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Al Qaeda nel 2009

giugno 1, 2009

A sette anni dagli attentati terroristici che colpirono New York e Washington l’11 settembre 2001, e nonostante la “guerra al terrorismo” lanciata dall’ex Presidente George W. Bush in risposta agli attacchi, la comunità internazionale continua a dover fare i conti con il terrorismo di stampo Al-Qaeda. Valentina Pasquali ha domandato a Gary LaFree, uno degli esperti americani più rinomati del settore, di fare un bilancio della forza di Al-Qaeda oggi, mentre il Presidente Barack Obama comincia a riformare le politiche adottate dal suo predecessore Bush. Professore di criminologia, LaFree è il direttore del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START), un centro di ecellenza affiliato al Dipartimento di Sicurezza Nazionale (Homeland Security) e con sede presso l’Università del Maryland.

Valentina Pasquali (VP): All’inizio di gennaio, la CIA ha annunciato di aver ucciso due ufficiali di alto rango di Al-Qaeda, durante una manovra militare in Pakistan. Si tratta questa della più recente in una lunga serie di successi del genere. Secondo lei, questo genere di notizie come vanno interpretate? Qual’è il significato vero di un evento come questo, visto all’interno della ben più vasta “guerra al terrorismo”?

Gary LaFree (GL): Penso che, ormai, la maggior parte degli addetti ai lavori siano d’accordo che gli Stati Uniti abbiano ottenuto grandi successi nella battaglia contro l’organico militare di Al-Qaeda. Il problema è che siamo stati molto meno efficienti nel mettere un freno al movimento sociale che lentamente è cresciuto attorno a Al-Qaeda. A START abbiamo condotto una serie di sondaggi sull’opinione pubblica nel Medio Oriente e abbiamo registrato un sostegno diffuso da parte della popolazione per Al-Qaeda, o per le idée proposte da quest’organizzazione.

Si è creata nel tempo una frattura interessante: da un lato gli Stati Uniti hanno ottenuti grossi sucessi nella cattura, l’uccisione, o l’isolamento della leadership di Al-Qaeda, dall’altra il movimento sociale collegato all’organizzazione militare è ancora vivo e vegeto. Infatti, mentre nell’ottica dei conflitti convenzionali, rimuovere la leadership avversaria è sempre stata una strategia fondamentale alla vittoria, ciò non è più tanto vero oggi, considerata la natura differente delle battaglie che ci troviamo a combattere contro Al-Qaeda. Colpire i capi avversari non ha lo stesso peso quando c’è sostegno popolare e simpatia per il tipo di idée che sono proposte dai nemici.


VP: Questi ultimi assassinii sono stati largamente pubblicizzati nei media americani. Pensa che questa sia una strategia voluta, per fini domestici, o potrebbe essere anche diretta a demoralizzare i membri o le potenziali nuove reclute di Al-Qaeda? La popolazione mediorientale come reagisce al diffondersi di notizie come questa, a proposito degil ultimi duri colpi subiti dalla leadership di Al-Qaeda?

GL: Mi fai una domanda interessante e probabilmente al di sopra delle mie capacità. La mia impressione è che i media americani siano troppo diversificati e indipendenti per essere controllati dal processo politico in questa maniera. Ho il sospetto che questa ipotesi sia troppo sofisticata considerata la forza relativa dell’elite politica. Per quanto riguarda il Medio Oriente, nei nostri sondaggi non abbiamo posto la domanda in questi termini. Però direi che, in generale, gli assassinii mirati sono davvero un affare rischioso, che, molto probabilmente, finiscono per scatenare una reazione controproducente da parte delle popolazioni locali. Se guardiamo a studi condotti in passato, specialmente nel caso del conflitto nell’Irlanda del Nord, ci sono forti indicazioni che la strategia britannica che si appoggiava sugli omicidi mirati abbia solo peggiorato le cose, causando l’indignazione della popolazione e rafforzando il sostegno per l’IRA. Penso che la stessa cosa sia vera nel caso di Israele.

