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Da Denver un avvertimento per l’Europa

agosto 28, 2008
Denver, CO – “Concentratevi sull’Asia, il futuro e’ li’,” ha detto oggi l’ex-Presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn — da non confondersi con il piu’ recente Wolfowitz — parlando ad un forum organizzato dal Council on Foreign Relations a proposito del futuro delle relazioni internazionali e della politica estera americana. “Smettete di andare in Europa a studiare, a imparare lo spagnolo e il francese. Andate in Cina a imparare il cinese, andate a visitare l’India,” ha insistito Wolfensohn rivolgendosi in particolare ai 750 studenti delle scuole superiori di Denver invitati ad assistere all’incontro.
In occasione di una sessione dedicata dalla DNC alla politica estera, una lista di nomi prestigiosi dell’establishment diplomatico di Washington, dall’ex-Ministro degli Esteri Madeleine Albright a Richard Holbrooke, ex-vice Ministro degli Esteri nell’amministrazione Carter, si sono ritrovati mercoledi’ per discutere di come il nuovo governo eletto a novembre – nell’auspicio dei presenti sotto la guida di Barack Obama – potra’ dare una svolta alla politica estera americana, ricucire le relazioni con gli alleati, contribuire a combattere la poverta’ nel mondo e, soprattututto, ristabilire la leadership statunitense nel ventunesimo secolo dopo che gli ultimi otto anni di amministrazione repubblicana hanno rovinato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo.
Il nome dell’Europa e’ stato fatto di rado al convegno, se non per lamentarsi che gli Europei non sono sufficientemente attivi in questioni internazionali: un atteggiamento che indica che l’attenzione degli americani e’ sempre piu’ puntata sull’Asia, sul Medio-oriente e magari sulla Russia – in particolare dopo lo scoppio del conflitto con la Georgia. Ma sempre meno sulla vecchia Europa, che lentamente si sta riducendo ad essere solamente una graziosa destinazione turistica.
Si potrebbe attribuire questa visione del mondo alla tipica cecita’ politica americana. Alcuni numeri snocciolati da Wolfensohn, pero’, fanno davvero pensare. Ad oggi, quasi il 75% del prodotto interno lordo mondiale e’ nelle mani dei paesi cosidetti sviluppati. Nel 2050 questa percentuale scendera’ al 30%. A breve, la Cina sara’ l’economia piu’ importante del pianeta, seconda l’India, terzi gli Stati Uniti. Il Giappone dovrebbe arrivare ad essere la quarta o la quinta, la Corea del Sud subito dietro. Persino il Vietnam dovrebbe scalare la classifica fino al numero dieci. Se si guarda al mondo in quest’ottica, se si pensa al significato di una organizzazione quale il G8 attraverso la lente fornita da queste cifre, da Europei bisogna forse cominciare a pensare a cosa fare per non affondare.
Anche i dati sul reddito pro-capite sono inquietanti. Nei paesi occidentali, e’ oggi circa 40.000 dollari l’anno. Nel 2050 dovrebbe salire a circa 90.000 l’anno. Nel frattempo pero’ i paesi cosidetti in via di sviluppo dovrebbero passare da un redditto di 2.500 dollari l’anno ad uno di 40.000 dollari l’anno. “Questo signfica che la classe media del futuro sara’ in Asia, non negli Stati Uniti o in Europa,” ha spiegato Wolfensohn.
Oltre a mostrarsi del tutto indifferente all’esistenza dell’Europa, l’elite diplomatica democratica americana e’ apparsa determinata a ricostruire un’immagine positiva degli Stati Uniti all’estero, riparando i danni di pubbliche relazioni causati da Bush, con l’obbiettivo di ristabilire un’egemonia politica e culturale statunitense nel nuovo secolo.
Nonostante la dicussione organizzata mercoledi’ da CFR, riunendo grandi nomi della politica democratica, abbia affrontato con passione i temi dell’impegno politico, della giustizia economica e sociale, della difesa dei diritti, dell’apertura verso il mondo, della lotta alla poverta’ non solo come causa umanitaria e sotto forma di beneficienza, ma come strategia reale e di lungo periodo — perche’ “quello che accade al povero in Pakistan ci riguarda direttamente,” ha detto Jessica Tuchman Mathews, Presidente del Carnegie Endowment for International Peace — la prospettiva americana sulle relazioni internazionali rimane invariabilmente quella della super potenza, magari in difficolta’, ma che ha tutte le intenzioni di riprendersi il proprio ruolo nel mondo.
E cosi’ il dibattito e’ stato un susseguirsi di ricette attraverso cui gli Stati Uniti possono guarire le proprie ferite, partendo in particolare dall’economia — “alla fine dei conti gli imperi nascono e finiscono sulla base della loro forza economica, e l’economia deve essere la nostra priorita’” ha detto Richard Holbrooke –, di modo da continuare a trasformare il mondo a propria immagine e somiglianza.
In particolare circola ancora il tema della “promozione della democrazia all’estero”, anche se, naturalmente, i democratici ne hanno una visione diversa e piu’ moderata di quella mostrata da Bush. “Promuovere la democrazia non significa imporla con la forza,” ha detto Madeleine Albright. “George Bush ha contribuito a dare un significato negativo a questo concetto, ma non deve sempre e per forza essere come l’invasione dell’Iraq.” In sostanza, non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Senza arrivare a dire che non ci siano differenze in politica estera tra un’eventuale nuova amministrazione repubblicana ed una democratica — mentre Obama ha dichiarato il proprio impegno a lavorare con le Nazioni Unite, McCain ha detto di voler creare un “concerto di democrazie” che escluderebbe, ad esempio, paesi come la Cina, mentre il Senatore dell’Illinois ha detto di voler chiudere Guantanamo e di voler ritirare le truppe dall’Iraq, quello dall’Arizona rimane vago sul primo punto e determinato a rimanere in Medio-oriente fino a data da stabilirsi – bisogna ricordarsi che, chiunque vinca a novembre, portera’ alla Casa Bianca e sul palcoscenico internazionale un atteggiamento di superiorita’, quello stesso che ha fatto dire oggi a Richard Holbrooke: “Il mondo vuole la leadership americana. Guardate alla Germania. L’approvazione del lavoro di Bush puo’ anche essere al 30%, pero’ quando Obama e’ andato a Berlino si e’ portato in strada 200.000 tedeschi, e avrebbe potuto fare lo stesso a Londra, o a Madrid.”
Le uniche novita’ degne di nota sono arrivate da Nancy Birdsall, Presidente del Center for Global Development, che, parlando di lotta alla poverta’, ha insistito sul fatto che l’occidente debba offrire maggiore accesso ai propri mercati ai paesi in via di sviluppo e a proposto al futuro Presidente di selezionare i 15 paesi piu’ poveri al mondo e garantire loro accesso completo e permanente, senza dazi e tariffe, al mercato domestico americano.
E da Richard Haass, Presidente del Council on Foreign Relations, che ha detto di aver capito, visitando la Cina durante i recenti giochi olimpici, che ogni paese da’ una definizione diversa all’idea di sviluppo, alla meta finale a cui ambire, e che, probabilmente, la Cina ha un concetto di societa’ matura e stabile assai diverso da quello degli americani o degli inglesi.
Meglio tardi che mai…

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