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Il pragmatismo di Obama sull’Iran

giugno 26, 2009

L’hanno soprannominato il “dilemma iraniano” di Obama. Pagine e pagine sono state riempite dai giornali americani con analisi della faticosa ricerca da parte del presidente di una strategia adatta a confrontarsi con i risultati delle elezioni tenutesi in Iran lo scorso 12 giugno, e, in tutta probabilità, pesantemente truccate dal regime islamico in favore del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad. Hanno criticato Obama per aver sostenuto una linea troppo cauta e pericolosamente timida, ma, allo stesso tempo, lo hanno complimentato per il pragmatismo. Insomma, per l’ennesima volta, gli americani, politici, analisti, e media, mostrano di non sapere cosa fare, e nemmeno cosa pensare, della situazione politica in Iran.

Dapprima, pur confessandosi preoccupato per le irregolarità che da subito parevano aver distorto il risultato del voto in Iran, Obama ha scelto una linea di non-intervento. In una dichiarazione fatta ai media a nome dell’Amministrazione, il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva detto il 17 giugno: “Ovviamente attendiamo di capire quale sarà il risultato finale dei processi interni oggi in atto in Iran, ma è comunque nostro intento quello di perseguire qualsiasi opportunità esista in futuro riguardo l’Iran”. Il Presidente Obama aveva a sua volta dichiarato che la volontà rimaneva quella di “continuare a ricercare un dialogo duro, ma diretto” tra i governi iraniano e americano.

Poi, l’intensità delle proteste per le strade di Tehran è andata aumentando e, con essa, la violenza della repressione delle forze dello stato sui manifestanti. Fino al culmine dell’uccisione in video di Neda Agha Soltan, una donna di 26 anni colpita dal proiettile di un cecchino e morta, la faccia che lentamente le si copriva di sangue, mentre un passante riprendeva la scena col proprio cellulare. E, così, anche la Casa Bianca ha cominciato a riaggiustare il tiro, in particolare per difendersi dalle critiche crescenti che stavano arrivando al presidente da parte repubblicana, ma, sempre più, anche da parte democratica. Sabato 20 giugno, Obama ha indurito i propri toni, dichiarando: “Chiediamo al governo iraniano di fermare tutte le azioni violente e ingiuste condotte in questi giorni contro la propria gente”.

A oggi, i commenti più critici fatti da Obama sono di martedì 23 giugno. In una conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca, il presidente si è detto “sconvolto e profondamente scioccato dalle minacce, dalla violenza, e dagli arresti degli ultimi giorni”. Negando con forza le accuse portate dal presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui le manifestazioni di protesta in Iran sarebbero state causate e sostenute dall’ingerenza di governi stranieri opposti al regime islamico, Obama ha proseguito dicendo: “Condanno con forza questi atti ingiusti e sono al fianco del popolo americano nel cordoglio sentito per la perdita di ogni vita innocente”.
Pur prendendo le difese dei dimostranti iraniani, e sostenendone moralmente la lotta coraggiosa in favore di un governo più aperto e trasparente, Obama ha comunque reiterato, anche martedì, che “gli Stati Uniti rispettano la sovranità della Repubblica Islamica e non hanno nessuna intenzione di intervenire negli affari interni dell’Iran”.  Quanto alla possibilità che il governo americano continui a cercare un dialogo diretto con quello iraniano, nonostante gli avvenimenti delle ultime settimane, Obama ha fatto sapere che, a questo punto, si tratta di “una scelta che  dovranno fare gli iraniani”. Il presidente ha così fatto allusione al fatto che le aperture americane verso Tehran sono state accolte, fin qui, con un atteggiamento quanto meno deludente da parte della leadership iraniana.

Le critiche più aspre sono arrivate al presidente americano dai  senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, che lo hanno accusato di aver abbandonato la causa dei diritti umani. Durante un’intervista rilasciata allo show televisivo “Today” del network NBC, McCain ha detto: “[Il presidente] dovrebbe dire a voce alta che questa in Iran è stata un’elezione corrotta e truccata”.