Viceversa, da quello che abbiamo osservato nei nostri sondaggi, direi che è importante notare come la reazione delle popolazioni in Pakistan, Marocco e Egitto sia diversa nei casi in cui gli attentati terroristici colpiscano militari o civili americani. Gli attacchi portati contro le forze armate, ad esempio in Iraq, godono di percentuali di approvazione molto più alte di quelli contro i civili. Penso che questo sia interessante, perchè mostra che il pubblico non ha ancora compreso appieno che la relazione tra i civili e i militari che gli Stati Uniti hanno contribuito a creare in Iraq è molto intricata e i confini difficili da delineare. Infatti, molte società private, composte di personale non militare, avendo vinto appalti pubblici svolgono funzioni sul territorio che assomigliano molto a quelle dei soldati.

VP: Secondo lei, la leadership di Al Qaeda è capace di rigenerarsi velocemente? Con quanto successo riescono a trovare nuovi capi che siano altrettanto influenti e efficiaci che quelli uccisi o catturati?

GL: Innanzitutto devo specificare che noi abbiamo accesso solo a fonti che sono di pubblico dominio e non possiamo studiare documenti top secret. Quindi penso che se tu ponessi questa domanda a qualcuno che lavora per la CIA, per esempio, ti darebbe probabilmente una risposta molto diversa. In ogni caso, noi abbiamo notato che, a partire dall’undici settembre e poi continuando con gli attentati di Londra, Madrid e Mumbai, si rinforza sempre più il fenomeno che Mark Sageman ha chiamato “a bunch of guys,” (“il gruppo di ragazzi.”) In altre parole, c’è un’attività crescente portata avanti da gente che ha quasi nessun contatto con la leadership centrale di Al-Qaeda. Al-Qaeda sta diventando sempre più una sorta di franchising estremamente decentralizzato.

Mentre gli Stati Uniti mettono pressione sulla struttura centrale di Al-Qaeda, altre emanazioni laterali del gruppo nascono un po’ ovunque. Di conseguenza, le connessioni tra questi gruppi sono rare, e create quasi esclusivamente dai media occidentali. Penso sia uno degli aspetti più interessanti del mondo in cui viviamo. Questo meccanismo mi ricorda quel ragazzino in Minnesota, che, solo qualche mese fa, è entrato in una scuola e ha cominciato a sparare alla gente. Più tardi, questo giovane assassino ha dichiarato di essere stato ispirato da organizzazioni di estrema destra che aveva incontrato navigando su Internet. Non aveva altri contatti con questa gente se non attraverso il web. Penso che uno scenario di questo tip possa applicarsi anche a un gruppo come Al-Qaeda, in cui un numero sempre crescente di contatti tra i membri avviene al di fuori di una organizazzione centralizzata.

Questo crea un problema serio per il nostro tipo di ricerca. A START abbiamo messo assieme un database di attentati, e abbiamo ormai un archivio di 80.000 episodi di violenza categorizzati per matrice terroristica, che data al 1970. Oggi però è diventato difficile decidere in che modo classificare le azioni di un gruppo come ad esempio quello che si è autodenominato Al-Qaeda in Iraq, e che commette atti di violenza nel paese. Come fare a stabilire se queste attività debbano essere considerate solo un caso di terrorismo domestico o, invece, in quanto forse un’emanazione di Al-Qaeda, se vadano viste in un’ottica globale, visto che il franchise è attivo in molti paesi diversi? Questa è diventata davvero una domanda difficile a cui rispondere.

VP: Da quello che mi dice, parrebbe che anche solo la definizione del concetto di terrorismo internazionale sia diventato un problema di difficile risoluzione. È questo il caso?

GL: Decisamente si. Lo studio del terrorismo si è tradizionalmente basato su prototipi quali l’IRA o l’ETA, caratterizzati da una forte struttura organizzativa. Il tipo di operazione franchising di Al Qaeda, dove un gruppo di persone in Europa, senza alcun contatto diretto con la leadership centrale, può lanciare un attacco e poi sostenere che tale azione è direttamente ispirata ad Al Qaeda, rappresenta un modello completamente differente.

