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Il ritorno del Boston Tea Party

aprile 17, 2009

Washington D.C. – Il 15 aprile è una data a cui gli americani guardano con malcelato disappunto. Si tratta, infatti, dell’ultimo giorno utile per pagare le tasse federali senza incorrere in una multa. Anche a causa della crisi del sistema finanziario internazionale e dei timori diffusi di una recessione inarrestabile, il 15 aprile è stato accolto quest’anno con particolare scontento popolare. I conservatori, soprattutto, sentendosi oberati da un ingiusto carico fiscale, si sono organizzati mercoledì per protestare in maniera assai teatrale contro le tasse riscosse da Washington. Eppure, a guardarci bene, l’opposizione alle politiche economiche dell’Amministrazione Obama sono sembrate del tutto fuori luogo, visto che, in realtà, diversi dati pubblicati di recente a proposito dell’onere sopportato dai contribuenti americani suggeriscono che costoro non se la passano affatto male.

Preoccupata che il piano di intervento economico portato avanti dal Presidente Barack Obama necessiterà, nel lungo periodo, di un aumento del carico fiscale, la destra americana ha deciso di inscenare manifestazioni spettacolari per tutto il paese, dalla Florida alle Hawaii. I manifestanti, alcuni dei quali vestititi addirittura come i coloni settecenteschi del New England, si sono ritrovati al fine di rimettere in scena il famoso Boston Tea Party, oltre duecento anni dopo gli avvenimenti originali.

Nel 1773, i cittadini inglesi residenti nella colonia di Boston (e futuri cittadini americani), gettarono a mare il carico di tre navi cariche di tè arrivate dall’Inghilterra, tè su cui la corona richiedeva il pagamento di un’imposta. Tutt’ora ricordato come un momento fondamentale nella nascita del movimento indipendentista americano, il Boston Tea Party rappresenta nella cultura statunitense la ribellione della frontiera contro l’eccessivo carico fiscale imposto ingiustamente dall’ormai remota capitale dell’impero.

Fuori metafora, il Boston Tea Party simbolizza, per i conservatori del 2009, la lotta dei cittadini repubblicani contro ogni forma di sopruso centralista e contro un governo federale percepito come sempre più invadente, e indifferente alla libertà individuale. Così, qualche decina di migliaia di sostenitori del principio dello ‘small government’ (secondo il sito web conservatore Pajamas Media, i manifestanti sono stati 184,064 in tutto il paese), si sono ritrovati da Lansing, in Michigan, a San Antonio, in Texas, per protestare contro l’Amministrazione Obama, gettando bustine di tè ovunque fosse possibile; in piazza, in mare, nel lago più vicino. Fox News, diventata sostanzialmente lo sponsor ufficiale dell’impresa, ha trasmesso in diretta l’evento, con il commento di Glenn Beck, un demagogo conservatore con un passato da attore comico e oggi grande successo televisivo. La manifestazione più problematica è stata quella di Washington, durante la quale i partecipanti hanno dovuto fare i conti con le misure di sicurezza attuate per proteggere la Casa Bianca, dove era stato organizzato il tea party locale. Al primo tentativo di gettare il tè su Lafayette Square, su cui si affaccia il lato nord della residenza presidenziale, sono intervenuti con prontezza i servizi segreti, e i manifestanti si sono così ritrovati con le mani in mano, o meglio, con il tè in mano.

La manifestazione nazionale anti-tasse, presentata dagli organizzatori come bipartisan ma ben presto rivelatasi semplicemente una protesta repubblicana anti-Obama, ha avuto luogo, e ha ricevuto grande copertura mediatica, nonostante le ripetute promesse del Presidente, reiterate anche nel discorso fatto proprio il 15 aprile. Obama continua a sostenere che l’amministrazione non ha alcuna intenzione di aumentare il carico fiscale alle famiglie che guadagnano meno di 250.000 dollari l’anno, e ha invece in programma di diminuirlo laddove possibile. Fra l’altro, nel pacchetto di stimolo economico da 787 miliardi di dollari voluto da Obama e poi passato dal Congresso, sono già inseriti una serie di tagli e nuove detrazioni fiscali che dovrebbero agevolare notevolmente le finanze del cittadino americano medio.

Non solo, questa rivolta in stile anti-imperialista del contribuente (conservatore) americano arriva un po’ a sorpresa anche per un’altra ragione. Secondo uno studio pubblicato dal Congressional Budget Office, un ufficio bipartisan del Congresso, il carico fiscale federale è praticamente ai minimi storici. Nel 2006, la middle-class americana ha versato alle casse federali appena  il 9% del proprio redditto (gli Americani pagano, oltre alle tasse federali, anche le tasse statali e locali, che non sono incluse in questo calcolo).
In difesa della propria iniziativa, Richard K. Armey, lobbista repubblicano del Texas e fra gli organizzatori delle manifestazioni in stile tea party, ha dichiarato in una intervista al Washington Post: “le tasse federali vanno bene al momento, però in pochi credono davvero che Obama si accontenterà di lasciare il carico fiscale così com’è.” Insomma, si trattava di una protesta preventiva.

Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha successivamente confermato in conferenza stampa che, no, il Presidente Obama non aumentarà le tasse agli americani che guadagnano meno di 250.000 dollari l’anno per tutta la durata del proprio primo mandato, anche se il debito pubblico è in forte aumento.

Per cercare di calmare ulteriormente i malumori conservatori, Obama ha anche promesso una riforma del codice fiscale, definito “mostruoso” dal Presidente stesso. Obama vorrebbe semplificare il sistema affinchè il pagamento delle imposte diventi automatico per un gran numero di americani: la riforma, in sostanza, risparmierebbe al 40% dei contribuenti l’annoso compito di presentare una dichiarazione dei redditi.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

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