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Nessuna scarpa contro Obama

giugno 5, 2009

Mai secondo nome fu più importante nella storia delle relazioni internazionali. Barack Hussein Obama arriva in Egitto da presidente degli Stati Uniti e, unico uomo politico al mondo, si può permettere di tessere un intero discorso sui rapporti tra Occidente e Islam con il filo della propria esperienza di privato cittadino, lui figlio americano e cristiano nato da padre africano e musulmano. Grazie alla credibilità acquistata in gran parte con la propria storia personale, e a una visione delle relazioni interrazziali, interreligiose e internazionali senza uguali nel mondo politico di oggi, a Obama è data la rara opportunità di ricucire i rapporti moribondi tra gli Stati Uniti e il mondo arabo.

Obama si è presentato alla platea della prestigiosa Università del Cairo salutando con un deferente, e molto applaudito, assalaamu alaykum, facendo riferimento ai contributi arabi allo sviluppo della civiltà globale, e citando i principi di pace che fondano l’Islam. Già di per se, la curiosità linguistica e culturale del presidente americano segnala un passo avanti rispetto all’atteggiamento del predecessore George W. Bush, famoso per l’inglese un po’ zoppicante, figuriamoci l’arabo.
Ma Obama è andato oltre le formule di rito, arrivando a spiegare la diffidenza del mondo arabo verso l’occidente in una prospettiva singolare per un presidente americano. Obama ha parlato dello sfruttamento dei paesi a maggioranza musulmana imposto dal colonialismo, della sofferenza causata dai tanti conflitti internazionali portati avanti da Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda in difesa dei propri interessi senza alcun riguardo per le popolazioni locali, e dell’impatto di una globalizzazione economica diretta da altri luoghi del pianeta e vissuta talvolta come una minaccia alla sopravvivenza delle tradizioni indigene, incluse quelle musulmane.

A quanto pare, Obama ha passato mesi a lavorare alla stesura del discorso fatto giovedì al Cairo, aiutato a Washington da una squadra di esperti di Islam, Cristianità, del mondo arabo, e da una serie di americani di religione musulmana che sono oggi rappresentanti prominenti dell’economia a stelle e strisce. Al di là del lavoro di cesello servito a raffinare la retorica, il discorso di Obama ha offerto anche una panoramica di proposte politiche, per quanto vaghe, che verranno tentate dalla sua amministrazione per risolvere le sfide più difficili del giorno d’oggi.

“L’America non è – e mai sarà – in guerra con l’Islam. Continueremo, però, a combattere senza tregua quegli estremisti violenti che minacciano gravemente la nostra sicurezza,” ha dichiarato Obama al Cairo. Spiegando che gli Stati Uniti non hanno intenzione di mantenere truppe o basi militari permanenti né in Afghanistan né in Iraq, Obama ha comunque reiterato la volontà degli americani di continuare a combattere fino a che la minaccia terroristica non sarà estinta. Ammettendo comunque la necessità di accompagnare gli sforzi militari con fondi per lo sviluppo, Obama ha promesso investimenti rispettivamente per 1,5 e 2,8 miliardi di dollari da utilizzare nei prossimi anni in collaborazione con i governi pakistani e afgani per costruire scuole, ospedali, e strade, e offrire quei servizi di cui la popolazione ha bisogno per poter prosperare.

Per quanto riguarda l’Iraq, Obama ha reiterato la volontà di rimuovere le truppe da combattimento americane a partire da luglio, per cominciare lentamente a “lasciare l’Iraq agli Iracheni,” mantenendo solo delle forze di supporto che aiutino “l’Iraq a costruire un futuro migliore.”