In Iraq è particolarmente complicato dire quali azioni di violenza vadano considerate come collegate direttamente alle operazioni di Al-Qaeda. In questo paese la violenza è così diffusa che è difficile separare quelle che sono azioni militari, dalla resistenza locale, da semplici atti di criminalità comune, dal terrorismo internazionale.

Inoltre, gruppi come l’IRA e l’ETA tradizionalmente rivendicavano la paternità dei propri attentati, il ché rendeva il conto molto semplice. Al-Qaeda invece lo fa solo di rado. Nel 55% di quei 80.000 casi che abbiamo registrato dal 1970, un gruppo o l’altro ha rivedicato l’attentato. Invece, se guardiamo solo all’Iraq dopo l’invasione aemricana del 2003, quella percentuale scende al 9%. In altre parole, si ha moltissima violenza ma nessuno sa cosa stia davvero succedendo.


VP: Rispetto al 2001, come valuterebbe oggi la forza di Al-Qaeda e l’efficacia di questa organizzazione nel portare avanti la propria missione? Secondo lei, la “guerra al terrorismo” dell’Amministrazione Bush ha indebolito Al-Qaeda? Quanto?

GL: Per rispondere proprio a questa domanda, abbiamo cercato di riguardare al nostro archivio di attentati, dalla nascita di Al-Qaeda, e abbiamo contato il numero di morti e di incidenti la cui responsabilità è stata chiaramente attribuita a essa. Il più alto numero di attentati è occorso nel 2005; il 2007 è al secondo posto. Il che significa che, anche se c’è stato un declino dal 2005, non è stato un declino significativo. D’altra parte però, se si guarda al numero di morti causati dagli attentati attribuiti a Al-Qaeda, il 2001, a causa dell’undici settembre, rappresenta senza dubbio il punto più alto, visto l’altissimo numero di vittime che ci furono quel giorno. Al secondo posto sono il 2004 e il 2005, con circa 500 vittime l’anno.

VP: Quali lezioni possiamo apprendere dagli errori fatti in passato? Quali strategie pensa abbiano avuto maggior successo e quali invece si sono rivelate inefficienti?

GL: Innanzitutto, dobbiamo accettare che non si tratta più di combattere una guerra convenzionale. Se pensiamo di poter affidarci ai bombardieri senza prestare attenzione all’impatto delle nostre azioni sulle popolazioni locali, molto probabilmente finiremo con il perdere la guerra. Penso che quest’idea sia ormai largamente accettata da tutti. È chiaro che dobbiamo sempre ricordarci che i nostri nemici offrono servizi sociali, che hanno una presenza vera nelle comunità. Limitarsi a inseguire quelli che i militari chimano i “cattivi”, ha un impatto limitato sulla qualità della vita della gente che abita le zone remote del Pakistan, dell’Iraq o dell’Afghanistan: costoro non ricevono nessun beneficio diretto da una bomba che esplode lontano e rimangono semplicemente preoccupati delle proprie vicinanze e della sicurezza delle proprie famiglie. Se perdiamo questa battaglia, allora è probabile che perderemo anche la guerra.

Dobbiamo anche imparare che i bombardieri non sono strumenti chirurgici. Nonostante siano diventati più sofisticati, continuano a sbagliare di quando in quando, creando una reazione terribilmente controproducente nell’opinione della gente locale.

Si può dire che questo aiuti a comprendere la caratteristica che rende il terrorismo un arma così efficace: è una tecnica che si impossessa dei punti di forza del nemico e glieli ritorce contro. Puoi vincere una battaglia e però perdere la campagna, e certamente finirai per perdere la lotta per il favore dell’opinione pubblica.

