi a quelli occidentali.
Si tratta semplicemente di questo: strade più pulite, trasporti pubblici più efficienti, aria non inquinata, tutela dei diritti umani, una migliore istruzione.
Essere come gli occidentali è una delle ragioni fondanti la Repubblica turca. I padri fondatori stabilirono molto chiaramente che la Turchia doveva entrare a far parte delle civiltà contemporanee, intese come quelle occidentali. E’ questa la ragione per cui vogliamo entrare nella Ue. Inoltre, durante gli ultimi vent’anni, in particolare dopo il colpo di stato del 1980, il nostro governo ha spesso fallito, non è riuscito a fare le cose necessarie, in particolare nei campi dell’economia e della società. Dunque, con una reazione tipicamente neo-liberale, siamo andati a cercare un’ancora esterna che spingesse il nostro governo a una performance migliore. Una di queste ancore è stato senz’altro il Fondo Monetario Internazionale, che ha costretto il Governo turco a una certa disciplina fiscale. Un’altra ancora è la cooperazione con gli Stati Uniti, che ci hanno obbligati a una politica estera stabile e prevedibile. Infine, l’Unione Europea è vista come motore per un governo migliore.
Il desiderio di entrare a far parte della Ue a pieno titolo è il risultato di questa complicata equazione. Ragion per cui penso che nemmeno Nicholas Sarkozy sarà mai così incosciente da rifiutare ufficialmente la candidatura della Turchia. Allo stesso tempo, qualsiasi governo prenda il potere a Ankara, non potrà mai davvero voltare le spalle alla Ue: sarebbe la fine del sogno europeo della Turchia.
Comunque, penso che se la Turchia non entrerà a pieno titolo nell’Unione, ci saranno altre soluzioni di compromesso. Al momento, stiamo discutendo la possibilità di facilitare i visti per i cittadini turchi che devono visitare l’Unione Europea, in particolare per imprenditori e manager. Questa è una mossa che in Turchia sarebbe vista come un grosso passo avanti.
E poi, bisogna anche riconoscere che non c’è una sola Europa, ma ce ne sono molte. C’è una zona Schengen, c’è un’area Euro, e c’è anche la Conferenza Europea sulla Sicurezza. Noi siamo parte di questa definizione allargata dell’Unione Europea.
A far crescere il radicalismo, più che una reazione al rifiuto da parte della Ue, possono essere condizioni economiche difficili, legate alla crisi. E’ chiaro che questo radicalismo a sua volta ci allontanerebbe dall’Europa.
Qual è lo stato delle relazioni della Turchia con gli Stati Uniti?
Anche qui si tratta di una situazione complessa. Nel 2005, c’era un vero e proprio anti-americanismo diffuso in Turchia. Allora, lanciammo un sondaggio per capire cosa stesse succedendo. Abbiamo scoperto che, in realtà non si trattava di vero e proprio anti-americanismo, bensì di anti-Bushismo. La popolazione turca rispetta e apprezza lo stile di vita americano e l’America in genere. Infatti quando chiedevamo agli intervistati se sarebbero stati disposti a mandare i figli a studiare negli Stati Uniti o se ci sarebbero andati a vivere loro stessi, la maggioranza rispondeva di sì.
Il problema era la percezione dell’operato del Governo americano del tempo, in particolare per quanto riguardava le politiche statunitensi verso l’Iraq settentrionale. Tutti erano dell’idea che fosse meglio prima dell’intervento americano. Anche per i motivi già menzionati: l’intervento americano in Iraq ha rafforzato il movimento separatista curdo del Pkk e la nostra sicurezza nazionale è percepita come direttamente dipendente dalla situazione nella regione sud-orientale del paese. Dopo l’invasione americana, l’Iraq è diventata instabile, il Pkk ha ottenuto maggior libertà di manovra, diventando sostanzialmente un attore politico.