In realtà, le ragioni che Obama ha di mantenere una linea “fredda” e non-interventista sono numerose. Innanzitutto, come scrive Paul J. Saunders sul Washington Post, gli americani devono rendersi conto di avere opportunità davvero limitate di influenzare la politica interna all’Iran. “Molti politici e commentatori sembrano soffrire dell’illusione che gli Stati Uniti possano avere una influenza decisiva sull’evoluzione politica dell’Iran. Sembra che ne siano ancora convinti nonostante il fatto che il tentativo di esportare la democrazia in Iraq si sia rivelato molto più difficile e costoso di quanto pubblicizzato all’inizio”, sostiene Saunders.

Con tutta probabilità, un intervento americano più diretto otterrebbe semplicemente l’effetto contrario a quello desiderato. In un paese dai forti sentimenti nazionalisti come l’Iran, il valore delle proteste di questi giorni sarebbe solo diminuito negli occhi della popolazione se gli iraniani si convincessero che gli Stati Uniti sostengono apertamente l’operato dei manifestanti. Va ricordato, infatti, che gli iraniani non hanno ancora digerito il colpo di stato del 1953, notoriamente diretto dalla CIA, che depose il governo democraticamente eletto del Primo Ministro Mohammed Mossadeq. Bisogna tenere a mente, inoltre, che l’attuale governo islamico fu istituito in seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, scatenata dall’insurrezione popolare contro la monarchia autoritaria di Shah Mohammad Reza Palhavi, sostenuta e finanziata dagli americani.

Inoltre, sarebbe inutile e cruento da parte di Obama incoraggiare gli iraniani alla ribellione contro il proprio governo in un momento in cui gli Stati Uniti non hanno in realtà nessuna intenzione di intervenire militarmente per difendere i dimostranti dalla prevedibile repressione governativa.

Altre considerazioni, di tipo più pragmatico, sono anch’esse importanti. Innanzitutto, le manifestazioni seguite allo scandaloso voto del 12 giugno si sono concentrate quasi esclusivamente nelle grandi città, coinvolgendo una minoranza, per quanto cospicua, della popolazione. Fra l’altro, a due settimane dal voto, sembra oggi che le proteste comincino a diradarsi, certamente anche in seguito alla violenta risposta dello stato. Viene dunque da pensare che sarebbe forse stato precipitoso per Obama lanciarsi immediatamente in una campagna pro-opposizione e pro-democrazia. Può essere che valga invece la pena aspettare, per capire cosa succederà a questo movimento iraniano di piazza nei prossimi mesi. In secondo luogo, anche i manifestanti non chiedono, per ora, l’abbattimento del regime islamico, bensì protestano il risultato delle elezioni e scendono in piazza in difesa del proprio diritto di voto e a sostegno del proprio candidato, Mir-Hossein Mousavi.

Ma, come scrive Suzanne Maloney, un’esperta dell’Iran alla Brookings Institution, bisogna cercare di non farsi prendere da eccessivi entusiasmi per la politica di Mousavi, il quale, per quanto opposto al governo di Ahmadinejad, rimane un rivoluzionario della prima ora. “È importante non farsi travolgere dall’idea romantica di un iraniano moderato”, sostiene Maloney.

Insomma, è difficile pensare a quale altro atteggiamento avrebbe dovuto tenere Obama. Certo, il presidente avrebbe potuto fare una qualche dichiarazione di principio in stile George W. Bush che avrebbe rovinato per sempre qualsiasi possibilità di dialogo con l’Iran e, di conseguenza, qualunque speranza di cambiamento e riforma non violenta del regime islamico nel lungo, forse anche lunghissimo, periodo.

E’ chiaro che, se la situazione in Iran dovesse continuare a peggiorare, Obama sarà costretto a seguire una linea sempre più dura. Per il momento, però, sembra che l’Amministrazione statunitense abbia scelto di seguire la filosofia pragmatica e realista illustrata al Washington Post da un rappresentante del governo che, per l’occasione, ha scelto l’anonimato: “Stiamo cercando di promuovere una politica estera che aiuti a avanzare i nostri interessi, anziché una che ci faccia sentire bravi e buoni”.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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