Infine, un’osservazione che mi ha colpito dopo cinque anni di direzione del centro START, è che esiste una strana forma di moralità anche nel terrorismo. Il pubblico si indigna quando un grande esercito potente invade un paese e uccide una serie di gente per sbaglio. Ma il pubblico si indigna ugualmente anche quando i gruppi terroristici fanno errori simili. La maggior parte della popolazione mondiale non è particolarmente felice di sapere che si possono vedere decapitazioni su internet. Penso che questa moralitàfunzioni in entrambe le direzioni. I governi fanno errori di calcolo e così anche le organizzazioni terroristiche.

VP: Pensa che i capi di Al-Qaeda siano consapevoli di questa moralità pubblica?

GL: Assolutamente. Costoro sono molto sofisticati. Sono certo che ne siano consapevoli. Far esplodere gente innocente, in generale un tipo di violenza estrema, non fa buon gioco con l’opinione pubblica. Come ho detto in precedenza, abbiamo fatto molta ricerca a proposito del conflitto tra la Gran Bretagna e l’IRA – sono stati molto studiati e quindi abbiamo ritenuto di poter imparare molto da quel caso. I brittanici hanno perso molto sostegno popolare quando hanno seguito l’approccio più duro, perchè venivano visti come crudeli, mentre i membri dell’IRA erano addirittura disposti a togliersi la vita pur di resistere.


VP: Quali sono I passi da fare in futuro? Quale sarebbe il suo consiglio all’Amministrazione Obama?

GL: Sopra ogni cosa, gli direi che se vuole avere successo, deve cercare dei partner internazionali. A START abbiamo appena completato un progetto durante il quale abbiamo studiato 53 gruppi terroristici identificati dal governo americano come le minaccie più pericolose alla sicurezza nazionale. E abbiamo scoperto che il 97% dei loro attentati non sono stati in realtà portati contro obbiettivi americani. In altre parole, paesi come il Pakistan hanno anch’essi un enorme interesse a controllare le organizzazioni terroristiche che operano nei loro territori, perchè ne sono le prime vittime. L’idea che un paese possa fare tutto da solo è pericolosa, ma credo che l’Amministrazione Obama questo lo abbia già capito.

La comunità globale non è contenta quando c’è violenza estrema e casuale, gente torturata e uccisa, indipendentemente da chi sia il colpevole. Gli Stati Uniti hanno ricevuto moltissimo sostegno internazionale dopo l’undici settembre. Questo, però, non vuol dire che puoi diventare il bulletto di turno. Al contrario, bisogna essere molto cauti nell’esercitare questo tipo di potere e autorità. Nel caso dell’Irlanda del Nord, una delle decisioni migliori da parte dei britannici fu l’aumento del numero dei soldati inviati sul territorio effettuata nel 1972. Riuscirono a insediare un alto numero di truppe senza incontrare troppa resistenza e così ci furono poche vittime. Il problema con questa strategia è che, da un lato, bisogna avere la volontà di portarla avanti, dall’altro, bisogna essere disposti a andarsene appena possibile. La maggior parte dei paesi non è favorevola all’idea di occupazioni di lungo periodo. Inoltre, bisogna essere consapoveli che, nel momento in cui si cominciano a ammazzare per sbaglio molti innocenti, il pubblico si scoccerà molto velocemente.

VP: Come vede il futuro? Ci sono ragioni per essere ottimisti?

GL: Ci sono un paio di osservazioni che potrebbero essere di conforto. Il terrorismo, mentre dall’esterno sembra essere incredibilmente prevalente, è molto meno comune e diffuso di quanto la gente non pensi. Considera tutti gli obbiettivi vulnerabili che, per fortuna, nessuno cerca di colpire: un atto di terrorismo rimane un evento relativamente raro. Inoltre si tratta di un fenomeno ciclico. Molto del terrorismo degli anni settanta era concentrato in Europa, e lentamente è quasi completametne scomparso. Il terrorismo degli anni ottanta era prevalentemente centro e sud americano e anch’esso è scomparso. Ora siamo in un periodo che si potrebbe chiamare jiadista e globale, ma anche questo periodo non durerà per sempre. Il terrorismo va a onde alterne e fortunatamente usciremo anche da questo momento, meglio tardi che mai.

Pubblicato originariamente su Una Citta’

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