Va poi ricordato che i media turchi sono ultra-nazionalisti. Sonar Cagaptay, un ricercatore al Washington Institute for Near Eastern Policy a Washington D.C., sostiene che, chiunque guardi la televisione turca, diventa automaticamente anti-americano. Una maggioranza di turchi è convinta che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 siano stati organizzati proprio dagli Stati Uniti. I turchi infine pensano anche che il sostegno americano per Israele e le preoccupazioni energetiche degli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda il petrolio, siano gli unici motori della politica americana nella regione. Tutte convinzioni poco razionali e da teoria del complotto, però si tratta di quello che pensa la gente in Turchia.
Cos’è cambiato con Obama?
I turchi hanno una passione non troppo segreta per Barack Obama. Nel 2005, il leader straniero che godeva di maggior rispetto in Turchia era Bashar Assad in Siria, seguito da Gerard Schroeder in Germania. Bush era ultimo, con solo il 9% delle preferenze. Nel 2009, il 40% dei turchi dichiarano di aver fiducia in Barack Obama. Assad rimane al vertice della classifica. C’è davvero grande rispetto per Barack Hussein Obama. E questo è un cambiamento epocale per i turchi. Quando gli stranieri mi domandano come mai, rispondo: “Il suo secondo nome è Hussein”.
Il nome Hussein è davvero un fattore importante?
In qualche modo sì. Non abbiamo posto direttamente questa domanda nei nostri sondaggi, però sono convinto che una maggioranza di turchi pensi che Obama sia musulmano, o che, perlomeno, ci sia una possibilità che lo sia. Per altro, sono anche felici di credere a una retorica del cambiamento. C’è grande apprezzamento per le riforme portate avanti da Obama. In questo paese la gente è affamata di riforme. Avremmo bisogno anche noi di un leader riformista, sincero e gentile. Che sia capace di parlare alla gente. Qui c’è stato un incontro tra lui e dei giovani, che hanno avuto la possibilità di fargli delle domande di persona. Una cosa che non potrebbe mai accadere con i nostri leader. Penso che i turchi amino lo stile di Obama: si sono convinti che arrivi dalle sfere più basse della società, anche se in realtà questo non è vero. La fiducia negli Stati Uniti è ancora bassa, ma c’è molto rispetto per Barack Hussein Obama.
Come vede il futuro della Turchia? E’ possibile che l’Occidente la perda?
Si tratta nuovamente di capire la psicologia turca. Orhan Pamuk, il vincitore del Premio Nobel è molto popolare perché ha avuto successo secondo gli standard occidentali. A noi piacciono i turchi che hanno successo nella competizione con gli occidentali. Vogliamo avere successo come europei.
Allo stesso tempo, siamo sospettosi degli europei. Ci piacciono ma pensiamo che siano sempre lì a cospirare contro di noi. Parliamo sempre della loro mentalità da crociata. Quando una qualsiasi cosa che capita a Bruxelles non ci piace, i nostri titoli di giornale puntano il dito contro “la psicologia da crociata”. Non che i turchi conoscano bene l’epoca delle Crociate, però è così che leggiamo le cose.
Questi due sentimenti, seppur contraddittori, coesistono nella testa delle persone. Per questo l’opinione pubblica turca vacilla continuamente tra pessimismo e ottimismo. L’economia naturalmente è una parte fondamentale di questa equazione: quando gli indicatori economici peggiorano, la gente diventa più pessimista anche rispetto all’Europa, mentre se le cose vanno bene, sono tutti subito ottimisti. D’altra parte la relazione con la Ue influenza concretamente lo stato dell’economia.
Il partner più importante della Turchia è la Germania. La nostra economia è strettamente legata a quella tedesca. Se loro fanno bene, facciamo bene anche noi, se loro falliscono, falliamo anche noi. Non siamo certo così legati agli Stati Uniti o ai paesi del Golfo. Non abbiamo relazioni economiche così proficue nemmeno con la Russia. Al di fuori del petrolio e del gas naturale. Ma, a parte questo, siamo molto più legati all’Unione Europea che a qualsiasi altra realtà.
