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La dura battaglia per regolare i mercati

settembre 23, 2009

Un anno fa’, la crisi della finanza americana, in realtà in corso già da mesi, si rivelava in tutta la propria enormità con il fallimento del gigante d’investimenti Lehman Brothers. Tra la primavera e l’autunno del 2008, molte delle più importanti istituzioni finanziarie degli Stati Uniti sono fallite, sono state comprate per poche lire da una rivale, oppure ancora sono rimaste in vita solo grazie all’intervento diretto del governo. Tra le altre, questo è ciò che è successo a Merril Lynch, Washington Mutual, Wachovia, AIG, Fannie Mae e Freddi Mac e, naturalmente, Lehman Brothers.
Il costo del crollo dell’economia americana si aggira oggi, secondo alcune stime indubbiamente ancora approssimative, sui millecinquecento miliardi di dollari. Seicento miliardi di questi sono andati direttamente al salvataggio del sistema finanziario a stelle e strisce. Altri mille miliardi di dollari circa, sono invece evaporati assieme ai posti di lavoro e allo scoppio della bolla immobiliare.
Un anno più tardi, l’intervento pro-attivo scelto dal governo americano per tamponare la crisi pare cominci a dare frutti. Per quanto l’economia statunitense sia ancora lontanissima dai picchi toccati  qualche anno fa’, molti sembrano pensare che, perlomeno, il crollo verticale del sistema si sia arrestato e che si cominci lentamente a registrare una ripresa, per quanto piccola. Il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha dichiarato martedì che l’economia americana è “molto probabilmente” uscita dalla crisi più grossa attraversata dai tempi della Grande Depressione.
Naturalmente, sono molti i problemi non risolti. Ad esempio, pare ormai chiaro che, se di ripresa si tratta, sarà comunque una ripresa che non porterà, almeno nell’immediato, a una crescita dell’occupazione. Una “jobless recovery”, la definiscono gli americani.
Fatto sta che, comunque, negli Stati Uniti la gente ha ritrovato un senso di “normalità” e il timore di una tragedia imminente si è in parte quietato. Ma, come ha sottolineato il Presidente Barack Obama nel discorso fatto a Wall Street lunedì, “normalità non può diventare compiacenza.” Rivolgendosi ai manager dell’alta finanza a un anno esatto dal fallimento di Lehman Brothers, Obama ha voluto ricordare a tutti che la propria amministrazione rimane intenzionata, anche in caso di ripresa economica, a rivedere completamente le regolamentazioni esistenti del sistema finanziario. “Non torneremo indietro ai giorni in cui andava bene comportarsi in maniera incosciente e in cui si tolleravano eccessi che poi sono stati al centro della crisi”, ha dichiarato il presidente. “Wall Street non può ricominciare a prendere gli stessi rischi del passato senza riflettere sulle conseguenze, per poi aspettarsi che, anche la prossima volta, i contribuenti americani saranno lì pronti a prendere chi cade”, ha continuato Obama, promettendo “la riforma più ambiziosa del sistema di regolamentazione finanziaria dai tempi della Grande Depressione”.
Nello specifico, il Presidente Obama ha espresso la volontà di costituire un’agenzia governativa incaricata della protezione finanziaria dei consumatori, la Consumer Financial Protection Agency, ovvero un ente che si occupi di garantire trasparenza nei contratti finanziari, quali mutui, prestiti e carte di credito. Obama ha anche parlato della necessità di creare meccanismi finanziari che proteggano gli individui, e il mercato, dal fallimento di un gruppo, quale Lehman Brothers e AIG, attivo in vari settori dell’economia, dalle assicurazioni all’alta finanza internazionale. Il governo americano offre ai cittadini un’assicurazione sui risparmi depositati in banca (la Federal Deposit Insurance Corporation) — per evitare che una sola bancarotta, creando una crisi di sfiducia, faccia crollare l’intero sistema. Nulla di simile esiste per le società finanziarie complesse che sono sorte con l’espansione dei mercati d’investimenti negli ultimi venti anni. Infine, il presidente si è soffermato sulla necessità di coordinare più efficientemente gli sforzi delle decine e decine di agenzie incaricate di sorvegliare l’operato delle società finanziare.

Concentrandosi troppo spesso sui dettagli più minuti, e non comunicando l’una con l’altra, queste agenzie governative finiscono per perdere di vista il complesso delle operazioni effettuate, lasciando massima libertà di azione alle società che sanno approfittare degli spazi non sorvegliati che si creano tra l’area di responsabilità di un’agenzia e quella di un’altra (all’epoca del fallimento, AIG era controllata da oltre 400 agenzie di sorveglianza in tutto il mondo, nessuna delle quali si è accorta di quello che stava realmente succedendo al gigante assicurativo).
Nel suo discorso di lunedì, Obama ha detto di volere dal Congresso una proposta di legge entro la fine dell’anno. Il presidente ha fatto anche intendere che i democratici Barney Frank e Cristopher Dodd, presidente uno della Commissione per i Servizi Finanziari della Camera e l’altro della Commissione per i Servizi Bancari del Senato, sono già al lavoro per preparare il testo di legge.
Non bisogna però lasciarsi prendere dall’ottimismo. La determinazione dell’amministrazione non deve far dimenticare che esiste una lobby finanziaria enormemente influente a Washington. Grazie alla seppur lenta ripresa economica, lo scandalo suscitato dal comportamento delle banche e delle società finanziarie l’anno scorso comincia a essere dimenticato dall’elettorato, preoccupato di altre faccende come, ad esempio, la mastodontica riforma del sistema sanitario. Possiamo immaginare che la lobby finanziaria, approfittando del momento positivo, non resterà con le mani in mano mentre il Congresso cerca di passare una legge che ne ridurrebbe i privilegi. Inoltre, grazie all’agenda ambiziosa, e al contempo polarizzante, portata avanti dall’Amministrazione Obama, il Congresso americano è sempre più diviso, con repubblicani e democratici poco disposti a lavorare assieme.

E’ già chiaro che, così come sta accadendo per la riforma della sanità, anche sulla questione della regolamentazione dei mercati finanziari, il Partito Repubblicano non ha intenzione di aiutare la controparte democratica e si sta schierando dalla parte di banche e società di investimenti che oppongono, ad esempio, l’idea di un’agenzia federale per la protezione finanziaria del consumatore. Il ritornello è sempre lo stesso: un controllo eccessivo esercitato dal governo finirebbe solamente con il soffocare l’attività del libero mercato e, di conseguenza, a limitare la crescita economica.
Cercando di prendere tempo, lo stesso Senatore Dodd ha dichiarato a proposito della riforma dei meccanismi di regolamentazione del sistema finanziario: “E’ un’area complessa. Molto più complicata che la sanità o le politiche energetiche”. Insomma, molti temono che il momento più opportuno per portare avanti questa battaglia stia passando. Non a caso, una proposta di riforma presentata al Congresso dal Ministro del Tesoro Timothy Geithner a marzo scorso non è avanzata di un passo nell’iter legislativo. Bisognerà stare a vedere se il Presidente Obama, che si sta spendendo molto sulla riforma della sanità, avrà ancora capitale politico sufficiente a fine autunno per spingere anche una legislazione che cambi le regole della finanza.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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