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Cambiamento sì, ma con moderazione

maggio 15, 2009

Washington D.C. –  A sorpresa, il Presidente Obama è tornato sui propri passi mercoledì bloccando la pubblicazione di una serie di fotografie che ritraggono soldati americani nell’atto di  fare violenza su prigionieri in Iraq. Su richiesta dell’ACLU (American Civil Liberties Union), che sta portando avanti una causa legale sin dal 2003, una corte federale aveva stabilito qualche settimana fa che il governo avrebbe dovuto rendere pubbliche queste immagini sulla base del Freedom of Information Act, una legge che consente ai privati cittadini di ottenere dal governo degli Stati Uniti informazioni altrimenti classificate, a meno che queste non mettano a repentaglio la sicurezza nazionale. Obama aveva inizialmente dato il proprio consenso al verdetto giudiziario e solo ieri, dopo aver ricevuto forti pressioni dal Pentagono, ha deciso di contestare l’ordine dei giudici, scatenando così le ire dei propri sostenitori e, in genereale, della società civile americana.

Da candidato alla Casa Bianca, Barack Obama aveva scelto l’anno passato di portare avanti una campagna elettorale centrata su parole d’ordine quali cambiamento e trasparenza. Allo stesso tempo, Obama ha sempre promesso moderazione, vantando spesso la capacità di trovare punti d’accordo anche con i propri avversari. Per Obama, è stata questa la strategia vincente per convincere gli americani a votarlo: da un lato i progressisti hanno riconosciuto in lui l’inizo di una nuova era democratica, dall’altra i moderati hanno scongiurato il pericolo di un nuovo presidente che fosse completamente in mano all’ala liberal del partito dell’asinello.

Oggi, da presidente degli Stati Uniti, Obama continua a cercare di trovare un giusto, e difficile, compromesso tra novità e moderazione. Il risultato di questo sforzo di mediazione è una politica che molti dei suoi sostenitori, ma a questo punto anche un numero crescente di esperti, considerano eccessivamente diluita perchè si possa sperare che ottenga gli effetti desiderati. D’altro canto, questa stessa strategia sta consentendo all’amministrazione in carica di lavorare a ritmi forzati, avendo già fatto approvare un numero notevole di misure legislative grazie a un generale sostegno del Congresso (e a una maggioranza democratica molto forte).

Non c’è, infatti, solo lo scandalo ‘tortura’ nell’occhio del ciclone. Critiche sempre più dure stanno arrivando al presidente in fatto di politica economica. In particolare, molti economisti rimangono dubbiosi dell’approccio scelto per la riforma del sistema bancario. Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e professore a Princeton University, che è stato consulente di Obama durante la campagna elettorale, sostiene ormai da alcuni mesi che la gravità della crisi finanziaria richiederebbe un intervento assai più deciso di quello portato avanti dall’amministrazione. Secondo Krugman, continuando su questa strada Obama perderà l’occasione storica di riformare un settore cruciale e estremamente pericoloso dell’economia globale, ovvero il sistema bancario.

Fra l’altro, in tanti oggi lamentano la vicinanza del presidente al mondo della finanza, soprattutto dopo la scelta di Obama di contornarsi di personalità quali Timothy Geithner, Ministro del Tesoro, e Lawrence Summers, Direttore del National Economic Council. Entrambi sono cresciuti professionalmente in circoli vicini a Wall Street, e sono stati personalmente coinvolti nell’ideazione di alcuni di quegli strumenti finanziari complessi che hanno causato il crollo dei mercati internazionali l’anno passato.

E così si viene alla vicenda delle fotografie dei soldati americani e dei prigionieri iracheni. Dopo otto anni di segreti e trame nascoste, durante i quali l’amministrazione repubblicana, in particolare il duetto George W. Bush-Dick Cheney, ha preso tutte le decisioni più importanti dietro le quinte, gli americani vogliono oggi da Obama la trasparenza promessa in campagna elettorale.

E, fino a ieri, Obama si era mostrato incline a rispettare questo desiderio del popolo statunitense. Basti pensare ai quattro rapporti resi pubblici dal presidente qualche settimana fa. Redatti dal Ministero della Giustizia durante gli anni Bush, tali documenti descrivevano in dettaglio pratiche quali il waterboarding, oggi riconosciute come forme di tortura, e ne autorizzavano l’uso negli interrogatori condotti al di là dei confini americani.

Ieri, però, è arrivato il dietro-front. Grazie all’intervento dei generali dell’esercito incaricati di portare avanti gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, e in particolare grazie alle pressioni del Generale Ray Odierno da Baghdad, il presidente ha cambiato idea e si è improvvisamente opposto all’ordine dei giudici. La pubblicazione delle immagini in questione, sostiene il Pentagono e l’establishment della difesa americana, metterebbe a rischio la vita dei soldati americani ancora in missione. Se rese pubbliche, le foto potrebbero creare scandalo in Medio Oriente, e, di conseguenza, intensificare i sentimenti anti-americani della gente locale.

Con questa mossa Obama si è forse conquistato la fiducia dei propri generali e l’apprezzamento di alcuni importanti deputati e senatori repubblicani; ad esempio Lindsey Graham, Senatore del South Carolina che fu sostenitore di John McCain durante la campagna elettorale del 2008 e considerato tra i repubblicani moderati al Congresso. Allo stesso tempo, però, in molti si chiedono come sia possibile pensare che, nel lungo periodo, la continuazione delle pratiche di segretezza seguite religiosamente dall’Amministrazione Bush possa aiutare a migliorare l’immagine degli americani all’estero e le loro missioni militari in giro per il mondo. Molto meglio sarebbe forse pubblicare le immagini e poi perseguire legalmente i responsabili degli abusi. Juan Cole, professore di Storia del Medio Oriente all’University of Michigan, scrive sul suo interesantissimo blog: “Gli Stati Uniti hanno più speranze di lasciarsi alle spalle gli errori del passato confessando e cercando di trovare un modo per riconciliarsi con il mondo, invece che continuando a nascondere il passato anche oggi che tutti già sanno cosa è successo.”

Il caso delle fotografie finirà probabilmente di fronte alla Corte Suprema visto che il ricorso di Obama arriva dopo che due corti federali avevano già autorizzato la pubblicazione delle immagini.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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