E’ chiaro, quindi, che qualsiasi governo pragmatico deve investire nella relazione con l’Unione Europea, in particolare in questo momento di crisi economica. Abbiamo bisogno dei loro soldi, del loro turismo, dei loro investimenti. Il Ministro degli Esteri che abbiamo ora è un realista. Sta lavorando per creare attorno alla Turchia un cordone di sicurezza, con una politica che lui chiama di “zero problemi con i vicini”. Così facendo, spera che la Turchia possa utilizzare gli investimenti da sempre andati all’esercito per sviluppare l’economia civile. Nel medio-termine, questo ministro cercherà di fare della Turchia un leader regionale, con un legame particolare con il mondo occidentale. Ma la Turchia non diventerà certo il paese leader del mondo arabo.
Qual è il rapporto con il mondo arabo?
In Turchia la gente non ama gli arabi e nei paesi arabi la gente non ama i turchi. E’ un portato della dominazione turca nella regione. Le nazioni arabe ricordano ancora cosa è successo durante l’Impero Ottomano. E’ vero, da un lato, che gli Arabi apprezzano la leadership del Primo Ministro Erdogan perché ha assunto una posizione forte contro Israele. Ma non si tratta della popolarità della Turchia, bensì solo di quella del suo leader attuale.
Comunque, per tutta una serie di ragioni, la Turchia potrebbe essere un buon modello sia per l’Occidente che per l’Oriente: è un paese musulmano però è parte del sistema economico europeo. E’ anche parte del sistema di difesa occidentale e del sistema democratico occidentale. Può diventare davvero una sintesi importante.
La Turchia, a suo avviso, potrebbe anche facilitare la democratizzazione del Medio Oriente.
Ho scritto un articolo a questo proposito nel 2005, in risposta al politologo Americano Samuel Hungtinton. Hungtinton sosteneva che la Turchia avesse davanti a sé tre possibili percorsi. Diventare parte dell’Unione Europea, cosa secondo lui non impossibile; mirare a essere il paese leader in Medio Oriente (ma anche Hungtinton sa bene che gli arabi non amano i turchi, ragion per cui questo scenario è improbabile). Infine, secondo Hungtinton, la Turchia potrebbe semplicemente rimanere un buon alleato di Stati Uniti e Israele nella regione.
Io ho semplicemente aggiunto che c’è anche una quarta possibilità, ovvero che la Turchia faciliti la democratizzazione degli altri paesi nella regione. Il Medio Oriente non è democratico. L’unica democrazia nella regione è la Turchia, a parte Israele (di cui si può discutere fino a che punto sia davvero una democrazia) e, in qualche modo, l’Iran. Non ci sono altri paesi democratici in tutto il grande Medio Oriente.
La Turchia, invece, sta vivendo oggi un esperimento democratico di successo. E’ vero che abbiamo avuto tre colpi di stato militari nella storia della repubblica, però ora il potere viene trasferito con lo strumento delle elezioni popolari. E’ un buon modello. Inoltre, la Turchia ha una società civile forte. Abbiamo tante organizzazioni non governative attive in settori molto diversi: i diritti delle donne, dei bambini, l’istruzione. Abbiamo accumulato molta esperienza e queste organizzazioni offrono dei modelli buoni per l’estero. Ad esempio, il Mother and Child Education Fund sta portando avanti un bel progetto in Giordania. Tante altre Ong turche, in particolare quelle provenienti dal sud-est del paese, sono attive in Iraq settentrionale.