Obama ha poi sorpreso parlando in termini nuovi del conflitto tra Israeliani e Palestinesi. Pur ricordando al mondo che le relazioni tra Stati Uniti e Israele sono e sempre rimarranno indistruttibili, Obama ha riaffermato il diritto dei Palestinesi a una propria patria. In un’apertura inaspettata, Obama ha persino ammesso che Hamas gode di una certa legittimità politica (Hamas fa parte della lista di organizzazioni terroristiche internazionali del Dipartimento di Stato americano). Inoltre, il presidente ha causato scompiglio tra le fila israeliane, dichiarando che gli Stati Uniti non accettano la pratica di Gerusalemme di creare e a allargare gli insediamenti. “E’– tempo di finirla con questi insediamenti,” ha detto Obama, aggiungendo  che è venuta l’ora di risolvere la crisi umanitaria a Gaza, divenuta ormai un impedimento a una qualsivoglia risoluzione del conflitto. Ai Palestinesi, comunque, il presidente ha intimato di abbandonare la violenza.

Una nuova apertura è arrivata anche per l’Iran, quando Obama ha ammesso che, dovesse finalmente adottare un atteggiamento più conciliante, Tehran potrebbe avere diritto a sviluppare energia atomica per uso pacifico e civile, come per altro previsto dal Non-Proliferation Treaty (NPT). “Invece che rimanere intrappolati nel nostro difficile passato, ho detto chiaramente ai leader e al popolo iraniani che il mio paese è pronto a andare avanti,” ha sottolineato Obama. Per il momento, la reazione di Tehran non è stata tra le più entusiaste. Il Leader Supremo Ali Khamenei ha dichiarato che il discorso di Obama non basterà certo a risolvere i problemi esistenti e che l’Iran, come per altro il resto del Medio Oriente, attende atti, non parole.

Obama ha concluso il proprio discorso all’Università del Cairo parlando di libertà di religione, di diritti delle donne e di sviluppo economico, e insistendo che sono questi tre aspetti strettamente collegati l’uno agli altri. Difendendo la libertà di ogni individuo di praticare liberamente la propria fede religiosa e di indossare i relativi simboli (e qui il riferimento era in particolare all’hijiab, il velo che le donne musulmane usano per coprirsi il capo),  Obama ha detto: “Rifiuto la convinzione di parte dell’Occidente che una donna che sceglie di coprirsi i capelli sia in qualche modo una donna meno eguale. Sono però convinto che una donna a cui viene negato il diritto all’istruzione sia una donna a cui viene negata l’eguaglianza.” Istruzione, ha continuato il presidente americano, significa benessere economico. “Non è un caso che quei paesi in cui le donne sono più istruite, siano anche quelli più ricchi,” ha sostenuto.

Obama ha anche parlato di democrazia, un tema su cui è stato criticato negli Stati Uniti. Il presidente ha preso le distanze in maniera netta dal predecessore Bush: “Lasciatemelo dire chiaramente: nessun sistema di governo può o deve essere imposto su un popolo da una nazione straniera.” Nonostante Obama abbia comunque sottolineato il valore di un governo democratico che sappia rappresentare il volere del popolo, alcuni in America temono che la difesa dei diritti umani e della democrazia vengano messi da parte a causa di considerazioni di natura strategica. Ä– stata così criticata la scelta dell’Egitto per il discorso al mondo islamico, proprio perché l’Egitto è ormai considerato alla stregua di un governo semi-totalitario, in cui libertà di espressione, stampa e associazione politica stanno scomparendo a gran velocità. E, anche tra i sostenitori della politica di Obama per il dialogo con l’Iran, alcuni sono preoccupati che il presidente americano possa decidere di dimenticarsi degli abusi dei diritti umani compiuti dal regime islamico, sulle donne, sulle minoranze, sui giornalisti, per perseguire obbiettivi quali l’interruzione del programma nucleare di Tehran.

Che i problemi che si presentano al Presidente Obama per quanto riguarda i rapporti degli Stati Uniti con il mondo arabo siano di difficile risoluzione non ci sono dubbi. Vanno, però, sottolineati i successi già ottenuti. Come ci ricorda il magazine online Salon.com, George W. Bush salutò il Medio Oriente l’anno passato con una conferenza stampa in Iraq durante la quale gli fu lanciata contro una scarpa. Barack Hussein Obama inaugura il proprio mandato presidenziale con un discorso durante il quale uno studente egiziano gli ha gridato dagli spalti, in inglese: “Barack Obama, we love you!”

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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