Fra l’altro, l’economia turca è molto più complessa delle economie degli altri paesi medio-orientali. Per tutte queste ragioni la Turchia può facilitare l’arrivo della democrazia nella regione. Il ruolo di un attore esterno è molto importante nei processi di democratizzazione. Penso ad esempio alla nostra relazione con la Siria, un esempio perfetto di quello di cui parlo. Fino al 1999 eravamo nemici, oggi abbiamo ottime relazioni economiche, diplomatiche e tra le due società. La stessa considerazione vale per l’Iraq settentrionale. Nonostante rimangano problemi politici fra la Turchia e l’Iraq del nord, l’attività economica turca è senza dubbio la componente più importante della vita economica in Iraq settentrionale.
Così forse anche noi possiamo contribuire a portare pace e stabilità nella regione.
Però, anche noi abbiamo bisogno di un’ancora. L’ingresso nell’Unione Europea avrebbe proprio questo senso, aiutarci a portare avanti il processo di democratizzazione interno alla Turchia. Noi da soli non siamo pronti a una simile missione. Non abbiamo una componente progressista nel panorama politico di questo paese. Abbiamo dei musulmani democratici, dei kemalisti democratici, ma non abbiamo i progressisti.
L’eredità lasciataci dalla dominazione dell’esercito è ancora presente, ragion per cui abbiamo bisogno di un aiuto per completare le riforme. I turchi sono, in generale, gente intollerante, con poca fiducia nel prossimo e con un’atteggiamento antagonista verso l’Occidente. Abbiamo bisogno, dunque, di maggior sostegno. Ma questo sostegno non deve arrivare per forza sotto forma di aiuti economici. Si tratta di un progetto sociale. Abbiamo bisogno di spiegare alla nostra gente che essere più tolleranti è vantaggioso.
Qual è il rapporto dell’opinione pubblica turca con il passato militare del paese, quello che il Primo Ministro ha di recente chiamato il “passato fascista” della Turchia?
In realtà quello a cui si riferiva il Primo Ministro Erdogan erano le attitudini turche verso le minoranze etniche, e non tanto le pratiche ordinarie del governo.
Sotto questo aspetto, alcuni ministri del governo sono ancora piuttosto fascisti. Erdogan parlava degli anni Venti e Trenta, quando le minoranze etniche furono espulse dalla Turchia e le loro proprietà espropriate. L’intellighenzia è consapevole di questi avvenimenti, ma la gente normale ignora la questione, che rimane un tabù. Erdogan ne ha parlato per ragioni politiche, non certo perché voglia criticare il passato fascista dello stato turco.
Certo non c’è niente di cui vantarsi. All’interno del sondaggio condotto l’anno scorso in collaborazione con WorldPublicOpinion.org, abbiamo chiesto cosa pensasse la gente della tortura, e abbiamo scoperto che i turchi ne difendono l’uso, come strumento per forzare un terrorista a confessare. Abbiamo una certa tolleranza per meccanismi di fascismo ordinario.
Come ho detto in precedenza, la nostra socializzazione è problematica a partire dai tempi della scuola elementare. Il Ministro dell’Educazione vorrebbe abbandonare la pratica quotidiana che obbliga i ragazzini a giurare fedeltà alla Turchia tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni. Ma anche gente della sinistra ha reagito negativamente a questa proposta.
Adottare un’agenda riformista in Turchia non è facile, perché la gente non riesce a immaginare i vantaggi che ne deriverebbero e, allo stesso tempo, perché quelli che perderebbero in un processo di riforma sono oggi più forti. Occorre far capire alla gente quali benefici possono derivare dalle riforme. Ma non è facile. Ad oggi non siamo riusciti a stabilire una coalizione progressista. In questo senso l’Unione Europea potrebbe aiutare.
Purtroppo di fatto sta facendo il contrario, rendendo l’agenda riformista ancora più impraticabile. Se potessi parlare ai leader dell’Unione Europea, gli direi di smettere di criticare la Turchia e di darci invece delle motivazioni. Abbiamo bisogno del sostegno dell’Unione Europea, non solo al fine di diventarne membri, ma anche per fare della Turchia un paese più democratico.

Pubblicato originariamente sul mensile Una Città
Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: