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	<title>Valentina in Italiano</title>
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		<title>Valentina in Italiano</title>
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		<title>Made in America: il messaggio di Obama sullo sfondo della campagna presidenziale</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 17:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[La Crisi Economica negli Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato immobiliare]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicato originariamente in Aspenia Online dell&#8217;Aspen Institute Italia Con un tasso di disoccupazione all&#8217;8,5% (in dicembre) e un debito pubblico che ha ormai superato quota quindicimila miliardi di dollari, non è un caso che il Presidente Barack Obama abbia dedicato gran parte del propriodiscorso sullo Stato dell’Unione all’economia. Lo ha fatto ponendo l’accento in particolare su [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=651&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/made-america-il-messaggio-di-obama-sullo-sfondo-della-campagna-presidenziale" target="_blank">Pubblicato originariamente in <em>Aspenia Online</em> dell&#8217;Aspen Institute Italia</a></p>
<p>Con un tasso di disoccupazione all&#8217;8,5% (in dicembre) e un debito pubblico che ha ormai superato quota quindicimila miliardi di dollari, non è un caso che il Presidente Barack Obama abbia dedicato gran parte del proprio<a href="https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/system/files/inline/Obama%27s%20State%20of%20the%20Union_240112.pdf" target="_blank">discorso sullo Stato dell’Unione</a> all’economia. Lo ha fatto ponendo l’accento in particolare su una rinascita dell’industria manifatturiera e del ‘Made in America’.</p>
<p>A meno di dieci mesi dalle elezioni di novembre, mentre in casa repubblicana impazzano le primarie, il presidente ha colto l’occasione per difendere il proprio lavoro in questi primi tre anni alla Casa Bianca: ha voluto creare un ponte tra quello che è già stato fatto e quello che ancora rimane da fare, in un eventuale secondo mandato, per costruire “un’economia costruita per durare, dove il lavoro sodo paga e la responsabilità è premiata”. Il clima a Washington è però difficile: ormai da oltre un anno, i due partiti non riescono a trovare alcun accordo. Il discorso di Obama, anche se ricco di numerose proposte pratiche, ha probabilmente più valore come piattaforma elettorale che non come documento programmatico di governo.</p>
<p>La visione economica che ne è emersa è fatta di nuovi posti di lavoro in un settore manifatturiero ad alto contenuto tecnologico, di una forza lavoro istruita e preparata, di innovazione nel settore delle energie pulite. Riprendendo i temi della giustizia sociale e delle opportunità condivise, spesso sollevati negli ultimi mesi, il presidente ha anche sostenuto la causa di un sistema finanziario e fiscale più equo.</p>
<p>“Possiamo accontentarci di un paese in cui un numero sempre più limitato di persone stanno bene, mentre un gruppo crescente di americani arriva appena a fine mese”, ha dichiarato Obama martedì sera, “oppure possiamo ripristinare un’economia in cui a tutti è data un’opportunità, in cui tutti contribuiscono in maniera giusta, e in cui tutti giocano rispettando le stesse regole”.</p>
<p>Pur cercando di attaccare i repubblicani il meno possibile, il presidente ha posto l’accento sulle differenze ideologiche che lo distinguono dagli avversari. E ha persino fatto propri alcuni slogan dei rivali, nel tentativo di apparire <em>bipartisan</em> e, allo stesso tempo, di minare la retorica del rivale più temuto, Mitt Romney. “Non invidiamo il successo economico in questo paese”, ha detto, “lo ammiriamo”.</p>
<p>Infine, il presidente ha criticato, anche se in maniera non sempre esplicita, quella che ritiene un’opposizione eccessivamente dura. “Fino a che sarò presidente, lavorerò con chiunque in questa sala sia interessato a costruire su quello che abbiamo fatto”, ha dichiarato. “Ma ho intenzione di rispondere all’ostruzionismo con l’azione e mi opporrò a qualsiasi tentativo di tornare alle stesse politiche che ci hanno portato a questa situazione di crisi”.</p>
<p>Al centro della proposta di Obama è l’occupazione, che, nonostante una ripresa nelle ultime settimane, rimane il problema principale per molti elettori (con circa tredici milioni di americani ancora senza lavoro). Secondo il presidente, il governo federale può e deve sostenere una rinascita del settore manifatturiero (l’esempio citato è stato quello dell’industria automobilistica di Detroit che, sull’orlo del precipizio nel 2008, è ora tornata a crescere), innanzitutto ripensando l’attuale codice fiscale in modo da premiare le aziende che creano posti di lavoro in America e punire gli imprenditori che scelgono di portare i capitali all’estero. L’Amministrazione, ha poi spiegato Obama facendo riferimento agli accordi bilaterali di libero scambio da lui firmati con la Corea del Sud, la Colombia e Panama, deve inoltre aprire nuovi mercati ai produttori americani. Con un occhio alla Cina, però, che non rispetta le regole internazionali su sussidi statali e pirateria (un’evidente apertura al GOP, cui questo tema sta molto a cuore). Infine, in un’epoca storica dominata da nuovi settori industriali, conoscenze e tecnologie, bisogna tornare a formare i lavoratori americani, oltre che a incoraggiare il Congresso e gli stati dell’Unione a tornare a investire nell’istruzione primaria, secondaria e universitaria.</p>
<p>“I nostri lavoratori sono i più produttivi al mondo”, ha detto Obama, “e, se c’è parità di condizioni, vi prometto che l’America vincerà sempre”.</p>
<p>Secondo il presidente, il governo federale deve sostenere anche nuovi ambiziosi progetti infrastrutturali. “Prendete i soldi che non stiamo più spendendo in guerra”, ha suggerito il presidente ai membri del Congresso, “usatene metà per cominciare a ridurre il debito, e il resto per costruire questa nazione qui a casa nostra”.</p>
<p>In un cenno di assenso ai repubblicani, invece, Obama ha proposto di rivedere e semplificare le norme che regolano il settore privato. E ha fatto sua una posizione che fu di John McCain sulla questione dell’energia, difendendo una politica che sfrutti “tutte le possibilità a disposizione”, dal petrolio ai gas naturali alle fonti alternative, attraverso maggiori incentivi e minori sprechi.</p>
<p>Nella parte finale del discorso, Obama è tornato sulle radici della crisi (il comportamento eccessivamente rischioso dei grandi istituti finanziari e il collasso del mercato immobiliare) e sui “valori americani” di correttezza, trasparenza ed equità. Ha difeso le misure prese dalla propria amministrazione per meglio regolare il mondo dell’alta finanza (ad esempio la legge Dodd-Frank) e proteggere i consumatori (tramite il Consumer Financial Protection Bureau) e ha proposto di aiutare i proprietari di casa ancora in crisi a rifinanziare i propri mutui. Infine, Obama ha anche affrontato la questione di una riforma del codice fiscale che, eliminando detrazioni e esenzioni che avvantaggiano i redditi elevati, renda il sistema più progressivo. Ad esempio, ha suggerito il presidente, chiunque guadagna più di un milione di dollari l’anno paghi almeno un’aliquota del 30%.</p>
<p>“Potete chiamare questa proposta lotta di classe se volete”, ha poi incalzato. “Ma molti americani definirebbero solo buon senso l’idea di far pagare a un miliardario la stessa percentuale che paga la sua segretaria”.  La segretaria in questione è Debbie Bosanek, che lavora per Warren Buffett (e sedeva addirittura a fianco della First Lady Michelle durante il discorso): è diventata celebre quest’estate quando il suo datore di lavoro si è lamentato di un sistema che gli permette di pagare, in percentuale, meno tasse di lei. E la questione dell’aliquota del 15% imposta sui redditi da capitale, tassati meno di quelli da lavoro, è tornata sulle prime pagine dei giornali negli ultimi giorni per via della vicenda delle dichiarazioni fiscali di Mitt Romney.</p>
<p>La lista delle richieste fatte dal Presidente Obama al Congresso nel discorso sullo Stato dell’unione è lunga e ambiziosa, ma la loro attuazione è quanto mai inverosimile, per varie ragioni. Nonostante la buona volontà, l’industria manifatturiera americana avrà bisogno di tempo per riprendersi considerata la competizione che viene oggi dai paesi in via di sviluppo. La riforma del sistema fiscale, per quanto necessaria, vede l’elettorato nettamente diviso e quindi sarà di difficile implementazione (secondo un sondaggio del New York Times, il 55% di repubblicani ritiene che il sistema attuale vada mantenuto mentre il 66% dei democratici, e il 55% degli indipendenti, vorrebbe che <em>capital gain</em> e dividendi fossero tassati agli stessi livelli del lavoro). La dura opposizione dei repubblicani a qualsiasi proposta che arrivi dalla Casa Bianca (destinata a indurirsi ulteriormente in tempi di campagna elettorale) rende improbabile che l’Amministrazione possa ottenere l’autorizzazione del Congresso a finanziare progetti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’educazione.</p>
<p>In questo senso, quello di Obama sullo Stato dell’Unione è stato un discorso di campagna elettorale più che di governo, che potrebbe trasformarsi in agenda legislativa soltanto se il presidente riuscirà a essere rieletto a novembre.</p>
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		<title>Se la paura governa: la lotta al terrorismo dopo l’11 settembre</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 04:42:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il 111mo Congresso]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.italianieuropei.it/en/italianieuropei-7-2011/item/2248-se-la-paura-governa-la-lotta-al-terrorismo-dopo-l%E2%80%9911-settembre.html" target="_blank">Pubblicato originariamente sul numero di luglio della rivista Italianieuropei</a></p>
<p>ABSTRACT:</p>
<p>Nei dieci anni trascorsi dagli attentati dell’11 settembre 2001, la guerra al terrorismo lanciata dal presidente Bush ha indebolito la democrazia americana e lo Stato di diritto, e ha drenato le finanze del paese. Gli Stati Uniti continuano a fare i conti con le conseguenze delle scelte fatte allora, dettate dalla fobia del terrorismo internazionale, dall’ambizione dei consiglieri all’epoca più vicini al presidente e dall’incapacità dei democratici di svolgere il proprio ruolo di opposizione.</p>
<p><a href="http://www.italianieuropei.it/en/italianieuropei-7-2011/item/2248-se-la-paura-governa-la-lotta-al-terrorismo-dopo-l%E2%80%9911-settembre.html" target="_blank">Per continuare a leggere, bisogna abbonarsi a questo link.</a></p>
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		<title>Afghan Review</title>
		<link>http://valentinainitaliano.wordpress.com/2010/12/17/afghan-review/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 04:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Pentagono]]></category>
		<category><![CDATA[L'eredita' di George W. Bush]]></category>
		<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[La Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica Washington D.C. – Dopo settimane di dibattito interno su questioni fiscali e economiche, gli Stati Uniti tornano a interessarsi di politica estera e di Afghanistan, grazie alla pubblicazione, giovedì, di un riassunto di cinque pagine della “Afghanistan and Pakistan Annual Review”, ovvero l’analisi, ordinata a fine [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=647&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5989#ID5991" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
<p>Washington D.C. – Dopo settimane di dibattito interno su questioni fiscali e economiche, gli Stati Uniti tornano a interessarsi di politica estera e di Afghanistan, grazie alla pubblicazione, giovedì, di un riassunto di cinque pagine della “Afghanistan and Pakistan Annual Review”, ovvero l’analisi, ordinata a fine 2009 dal Presidente Barack Obama e che rimarrà per lo più classificata, dei successi ottenuti e delle difficoltà incontrate dagli Americani in questo teatro di guerra a un anno dall’inizio della “surge”, l’invio graduale di 30.000 soldati aggiuntivi deciso dallo stesso Obama lo scorso dicembre.</p>
<p>In origine, questa prima valutazione della strategia perseguita dall’Amministrazione Obama in Afghanistan e Pakistan avrebbe dovuto rivelarsi un semplice elenco dei progressi fatti, cosa che avrebbe permesso alla Casa Bianca di procedere rapidamente con la seconda parte del proprio piano di azione, ovvero il ritiro di gran parte delle truppe americane entro la fine del 2011. Dato, però, il permanere di grosse difficoltà sul campo e data la decisione, presa di comune accordo con gli alleati NATO, di posticipare la scadenza fissata per il prossimo anno al 2014, quando si spera che le forze armate e il governo afgano saranno realmente in grado di prendere il controllo della situazione, l’importanza della Review è andata via via diminuendo. L’analisi del Pentagono è estremamente cauta e non offre informazioni particolarmente nuove o dettagliate né sullo stato delle cose, né sulle future mosse di Washington.</p>
<p>Il succo della Review si può riassumere con il concetto di “moderatissimo ottimismo”. “Elementi specifici della nostra strategia in Afghanistan e Pakistan”, si nota nel sommario del rapporto, “stanno funzionando, e si registrano successi operativi notevoli”. In particolare, in Pakistan, la leadership di Al Qaeda sarebbe oggi notevolmente indebolita, mentre in Afghanistan l’avanzamento dei talebani registrato negli ultimi anni sarebbe stato frenato se non addirittura ribaltato in alcune aree chiave del paese. Al contempo, però, nonostante i progressi fatti, “la sfida rimane quella di rendere i nostri successi duraturi e sostenibili”.</p>
<p>Queste conclusioni, che riconoscono i successi ottenuti grazie alla “surge”, ma con cui il Pentagono, in maniera non sorprendente, chiede che gli venga concesso più tempo per portare a termine il proprio lavoro, offrono al presidente la possibilità di mantenere un qualche equilibro tra promesse elettorali e realtà sul campo, accontentando un po’ tutti. Da un lato, il rapporto stilato dal Pentagono sostiene che il ritiro di una parte, non specificata e probabilmente minima, delle truppe potrà cominciare come previsto già nel luglio 2011, assecondando, così, almeno in apparenza, il desiderio di alcuni, in particolare di molti politici e elettori democratici, che gli Stati Uniti vengano via dall’Afganistan. Al contempo, l’idea che, pur avendo già dato frutti importanti, il rinnovato impegno americano debba continuare se si vuole che i risultati fin qui ottenuti siano duraturi, soddisfa anche la richiesta del Pentagono di mantenere un importante contingente nella regione per almeno altri tre anni.</p>
<p>Tra i successi più importanti citati nella Review, l’offensiva nel sud del paese, nelle province di Kandahar e Helmand, considerate tradizionali roccaforti talebane, in cui, lentamente, sta diminuendo l’influenza esercitata dai militanti mentre aumenta il livello di sicurezza garantito ai civili. Vengono descritti come molto positivi anche gli sforzi fatti con l’addestramento, portato avanti dalla NATO e dalle forze americane, dell’esercito afgano, che dovrà essere pronto a prendere il comando nel 2014. Buoni, infine, i risultati ottenuti con le operazioni di antiterrorismo lanciate contro la leadership di Al Qaeda e talebana che si nasconde nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan.</p>
<p>Rimane, invece, eternamente difficile il rapporto con il Pakistan, il cui governo non viene apertamente criticato nella Review, in cui, però, si insiste ripetutamente sulla necessità di un impegno maggiore di tutte le parti in causa affinché venga negata ai militanti la possibilità di attraversare il confine e rifugiarsi nelle aeree tribali pakistane.<br />
In una conferenza stampa indetta per presentare la pubblicazione della Review, Obama ha ammesso: “Questa continua a essere un’impresa molto difficile”. Il presidente ha, però, aggiunto che, grazie agli sforzi delle truppe e dei civili americani, gli Stati Uniti sono sulla strada giusta.<br />
Quella del Pentagono, va detto, è sicuramente la più ottimista di una serie di analisi sulla situazione in Afghanistan e Pakistan emerse in questi giorni.</p>
<p>Reto Stocker, che dirige le operazioni afgane del Comitato Internazionale della Croce Rossa, un’organizzazione che tradizionalmente preferisce lavorare sullo sfondo, senza attirare l’attenzione mediatica, ha dichiarato, in una inusuale conferenza stampa mercoledì, che il livello di sicurezza nel paese è ai minimi storici. Il numero di vittime del conflitto è in continuo aumento, così come quello dei civili costretti a abbandonare le proprie case per cercare rifugio altrove. “Il fatto stesso che il Comitato Internazionale della Croce Rossa abbia deciso di organizzare questa conferenza stampa deve essere inteso come il segnale che siamo enormemente preoccupati per la continuazione di un conflitto che ha conseguenze drammatiche su un numero sempre crescente di persone, in ogni angolo del paese”, ha detto Stocker.</p>
<p>Nel frattempo, altri due rapporti classificati, uno sull’Afghanistan e uno sul Pakistan, redatti unanimemente dalle sedici agenzie che compongono l’apparato di intelligence del governo americano, offrono una valutazione molto negativa dello stato del conflitto, arrivando a dubitare che, senza un cambiamento di rotta deciso da parte del Pakistan, che deve impegnarsi di più per evitare che i militanti utilizzino il suo territorio come base di lancio delle proprie attività terroristiche, ci siano ben poche speranze di successo.</p>
<p>Considerate anche le rivelazioni emerse dai file diplomatici pubblicati nell’ultimo mese da Wikileaks, in cui vengono descritte dettagliatamente sia la corruzione rampante del governo afgano sia l’inaffidabilità di quello pakistano, si fa fatica a immaginare che gli americani riusciranno, come inizialmente sperato dal Presidente Obama, a districarsi dalla regione in tempi brevi.</p>
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			<media:title type="html">Valentina Pasquali</media:title>
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		<title>Sulle tasse, rottura Casa Bianca-progressisti</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 16:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il 111mo Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sistema Elettorale Americano]]></category>
		<category><![CDATA[L'eredita' di George W. Bush]]></category>
		<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[La Crisi Economica negli Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[La Vice-Presidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Le elezioni per il Congresso]]></category>

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		<description><![CDATA[Washington D.C. – Nel febbraio 2003, quando a Washington si discuteva di una prima estensione dei tagli alle tasse inizialmente approvati, in via temporanea, nel 2001, l’economista e Premio Nobel Joseph Stieglitz scriveva, sulle pagine della New York Review of Books: “‘Raramente un gruppo così ristretto di gente ha ricevuto di più da un così [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=645&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Washington D.C. – Nel febbraio 2003, quando a Washington si discuteva di una prima estensione dei tagli alle tasse inizialmente approvati, in via temporanea, nel 2001, l’economista e Premio Nobel Joseph Stieglitz scriveva, sulle pagine della New York Review of Books: “‘Raramente un gruppo così ristretto di gente ha ricevuto di più da un così gran numero di persone’: Potrebbe essere questo il motto dei tagli alle tasse proposti dal Presidente Bush”.</p>
<p>Stieglitz poneva l’accento così sulla disparità intrinseca nel pacchetto fiscale di Bush, che avvantaggiava enormemente i livelli alti di reddito, penalizzando il resto dei contribuenti, allargando il deficit e non stimolando l’economia in maniera sufficiente. Quasi sette anni dopo, nonostante che alla Casa Bianca sieda un presidente democratico, l’America torna a rivivere in questi giorni il medesimo dibattito.</p>
<p>La novità, che rappresenta una sconfitta per la base progressista del Partito Democratico, sta nel fatto che Barack Obama, contraddicendo una delle promesse centrali della propria campagna elettorale del 2008, ha deciso di capitolare di fronte all’insistenza del GOP e, sostanzialmente, di apporre la propria firma alla continuazione di alcune delle politiche economiche più controverse della Amministrazione Bush.</p>
<p>Il Presidente Obama e la leadership repubblicana, infatti, hanno concordato, lunedì, un’altra estensione dei tagli, in scadenza al 31 dicembre, per tutti i livelli di reddito per due anni (i democratici chiedevano di prolungare solo quelli per le famiglie con un reddito inferiore ai $250.000 l’anno). Un accordo è stato raggiunto anche sulle tasse di successione, che erano state sospese nel 2010 e che tornerebbero, da gennaio, ma nei termini pretesi dai repubblicani (le tasse sull’eredità concedevano, in passato, un’esenzione fino a $1 milione di dollari per individuo e variavano in percentuale fino al 55%. Dal 2011, invece, l’esenzione verrebbe estesa fino a un tetto di $5 milioni di dollari e la tassazione più elevata scende al 35%).</p>
<p>Questo accordo, va detto, include anche una serie di concessioni volute dai democratici, nella speranza che, pur aggiungendo al già enorme debito americano, la manovra fiscale funzioni come secondo stimolo, aiutando un’economia vacillante a riprendersi in maniera definitiva.</p>
<p>I sussidi di disoccupazione, scaduti a inizio dicembre, verrebbero estesi in blocco per 13 mesi. La parte delle cosiddette payroll taxes versata dai dipendenti (ovvero le detrazioni dalla busta paga che finanziano il sistema pensionistico e la sanità pubblica) verrebbe ridotta del 2% per un anno, con risparmi di circa $1.000 per la famiglia media, ovvero con un reddito attorno ai $50.000 l’anno.</p>
<p>Comprese nell’accordo anche altre misure fiscali pensate per stimolare l’economia e aiutare la classe media in difficoltà, ad esempio la detraibilità, nel 2011, del 100% degli investimenti delle piccole aziende e l’estensione di sussidi pubblici per gli studenti universitari dai redditi bassi.</p>
<p>Queste concessioni, che il Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman descrive, sul sito del New York Times, come una quantità di zucchero sufficiente a “diminuire, ma non eliminare, l’amaro della delusione”, non soddisfano l’ala liberal dei democratici al Congresso.</p>
<p>Dopo una reazione iniziale negativa, i senatori democratici, in parte corteggiati direttamente dal vice-presidente Joe Biden e grazie anche a un’offensiva mediatica molto aggressiva lanciata dalla Casa Bianca in difesa dell’accordo, paiono ora più disposti a sostenere il pacchetto fiscale, considerandolo, tra le varie alternative, la meno peggiore (qualsiasi altro compromesso raggiunto sulla questione l’anno prossimo, quando la Camera sarà a maggioranza repubblicana, non potrà che essere ancor meno favorevole ai democratici).</p>
<p>Rimane invece compatta l’opposizione dei democratici alla Camera, che hanno deciso in una riunione di gruppo giovedì mattina, di non sostenere il pacchetto nella forma attuale.</p>
<p>La divisione interna al Partito Democratico è sia sostanziale sia elettorale.</p>
<p>Da un lato, si tratta di uno scontro fra chi pensa che questa misura fiscale, per quanto non perfetta, sia fondamentale per evitare una seconda recessione (Larry Summers, tra i più influenti consiglieri della Casa Bianca, ha dichiarato che, se il pacchetto non venisse approvato, gli Stati Uniti rischierebbero una nuova recessione) e che darà un po’ di respiro all’economia (i calcoli più ottimistici suggeriscono che porterà alla creazione di 3,1 millioni di posti di lavoro) e tra coloro che la ritengono talmente limitata dal punto di vista dello stimolo, ma così rilevante dal punto di vista del deficit (si calcola che vi aggiungerà circa $800 miliardi), da non giustificarne i costi.</p>
<p>Dal punto di vista elettorale, per l’Amministrazione l’accordo con il GOP è una conseguenza della presa di coscienza dei risultati delle elezioni midterm, viste dalla Casa Bianca come un voto di protesta dei moderati e indipendenti contro una Washington incapace di raggiungere compromessi bipartisan per il bene della nazione. In una conferenza stampa tenuta martedì per spiegare i contenuti dell’accordo, Obama, pur attaccando il GOP per il suo ostruzionismo e pur riconoscendo i difetti di questo pacchetto fiscale, ha comunque criticato la sinistra per l’incapacità di accettare la realtà della situazione politica di oggi, in cui i repubblicani godono di rinnovata influenza, e la conseguente necessità di raggiungere un compromesso con l’opposizione.</p>
<p>Per i democratici di stampo progressista questo, invece, è il segnale di un presidente debole e incerto, che si rifiuta di capire che la sconfitta nel voto del 2 novembre è stata causata dall’apatia della base del partito, frustrata con l’estrema moderazione della Casa Bianca.<br />
Si tratta, senz’altro, di un momento decisivo nella vita politica di Obama, il quale, nel fuoco incrociato tra destra e sinistra, ha deciso di posizionarsi al centro, proiettando l’immagine del politico pragmatico e non ideologico e mirando, così, a riconquistare il voto di qualcuno di quegli elettori moderati e indipendenti che, dopo averlo sostenuto nel 2008, lo hanno abbandonato nelle elezioni di metà-mandato dello scorso 2 novembre.</p>
<p>Potrebbe essere questo il primo passo, così almeno spera l’amministrazione, verso una collaborazione più produttiva tra maggioranza e opposizione, un clima meno teso al Congresso e, possibilmente, verso la rielezione del presidente a un secondo mandato. Ma avendo deluso la base di attivisti di partito, Obama rischia di minare le fondamenta della propria credibilità politica, di inimicarsi coloro che sono stati i suoi più fedeli sostenitori, e di trasformarsi in una nuova versione di George H. W. Bush, ovvero un presidente indipendente di pensiero, ma di un solo mandato (dopo aver promesso il contrario in campagna elettorale, Bush padre, un repubblicano, decise di alzare le tasse).</p>
<p>A questo punto, avendo deciso di puntare tutto sul passaggio del pacchetto fiscale, Obama deve, innanzitutto, assicurarsi di vincere questa battaglia legislativa con l’ala progressista del partito. Se il presidente non dovesse riuscire a far approvare il compromesso raggiunto con i repubblicani, mostrando così a tutti di non aver più alcuna presa sul Congresso, la sua posizione politica ne uscirebbe immensamente danneggiata.<br />
Una volta approvato, bisognerà poi vedere che effetto potrà avere questo pacchetto di stimolo sull’economia americana e sulla possibilità di una maggiore collaborazione tra democratici e repubblicani.</p>
<p>Indipendentemente dal fatto che Obama vinca la sua scommessa, aiutando l’economia a riprendersi e vincendo le presidenziali del 2012, un aspetto dell’accordo fiscale raggiunto con i repubblicani è indubbio: anche dopo la fine dell’Amministrazione Bush, i ricchi americani continuino a godere di una serie di privilegi fiscali sempre più inspiegabili considerato lo stato dell’economia. Basta considerare che il livello di tassazione federale in America oggi è il più basso degli ultimi sessant’anni e che le tasse sui redditi (le più progressive) sono in declino, mentre le tasse detratte dalle buste paghe dei dipendenti (le più regressive) rappresentano una percentuale sempre maggiore degli introiti del governo.</p>
<p>Come notava Stieglitz sette anni fa, “Raramente un gruppo così ristretto di gente ha ricevuto di più da un così gran numero di persone”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5975#ID5977" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
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		<title>Il mondo secondo Wikileaks</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2010 19:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La Politica Estera]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Washington D.C. – Dopo aver reso pubblici, negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di documenti segreti relativi alle operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan, Wikileaks, un’organizzazione indipendente dedicata allo smascheramento della cattiva condotta di governi e corporation attraverso la pubblicazione di documenti riservati ottenuti da fonti anonime, ha cominciato domenica sera a postare sul proprio sito web oltre 250.000 epistole diplomatiche, i cosiddetti cable, scritte da ufficiali americani sparsi tra Washington D.C. e il resto del mondo.</p>
<p>Tra le rivelazioni più interessanti emerse fin qui (la quantità di file è tale che ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare in fondo): L’uso dei diplomatici come spie, ordinato da Hillary Clinton nel 2009 sulla scia di direttive simili iniziate da Condoleezza Rice, al fine di raccogliere informazioni personali e private, quali ad esempio i numeri delle carte di credito, di politici stranieri, all’estero e persino alle Nazioni Unite, in violazione di un trattato internazionale del 1946; La guerra segreta contro il terrorismo in Yemen, portata avanti grazie a missili americani, ma di cui si è, fin qui, assunto tutte le responsabilità il governo yemenita, per paura di apparire come una marionetta nelle mani di Washington; il trasferimento di  19 missili, con un raggio fino a 2000 miglia, dalla Corea del Nord all’Iran; l’insistenza dei Sauditi affinché gli Stati Uniti procedessero con un attacco militare contro i vicini iraniani; l’incapacità degli Americani di convincere il Pakistan a consegnargli dell’uranio che si teme potrebbe finire nelle mani dei terroristi islamici; la corruzione endemica in una serie di paesi, in particolare Afghanistan e Russia, con cui gli americani intrattengono relazioni diplomatiche quotidiane, in particolare l’ammissione che Ahmed Wali Karzai, fratello del Presidente Hamid Karzai, è un rinomato trafficante di droga.</p>
<p>Oltre a svelare questi dettagli fin qui nascosti della diplomazia internazionale, i documenti di cui Wikileaks è entrata in possesso grazie, in particolare, all’intraprendenza di Bradley Manning, ventiduenne specialista di intelligence per l’esercito americano che, durante un periodo di lavoro svolto in Iraq, avrebbe trasferito sul proprio computer personale gran parte dei file fin qui pubblicati, fanno luce sulle abitudini stravaganti, compromettenti e spesso inquietanti dei leader politici mondiali, quali Muammar Gaddafi in Libia (sempre accompagnato da una “infermiera” descritta come una “voluttuosa ucraina”), Robert Mugabe in Zimbabwe (“profondamente ignorante di questioni economiche ma convinto che i suoi 18 dottorati gli consentano di sospendere le leggi dell’economia”) e Gurbanguly Berdimuhamedov in Turkmenistan (che avrebbe licenziato un membro della propria scorta come punizione per non essersi accorto che un gatto, attraversando la strada davanti all’automobile del presidente, avrebbe attentato alla sua vita). Naturalmente, i cable fanno anche trasparire l’opinione candida condivisa dai diplomatici americani a proposito degli alleati europei (Angela Merkel è “poco creativa”, Nicolas Sarkozy è “permaloso” e Silvio Berlusconi è “vano, inefficacie”, affaticato dalle troppe feste e, sostanzialmente, il portavoce europeo del Primo Ministro russo Vladimir Putin).</p>
<p>L’insieme di queste rivelazioni ha provocato costernazione in mezzo mondo, offeso una serie di leader internazionali e attratto una reazione molto negativa contro Wikileaks, ancor più che contro i retroscena oscuri della diplomazia moderna che l’organizzazione fondata e diretta dall’australiano Julian Assange ha contribuito a palesare.</p>
<p>Se i media internazionali, dall’Italia al Pakistan, si sono gettati con entusiasmo sui file Wikileaks, attaccando con durezza i leader delle rispettive nazioni per gli sconcertanti comportamenti svelati dai cable, la classe politica internazionale ha avuto una reazione mista, in parte schierandosi al fianco di una amministrazione statunitense profondamente offesa e in parte non nascondendo la propria indignazione rispetto all’arroganza della diplomazia americana. Il Ministro del Budget Francois Baroin ha dichiarato, lunedì, che la Francia è “molto solidale con l’amministrazione americana”. E il Primo Ministro Berlusconi ha, naturalmente, ascritto le rivelazioni alla militanza dei giornali di sinistra. In Germania, invece, Ruprecht Polenz, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha dichiarato: “I partner degli Stati Uniti presumono che le cose che vengono discusse con gli alleati più stretti rimangono confidenziali. Questa vicenda ha sollevato qualche dubbio in proposito e sarà compito degli Americani risolvere la situazione”. E il Primo Ministro russo Putin in un’intervista con Larry King su CNN, pur definendo la fuga di notizie “non una catastrofe” ha, però, invitato gli americani a “non interferire con le scelte sovrane del popolo russo”.</p>
<p>Negli Stati Uniti, la reazione alla pubblicazione dei file Wikileaks è stata sostanzialmente di unanime condanna, da parte di governo, politici dell’opposizione e persino dei media, delle attività dell’organizzazione di Assange. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la mossa di Wikileaks “un attacco contro la comunità internazionale, le alleanze e le partnership, le convenzioni e i negoziati che proteggono la sicurezza globale e promuovono la prosperità economica”. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha aggiunto: “Si può senz’altro dire che il presidente è, come minimo, non soddisfatto della pubblicazione di queste informazioni […] Rubare documenti classificati e disseminarli pubblicamente è un crimine”. Il Procuratore Generale Eric Holder ha dichiarato che il Ministero della Giustizia americano ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per verificare se sia possibile procedere contro Julian Assange e Wikileaks.</p>
<p>Ancor più dura la reazione della destra americana, in particolare dei potenziali candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2012, tra i quali molti vogliono veder condannati a morte i responsabili della fuga di notizie. Sarah Palin ha chiamato Assange “un agente anti-americano con le mani sporche di sangue”, e si chiede “per quale ragione non è stato ricercato con la stessa urgenza con cui ricerchiamo al Qaeda e i leader talebani?” Mike Huckabee ha detto, con riferimento al soldato Manning, che “chiunque all’interno del governo abbia disseminato queste informazioni è colpevole di alto tradimento e qualsiasi punizione più lieve dell’esecuzione sarebbe troppo generosa”. Infine Newt Gingrich, senza sostenere l’ipotesi della pena di morte per Assange, ha comunque dichiarato: “Il tizio di Wikileaks dovrebbe passare il resto della vita in galera; È un nemico degli Stati Uniti […] dovremmo trattarlo come un nemico combattente”.</p>
<p>Se le reazioni del governo americano e dell’opposizione repubblicana sono sorprendenti fino a un certo punto, lo sono assai di più quelle dei media, non solo e non tanto dei blogger di destra, ma anche dei commentatori che riempiono le pagine dei principali quotidiani e settimanali americani. Marc Thiessen sul Washington Post, Jonah Goldberg sul Chicago Tribune, Joe Klein su TIME, editoriali sul Wall Street Journal e sul New York Sun sono tutti d’accordo che Assange, definito su una scala che va da “provocatore” a “nemico combattente”, vada in qualche modo perseguito legalmente, messo in galera, messo a morte. Wolf Blitzer su CNN non si capacita che il governo americano non sia capace di mantenere i propri segreti e pretende che vengano immediatamente adottate misure più efficaci affinché il pubblico, e giornalisti come lui, non vengano mai a conoscenza del numero sempre crescente di segreti di stato. Bisogna cercare nei magazine e siti web progressisti per trovare commentatori pronti a difendere l’operato di Wikileaks. Infuriato con i colleghi che si sono lanciati all’attacco di Assange, Glenn Greenwald scrive su Salon.com: “La maniera casuale e disinvolta con cui così tanti commentatori politici sono disposti a chiedere l’eradicazione di altri esseri umani senza concedere nemmeno la parvenza del giusto processo è assolutamente demente”.</p>
<p>Data l’insurrezione popolare contro Wikileaks, anziché contro l’ipocrisia della diplomazia odierna, il rischio, per tutti, è che la comunità internazionale e, in particolare, il governo americano, facciano seguito allo scandalo conosciuto come “cablegate” con un irrigidimento delle procedure di sicurezza che sono applicate alle informazioni classificate, aumentando ulteriormente il livello di segretezza che caratterizza già oggi la politica internazionale e minando sempre più le fondamenta dello stato democratico. Il rischio per Assange, che negli ultimi mesi ha coltivato un numero davvero impressionante di nemici importanti, è di aver dato troppo, forse tutto, per la pubblicazione di una serie di documenti che, per quanto interessanti e importanti – i cable offrono una finestra davvero unica sui processi e i retroscena che caratterizzano la diplomazia americana e internazionale &#8212; non hanno smascherato segreti destinati a cambiare il mondo, niente a che vedere con le rivelazioni contenute nei famosi Pentagon Papers, pubblicati dal New York Times nel 1971, i quali, divulgando le grossolane bugie raccontate dal governo americano a proposito del proprio coinvolgimento in Vietnman, hanno in parte contribuito a accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal teatro di guerra del Sud-est asiatico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5964#ID5965" target="_blank">Pubbicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
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		<title>In America scontro tra privacy e sicurezza nazionale</title>
		<link>http://valentinainitaliano.wordpress.com/2010/11/26/in-america-scontro-tra-privacy-e-sicurezza-nazionale/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 19:17:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[All'americana]]></category>
		<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Washington D.C. &#8212; Washington D.C. – In occasione del Giorno del Ringraziamento questo giovedì, si calcola che oltre 40 milioni di cittadini americani si siano messi in viaggio per raggiungere parenti lontani e vicini. Tra costoro, circa un milione e 600 mila hanno preso l’aereo, un aumento del 3,5% rispetto all’anno scorso. A complicare le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=637&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Washington D.C. &#8212; Washington D.C. – In occasione del Giorno del Ringraziamento questo giovedì, si calcola che oltre 40 milioni di cittadini americani si siano messi in viaggio per raggiungere parenti lontani e vicini. Tra costoro, circa un milione e 600 mila hanno preso l’aereo, un aumento del 3,5% rispetto all’anno scorso.</p>
<p>A complicare le cose, in questi giorni in cui si registra un traffico aereo tra i più intensi dell’anno, sono arrivate nuove direttive sulla sicurezza negli aeroporti decise dal Department of Homeland Security. Circa 400 nuovi “body-scanner” sono stati installati in settanta aeroporti americani. Queste macchine sono in grado di fotografare immagini ai raggi x di tutti i passeggeri, i cui corpi nudi (anche se dai contorni poco definiti) appaiono per qualche secondo, il tempo necessario per stabilire se l’individuo in questione indossi oggetti sospetti, sul monitor di un agente della Trasportation Security Administration–TSA, l’agenzia del governo americano creata in seguito agli attacchi terroristici del settembre 2001 e responsabile, fra le altre cose, della sicurezza negli aeroporti. Ai passeggeri preoccupati delle radiazioni emesse da queste macchine (che, a quanto dicono governo e produttori, sono minime) o che non vogliono essere visti nudi da uno sconosciuto, Homeland Security offre la possibilità di sottoporsi a un controllo manuale “in profondità”, in cui un agente TSA dello stesso sesso li perquisisce da cima a fondo.</p>
<p>L’implementazione di queste nuove misure di sicurezza, motivate soprattutto dall’incidente del Natale scorso, in cui Umar Farouk Abdulmutallab, un cittadino nigeriano, provò a detonare, a bordo del volo 253 della Northwest Airlines in viaggio tra Amsterdam e Detroit, dell’esplosivo che aveva nascosto nelle mutande, ha provocato la rabbia di molti viaggiatori, che si sentono oltraggiati da questa nuova intrusione governativa nel privato.</p>
<p>Un gruppo di “ribelli” ha addirittura dichiarato mercoledì “national opt-out day” e ha invitato gli americani in viaggio per aeroporti a rifiutare le macchine ai raggi x per sottoporsi, invece, alla perquisizione manuale, decisione che avrebbe potuto enormemente rallentare le operazioni di volo.<br />
Per lo più, i critici delle misure imposte da Homeland Security dubitano della loro reale efficacia. Il governo, sostengono costoro, insiste che gli Stati Uniti debbano rimanere un passo avanti ai terroristi. Eppure, i fatti sembrano provare il contrario.</p>
<p>Patrick Smith, un pilota americano che scrive di questioni di aviazione civile su Salon.com, nota: “All’inizio fu l’11 settembre e, di colpo, tutti gli oggetti appuntiti furono banditi; poi venne Richard Reid, l’uomo con le scarpe bomba, e la successiva decisione della TSA di far rimuovere le scarpe a tutti i passeggeri; dopo di ché fu il turno dell’attentato, sventato a Londra, dei terroristi armati di liquidi e, improvvisamente, shampoo e dentifrici sono stati ridotti a contenitori di 3 once; infine, ci fu il terrorista natalizio con la bomba nelle mutande e ora siamo costretti a passare per i raggi x o per perquisizioni in profondità”.</p>
<p>Insomma, questo approccio alla sicurezza aeroportuale è tutta scena, pensato più per far sentire i passeggeri sicuri che non per catturare eventuali terroristi.</p>
<p>Ma c’è anche dell’altro. La notizia delle nuove misure di sicurezza ha oltraggiato i passeggeri americani perché, efficaci o meno che siano, queste vanno a aggiungersi a una serie di inconvenienti che rendono sempre più costoso e più scomodo il viaggiare in aereo.</p>
<p>Nota giustamente il New York Times che, nel corso degli ultimi anni, “le compagnie aeree [americane] hanno eliminato i pasti, i cuscini e le coperte gratis; hanno cominciato a far pagare i passeggeri per il numero di bagagli imbarcati e per la possibilità di sedersi in un posto con qualche centimetro in più di spazio per le ginocchia; hanno alzato le tariffe dove possibile; hanno riempito gli aerei a dismisura riducendo drasticamente il numero dei voli”. Insomma le nuove misure di sicurezza della TSA colpiscono un pubblico americano già molto frustrato.</p>
<p>La rivoluzione nazional-popolare in corso, però, ha anche a che vedere con i risultati delle elezioni di metà-mandato, con un Partito Repubblicano sempre più agguerrito e con il successo ottenuto quest’anno dal movimento anti-governo federale del Tea Party, sostenuto da quegli americani che sono sempre più preoccupati dell’invadenza di Washington nelle loro vite quotidiane.</p>
<p>“La TSA”, scrive Matt Bai sul New York Times, “nacque in un momento, nell’autunno 2001, in cui gli americani sembravano disposti a accettare la nozione di un governo federale più intrusivo; ma con l’indebolirsi dei ricordi e grazie al fatto che nessun altro aereo si è trasformato, da allora, in un’arma di distruzione di massa (a riprova, in parte, della diligenza degli agenti della TSA), l’urgenza sentita è stata sostituita da un senso di frustrazione, causato da una serie di ordini che cambiano continuamente – ‘Consegnaci il dentifricio! Butta via il latte per il bambino!’”.</p>
<p>In questo senso, l’atteggiamento arrabbiato dei cittadini americani, stanchi di essere trattati tutti come dei terroristi, è, in parte, comprensibile. Sorprende, invece, che la stessa retorica sia adottata anche dai repubblicani al Congresso, i quali hanno sempre accusato i democratici di vacillare pericolosamente su questioni di difesa e che, durante gli otto anni di presidenza Bush, hanno accantonato senza remore una serie di libertà civili (si pensi al Patriot Act) in nome della sicurezza nazionale. Per Dana Milibank del Washington Post, “i repubblicani sembrano essere entrati in una nuova era post 9/11, in cui la sicurezza nazionale non è più una priorità rispetto alla volontà politica di danneggiare il Presidente Obama”. Qualsiasi occasione, insomma, è buona per attaccare l’amministrazione democratica, poco importano contenuti e conseguenze.</p>
<p>Nonostante il clamore mediatico suscitato dalla protesta anti-TSA, l’iniziativa sembra aver suscitato, fin qui, una partecipazione popolare limitata. Alcuni sondaggi condotti in questi giorni sembrano confermare la sensazione che, in realtà, una maggioranza di americani è favorevole all’implementazione dei nuovi controlli di sicurezza, sempre che, naturalmente, siano ritenuti efficaci nel prevenire eventuali attacchi terroristici. Un rilevamento statistico condotto da Langer Associates per ABC News mostra che il 64% degli intervistati è d’accordo sull’uso delle macchine a raggi x e solo il 32% è contrario.</p>
<p>Questo non significa che il governo federale è pienamente soddisfatto e disposto a fermarsi qui. Nel lungo periodo è probabile che si sviluppino altre e diverse forme di controlli aeroportuali, possibilmente meno invasive. L’alternativa ai “body-scanner” e alle perquisizioni di profondità più facilmente implementabile è quella di maggiori controlli sul passato dei passeggeri, sui loro itinerari e sui fattori di rischio relativi. Questo significa, fra le altre cose, interviste dettagliate da svolgersi prima dell’imbarco. Si fa fatica a immaginare che tale strategia possa velocizzare le operazioni di volo, o rendere l’esperienza dei passeggeri molto più piacevole. E si fa anche fatica a immaginare che si possa davvero garantire a chi viaggia in aereo un livello di sicurezza del 100%, per quanto nobile obiettivo. Salvo che, a forza di torturare i passeggeri, gli americani decidano di smettere di volare completamente.</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5949#ID5952" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
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			<media:title type="html">Valentina Pasquali</media:title>
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		<title>La politica estera americana nella nuova era repubblicana</title>
		<link>http://valentinainitaliano.wordpress.com/2010/11/19/la-politica-estera-americana-nella-nuova-era-repubblicana/</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Nov 2010 19:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[Il 111mo Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[La Politica Estera]]></category>

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		<description><![CDATA[Washington D.C. – Sulla scia del viaggio del Presidente Barack Obama in Asia e alla vigilia di quello per Lisbona, dove Obama parteciperà al summit NATO, il mondo si interroga su quale impatto potrà avere la vittoria del Partito Repubblicano nelle elezioni di metà-mandato sulla politica estera statunitense e sulla capacità del presidente americano di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=635&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Washington D.C. – Sulla scia del viaggio del Presidente Barack Obama in Asia e alla vigilia di quello per Lisbona, dove Obama parteciperà al summit NATO, il mondo si interroga su quale impatto potrà avere la vittoria del Partito Repubblicano nelle elezioni di metà-mandato sulla politica estera statunitense e sulla capacità del presidente americano di agire efficacemente sul palcoscenico internazionale. Dalle prime mosse dei repubblicani nel dopo-voto, su questioni quali il cambiamento climatico, il conflitto israelo-palestinese e la riduzione degli armamenti nucleari, giungono segnali piuttosto preoccupanti.</p>
<p>Alla Camera, il gruppo repubblicano dibatte in questi giorni della composizione della nuova leadership che guiderà la maggioranza GOP nei prossimi due anni.</p>
<p>Molto ambito è l’incarico di Presidente della Commissione Energia e Commercio, che gestisce anche le legislazioni sull’ambiente.  Il panorama di candidati in corsa è particolarmente allarmante. Gli ambientalisti guardano con sospetto all’Onorevole Joe Barton del Texas, che è tra i repubblicani più generosamente finanziati dall’industria petrolifera e che è diventato famoso in primavera quando, durante l’emergenza greggio nel Golfo del Messico, chiese scusa alla BP per le sanzioni imposte sul colosso energetico inglese dal governo americano.</p>
<p>Ancor più inquietante è la candidatura dell’Onorevole John Shimkus, un repubblicano ultra-conservatore dell’Illinois che, durante una sessione della sottocommissione della Camera per l’Energia e l’Ambiente dell’anno scorso, aprì il proprio intervento con una citazione della Genesi (8:21-22): “L’Eterno disse in cuor suo: ‘Io non maledirò più la terra a cagione dell’uomo […] Finché la terra durerà, sementa e raccolta, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte, non cesseranno mai’”. Per Shimkus, questa è “la parola infallibile di Dio”, prova del fatto che “la terra cesserà di esistere solo quando Dio deciderà che il suo tempo si è concluso”. Insomma, non bisogna preoccuparsi giacché l’essere umano non può distruggere questo pianeta.</p>
<p>Questa miscela esplosiva di interpeti letterali della Bibbia, che non credono all’evidenza scientifica sul riscaldamento globale, e di politici che hanno costruito le proprie carriere grazie all’appoggio dell’industria del petrolio, rende difficile immaginare che il nuovo congresso sia disposto a fare passi avanti nei prossimi negoziati internazionali sulla riduzione delle emissioni di ossido di carbonio.</p>
<p>Intanto, mentre l’Amministrazione Obama cerca, anche se con scarso successo, di far ripartire i negoziati tra la leadership israeliana e quella palestinese sulla soluzione a “due stati” del conflitto in Medio Oriente, i rappresentanti del GOP sembrano determinati a far fallire il processo di pace.</p>
<p>L’Onorevole Eric Cantor della Virginia, che, mercoledì, è stato scelto dal neo-eletto gruppo repubblicano alla Camera per ricoprire il ruolo di House Majority Leader nella prossima sessione del congresso, ha dichiarato la settimana scorsa al Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu che la nuova maggioranza repubblicana, “la quale riconosce la relazione speciale che intercorre tra gli Stati Uniti e Israele”, “farà da freno alle politiche dell’Amministrazione [Obama]”. Il comunicato stampa dell’ufficio di Cantor che annunciava questa posizione ha provocato una valanga di critiche. Il deputato del GOP sembrava, infatti, quasi ammettere di sostenere l’agenda politica del leader di un paese straniero contro quella del proprio presidente. Cantor ha provato a ritrattare, spiegando, in maniera poco convincente, che quanto detto a Netanyahu a proposito dell’intenzione di fare da freno alla Casa Bianca non aveva a che vedere con il Medio Oriente.</p>
<p>Anche tenendo conto di questa giustificazione poco plausibile, non è un mistero che la vicinanza di molti politici repubblicani al governo israeliano di Nethanyau rappresenti una minaccia alla risoluzione del conflitto tra Israeliani e Palestinesi, risoluzione che si fonda anche sulla possibilità che entrambe le parti si fidino della buona fede dei mediatori americani.</p>
<p>L’approccio ostruzionista dei repubblicani rispetto alla politica estera della Casa Bianca è ancora più evidente nel caso del trattato sulla riduzione degli armamenti nucleari New START, firmato dal Presidente Obama e dalla controparte russa Dmitry Medvedev nell’aprile scorso perché sostituisse quello precedente, scaduto nel 2009. Il nuovo accordo, che è già stato approvato alla Camera, ma che è bloccato al Senato da mesi, ridurrebbe il numero di testate nucleari detenute dalle due parti in causa da 2.200 a 1.500, e farebbe ripartire le ispezioni incrociate ai rispettivi siti nucleari.</p>
<p>Per venire incontro alle richieste dei repubblicani, il Presidente Obama ha acconsentito, nelle ultime settimane, a aumentare il budget per la modernizzazione degli impianti nucleari americani fino a 85 miliardi di dollari, da erogare nel corso dei prossimi dieci anni. Eppure il GOP, galvanizzato dalla vittoria nelle elezioni di metà-mandato, non vuole più accontentarsi e è deciso a ritardare ulteriormente il voto sulla ratifica del New START, in modo da non concedere alcuna vittoria politica al presidente.</p>
<p>Martedì, a sorpresa, il Senatore Jon Kyl dell’Arizona, che rappresenta il gruppo repubblicano nelle discussioni con la Casa Bianca a proposito di New START e che, fino a pochi giorni fa, sembrava disposto a procedere con un voto, ha dichiarato che il calendario legislativo per il resto dell’anno è talmente fitto di impegni che non c’è tempo di concentrarsi sulla questione degli armamenti nucleari prima dell’insediamento del prossimo congresso (questo nonostante si siano tenute già diciotto udienze parlamentari sul trattato).</p>
<p>La posizione presa da Kyl ha suscitato la reazione persino del collega repubblicano Richard Lugar dell’Indiana, che sostiene la ratifica del trattato e che, indignato, ha accusato i compagni di partito di sacrificare l’interesse nazionale degli Stati Uniti sull’altare di semplici calcoli elettorali.</p>
<p>Per ora, la Casa Bianca sembra determinata a non farsi umiliare: Obama si è molto impegnato per arrivare alla firma di questo accordo e teme che anche solo un ritardo nella ratifica di New START non solo impedirebbe agli Stati Uniti di riprendere le ispezioni degli armamenti russi,  ma complicherebbe anche le relazioni già difficili con Mosca, oltre a danneggiare la propria credibilità di mediatore. Per il presidente americano, diventerebbe molto più difficile firmare accordi internazionali se il mondo si convince che tanto non è in grado di farli ratificare dal congresso.</p>
<p>Si intensificano, dunque, gli sforzi diplomatici dei democratici, condotti dal Senatore del Massachusetts John Kerry, capo della Commissione Affari Esteri, dal Segretario di Stato Hillary Clinton e dal Vice-Presidente Joe Biden, al quale il Presidente Obama, che ha dichiarato, giovedì, che la ratifica di New START è “un imperativo per la sicurezza nazionale del paese”, ha affidato il compito di lavorarvi “giorno e notte”.</p>
<p>Ma la Casa Bianca deve confrontarsi non solo con l’opposizione oggi al Senato, ma anche con la nuova classe di senatori GOP eletti il due novembre e che arriveranno a Washington solo il prossimo gennaio. Dieci di costoro hanno indirizzato una lettera alla leadership democratica al Senato, in cui sostengono che il mandato popolare gli garantisce il diritto a un posto al tavolo dei negoziati e in cui rinnovano l’invito a posticipare il voto sulla ratifica di New START fino all’anno prossimo.</p>
<p>Se la strategia del GOP dovesse avere successo, il futuro del trattato firmato con la Russia sarebbe in grave pericolo. Gli accordi internazionali, infatti, devono essere ratificati da una maggioranza qualificata di 67 senatori. Questo significa che, se oggi i democratici hanno bisogno di otto voti repubblicani, da gennaio in poi, data la loro maggioranza più risicata, dovranno conquistarne ben quattordici, un compito assai più arduo. I membri del nuovo Senato, inoltre, chiederebbero più tempo per visionare i dettagli dell’accordo, causando ritardi di mesi, se non di anni.</p>
<p>Anche se il Presidente Obama riuscisse a imporsi sul New START, queste premesse non fanno ben sperare per il futuro della politica estera americana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5938#ID5939" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
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		<title>USA, India e Pakistan: il triangolo del fuoco</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 19:26:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[La Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Washingon D.C. – Sconfitto nelle elezioni di metà-mandato, il Presidente americano Barack Obama si è imbarcato per un viaggio di dieci giorni in Asia, diretto in India, Indonesia, Corea del Sud e Giappone. La portata del tour è ambiziosa, eppure si è scritto abbondantemente non solo degli obiettivi espliciti del viaggio, ma anche del significato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=632&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Washingon D.C. – Sconfitto nelle elezioni di metà-mandato, il Presidente americano Barack Obama si è imbarcato per un viaggio di dieci giorni in Asia, diretto in India, Indonesia, Corea del Sud e Giappone. La portata del tour è ambiziosa, eppure si è scritto abbondantemente non solo degli obiettivi espliciti del viaggio, ma anche del significato nascosto della mancata visita di Obama a due importanti capitali asiatiche: Pechino e, soprattutto, Islamabad, snobbata a favore di Nuova Delhi.</p>
<p>Le relazioni pericolose che uniscono Stati Uniti, India e Pakistan rappresentano un nodo fondamentale della lotta al terrorismo internazionale e, ora, anche di un’eventuale risoluzione della guerra in Afghanistan. Fin qui, però, è stato sostanzialmente impossibile, per Washington, trovare un equilibrio nei propri rapporti bilaterali con Delhi e Islamabad che soddisfi tutte le parti in causa. Questa visita indiana del Presidente Obama non fa eccezione, avendo oltraggiato politici e commentatori pakistani. Un titolo apparso sul quotidiano pakistano in lingua inglese The Nation recitava: “Carote all’India, bastone al Pakistan”.</p>
<p>La rivalità culturale, religiosa e politica tra India e Pakistan affonda le proprie radici nella “partizione” del 1947, la quale divise i cittadini indiani di fede induista da quelli di fede musulmana, facendo sì che i primi migrassero al sud, verso quello che rimaneva dell’India e, i secondi al nord, verso il neonato Pakistan.  Nel corso dei successivi decenni, l’ostilità tra i due vicini si è calcificata sulla questione del Kashmir, una regione di confine con una popolazione a maggioranza musulmana, il cui territorio è diviso tra India, Pakistan e Cina. L’invasione americana dell’Afghanistan del 2001 ha gettato nuovo fuoco sui rapporti già esplosivi tra le due potenze del subcontinente indiano, ora in lotta per stabilire rispettive sfere di influenza a Kabul, in attesa che gli Stati Uniti ritirino le proprie truppe dalla regione.</p>
<p>Storicamente, in Pakistan, dittature militari e governi civili corrotti hanno investito in gruppi di estremisti islamici che contrastassero la presenza indiana in Kashmir e, oggi, anche le mire di Delhi in Afghanistan. Finanziati e addestrati dai servizi segreti pakistani, (ISI), questi militanti sono diventati, col tempo, più ambiziosi e difficili da controllare, e rappresentano oggi una minaccia molto seria alla stabilità del Pakistan stesso (proprio giovedì, l’ennesima autobomba è esplosa nel centro di Karachi, distruggendo un intero palazzo e facendo un numero imprecisato di vittime).</p>
<p>Si arriva, così, alla situazione paradossale di oggi. Da un lato, questo paese è perseguitato dal terrorismo di matrice islamica e, di conseguenza, si considera un alleato americano nella lotta al terrorismo internazionale, ruolo per cui riceve miliardi di dollari in aiuti militari (per l’esattezza, 13,5 miliardi dal 2001 con altri due stanziati il mese scorso). Dall’altro, però, fazioni militari interne al governo sono ossessionate dalla rivalità con l’India e preferiscono investire i fondi in armamenti convenzionali utili in un eventuale scontro con l’esercito indiano, piuttosto che nell’addestramento necessario a combattere la guerriglia islamica.</p>
<p>Il giornalista pakistano Ahmed Rashid scrive su Foreign Policy.com: “Il Generale Ashfaq Parvez Kayani, Capo di Stato Maggiore dell’esercito, e suoi ufficiali sono molto più preoccupati di una cosiddetta espansione indiana nella regione di quanto fossero i loro predecessori”. Kayani ha descritto la propria filosofia sulla sicurezza nazionale come “indo-centrica” e si è rifiutato di lanciare un’offensiva nel Waziristan settentrionale, dove si nascondono molti talebani afghani, con la scusa di non voler indebolire la presenza del proprio esercito al confine con l’India. Nonostante gli attacchi terroristici sul territorio pakistano siano in continuo aumento, il gruppo di Kayani è convinto di poter tenere a bada i militanti locali senza dover combattere quelli attivi in Kashmir e i talebani impegnati in Afghanistan.</p>
<p>Questa politica delirante e suicida rischia di trasformare il Pakistan, un paese di 170 milioni di abitanti, giovane e vitale, in uno stato fallito (in possesso di armi nucleari che potrebbero un giorno finire nelle mani dei terroristi). Il consulente pakistano Mosharraf Zaidi ha scritto, in un pezzo sul quotidiano The News: “Mentre anneghiamo in un mare di sciocchezze a proposito della perenne e infinita ricerca di identità per questo paese, stiamo sprofondando in una bancarotta ancor più profonda di quella attuale, assicurandoci un futuro da mendicanti”.</p>
<p>Dall’altra parte del confine, intanto, l’India cresce a un tasso secondo solo alla Cina. Il prodotto interno lordo ha superato i tre trilioni di dollari l’anno, contro i 165 miliardi di quello pakistano, e la classe media indiana conta circa 250 milioni di persone, un numero più elevato dell’intera popolazione del Pakistan.</p>
<p>Non a caso, la visita in India del presidente americano era parte di un viaggio chiaramente pensato per avanzare gli interessi economici degli Stati Uniti in Asia. Obama è atterrato a Mumbai e Delhi non certo per recare offesa ai pakistani, ma alla ricerca di investimenti indiani che contribuiscano a creare posti di lavoro in America. La Casa Bianca sta cercando di convincere l’India a acquistare armamenti americani, in particolare aeroplani, per un valore di 11 miliardi di dollari.</p>
<p>Durante il soggiorno in India, il presidente americano non ha quasi mai accennato al Pakistan, di cui ha ancora bisogno se vuole in qualche modo risolvere la questione Afghanistan, nemmeno durante la visita a Mumbai, dove Obama era alloggiato al Taj Hotel, uno degli obiettivi degli attentati perpetrati dall’organizzazione terroristica pakistana Lashkar-e-Taiba che, nel novembre 2008, uccisero oltre 170 persone.</p>
<p>Più semplicemente, la visita è prova del fatto che, come scrive il professore dell’Università del Michigan Juan Cole sul blog Informed Comment, “il Pakistan non può competere con l’India a livello di scambi commerciali con gli Stati Uniti”.</p>
<p>Alcuni esperti pakistani sembrano pronti a prendere atto della situazione. L’analista politico Hasan Askari ha dichiarato a un reporter dell’Agence France Presse (AFP): “I Pakistani devono cominciare a essere più realistici per quanto riguarda il crescente ruolo internazionale dell’India”. Islamabad farebbe meglio a accettare questa realtà e a guardare ai vicini indiani come a dei partner, approfittando della crescita dell’India per risolvere i propri enormi problemi economici, anziché lasciarsi andare a una politica autolesionista dettata da visioni illusorie di grandeur nazionale e da un’illogica passione per la teoria del complotto, secondo cui Delhi non attende altro che il Pakistan si distragga un momento per invadere.</p>
<p>Anche Delhi deve fare qualche concessione al Pakistan se vuole garantire maggiore stabilità alla regione e combattere il terrorismo islamico sul proprio territorio. Fin qui, l’India si è sempre rifiutata di indire un referendum tra le popolazioni del Kashmir indiano, impostole da una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per determinarne la volontà su questioni di appartenenza nazionale. Il Pakistan rivendica la sovranità su tutto il territorio kashmiro, ma, anche senza arrivare a questi estremi, basterebbe che Delhi desse ascolto alla gente di questa valle himalayana, tra cui il 90% dichiara di volere l’indipendenza sia dall’India sia dal Pakistan.</p>
<p>Obama non ha fatto menzione diretta del Kashmir durante il proprio soggiorno indiano. Dichiarando che gli Stati Uniti sarebbero favorevoli all’ingresso dell’India nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il presidente americano ha, però, rilevato che “da un accresciuto potere internazionale derivano maggiori responsabilità”, un commento che molti hanno interpretato proprio in riferimento al dovere dell’India di trovare una soluzione all’empasse in Kashmir. Purtroppo, anche in India impera una retorica nazionalista e aggressiva. La scrittrice indiana Arundathi Roy scrive nel New York Times, a proposito dei mezzi poveri ma efficaci utilizzati dalla resistenza kashmira: “I nazionalisti indiani e il governo sembrano credere di poter fortificare la loro idea di un rinascimento dell’India grazie a una combinazione di bullismo e aeroplani Boeing, ma non comprendono la forza sovversiva di calde uova bollite”.</p>
<p>Nonostante che maggior cooperazione e minor animosità gioverebbero a tutti, India, Pakistan, Afghanistan, Stati Uniti e resto del mondo, il giorno in cui Delhi e Islamabad faranno la pace è ancora lontano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5921#ID5924" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
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		<title>Elezioni midterm: Indovina chi viene a cena</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 14:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sistema Elettorale Americano]]></category>
		<category><![CDATA[La Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[La Crisi Economica negli Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Le elezioni per il Congresso]]></category>

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		<description><![CDATA[Washington D.C. – Dopo la sconfitta del Partito Democratico nelle elezioni di metà mandato di martedì, il Presidente Barack Obama ha invitato a cena, il 18 novembre, la leadership repubblicana, per discutere il da farsi ora che gli elettori americani hanno ridistribuito il potere tra i due partiti (Casa Bianca e Senato ai democratici e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=valentinainitaliano.wordpress.com&amp;blog=7371605&amp;post=630&amp;subd=valentinainitaliano&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Washington D.C. – Dopo la sconfitta del Partito Democratico nelle elezioni di metà mandato di martedì, il Presidente Barack Obama ha invitato a cena, il 18 novembre, la leadership repubblicana, per discutere il da farsi ora che gli elettori americani hanno ridistribuito il potere tra i due partiti (Casa Bianca e Senato ai democratici e Camera ai repubblicani). Anche se è evidente a tutti che, in una situazione di questo genere, né l’uno né l’altro gruppo sarà in grado di governare da solo, date le profonde divisioni ideologiche che separano democratici e repubblicani e considerati i risultati in parte contradditori emersi dalle urne, é difficile immaginare che, nei prossimi due anni, si raggiungeranno compromessi politici significativi.</p>
<p>Nel voto di martedì, un elettorato americano disilluso del sistema politico e stanco del clima avvelenato della capitale Washington D.C., atmosfera che impediva l’implementazione dell’agenda legislativa moderata che, a quanto pare, molti auspicavano, ha preso l’iniziativa. Votando per candidati che promettevano di essere ancora più intransigenti e ideologici. Seguendo una logica alquanto contorta, tipica di un elettorato confuso più che consapevole, gli americani hanno deciso di sconfiggere i politici moderati e di votare per una serie di candidati più inflessibili di quelli in carica. È probabile che questa nuova classe di deputati e senatori, che si insedierà al Congresso all’inizio del 2011, renda impossibile lo svolgimento della regolare attività legislativa, in stallo ormai da mesi.</p>
<p>In casa democratica, sono sopravvissuti i candidati che correvano in distretti tradizionalmente blu, mentre i politici centristi appartenenti al gruppo dei Blue Dog Democrats e quelli conosciuti come McCain Democrats (per il fatto che, nel 2008, erano stati eletti in quegli stati che, a livello  presidenziale, avevano preferito il repubblicano John McCain a Obama) sono stati spazzati via.</p>
<p>Dei 53 membri della coalizione dei Blue Dog Democrats, 27 sono stati sconfitti dai rivali repubblicani. 48 distretti avevano votato, nel 2008, sia per McCain che per il candidato democratico alla Camera. Di questi seggi, il GOP ha riconquistato quest’anno circa il 75%.</p>
<p>Le fila del GOP, intanto, si sono gonfiate di una serie di candidati conservatori, provenienti sia della destra tradizionale sia dal neo-nato Tea Party. Oltre alle vittorie di Rand Paul (Kentucky), Marco Rubio (Florida) e Pat Toomey (Pennsylvania) al Senato, questo disorganizzato movimento politico può vantare ora la vicinanza a 60 degli 83 nuovi repubblicani eletti alla Camera.</p>
<p>Le contraddizioni di questo ciclo elettorale non finiscono qui. I democratici hanno subito una sconfitta molto pesante in tutto il Midwest. Il partito del presidente ha, ad esempio, perso le elezioni in Michigan, dove sia il parlamento statale sia il governatore sono passati al GOP. Questo risultato è particolarmente sorprendente se si considera che il governo federale, per decisione dell’Amministrazione Obama, ha stanziato fondi pubblici al fine di salvare l’industria automobilistica, tra i più grossi datori di lavoro in questo stato così duramente colpito dalla crisi economica.</p>
<p>Altrettanto sorprendente il fatto che, secondo dati provenienti dagli exit poll condotti martedì, la maggioranza di quel 34% di elettori che ritiene le banche responsabili della crisi finanziaria ha scelto di votare per il GOP, nonostante siano stati i democratici a tentare di disciplinare questo settore e nonostante i repubblicani sostengano, da sempre, una politica di deregolamentazione finanziaria. Scrive Andrew Leonard su Salon.com: “Le banche sono le vincitrici di questa elezione, in parte perché hanno saputo capitalizzare sulla rabbia populista diretta verso le banche!”<br />
Di fronte a queste anomalie, e a un elettorato americano arrabbiato ma poco coerente, la leadership sia democratica sia repubblicana ha reagito rispondendo a confusione con confusione.</p>
<p>Da un lato, rivolgendosi a un paese che, anche se in maniera convoluta, sembra chiedere più moderazione e maggiore collaborazione tra i partiti, sia il Presidente Obama sia il futuro Presidente della Camera John Boehner hanno dichiarato di essere pronti a lavorare con i rispettivi avversari politici per trovare soluzioni pratiche ai problemi della nazione.<br />
Dall’altro lato, però, interrogati sui dettagli di questa eventuale cooperazione, Obama e Boehner non sono stati in grado di identificare reali punti di incontro, rivelando che i margini per un compromesso sono sostanzialmente inesistenti.</p>
<p>Nella conferenza stampa di mercoledì, il Presidente Obama, pur riconoscendo che sarà più difficile perseguire un programma simile a quello implementato fin qui, ora che i repubblicani hanno la maggioranza alla Camera, ha dichiarato che i risultati ottenuti in questi due anni non si toccano (in particolare la riforma sanitaria).</p>
<p>Boehner, per contro, ha dichiarato che, per il Partito Repubblicano, l’abrogazione di quella “mostruosità” che è la legge sulla sanità è una priorità assoluta. Il capo della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell del Kentucky, ha contribuito la sua, sostenendo che per il GOP è fondamentale che Obama non si guadagni un secondo mandato alla Casa Bianca.<br />
Del resto, il Partito Repubblicano è emerso vincente da questo turno elettorale dopo aver condotto un’opposizione strenua al governo e è dunque convinto che sia questa la strada che porterà un repubblicano alla Casa Bianca nel 2012. Forse, anche il pragmatico Presidente Obama si renderà conto che, con un GOP così agguerrito, fare concessioni ai conservatori può essere controproducente. Conviene, invece, spostare l’attenzione su una nuova mobilitazione della base democratica, che è stata notevolmente assente in queste midterm 2010.</p>
<p>Date queste premesse, si fa fatica a immaginare grande cooperazione legislativa tra repubblicani e democratici nei prossimi due anni e bisogna, invece, presumere che le attività del Congresso e della Casa Bianca si risolveranno in un nulla di fatto. Probabilmente, i democratici si impegneranno a difendere i successi ottenuti fin qui dall’Amministrazione Obama, mentre i repubblicani si concentrano sulla campagna elettorale per la presidenza, campagna cominciata, ufficialmente, già mercoledì. A voler essere ottimisti, si può sperare in un qualche compromesso di facciata su questioni minori, ad esempio modifiche marginali alla legge sulla sanità, qualche iniziativa bipartisan sull’istruzione e, in tutta probabilità, l’estensione dei tagli alle tasse approvati dall’Amministrazione Bush nel 2006 e in scadenza questo dicembre.</p>
<p>Anche volendo tener conto di questo perenne teatrino elettorale, è importante ricordare che il risultato di qualsiasi ciclo elettorale dipende più dal tipo di participazione al voto che da reali cambiamenti nella composizione dell’elettorato. Quest’anno, gli americani che si sono presentati alle urne erano più bianchi, più vecchi e più conservatori di quelli che avevano votato nel 2006 e nel 2008, una porzione dell’elettorato che favorisce senza dubbio il GOP.</p>
<p>Oltre che dall’abilità dei partiti di mobilitare le rispettive basi, le elezioni vengono decise dai cosiddetti swing voters, gli elettori che non sono affiliati a alcuna formazione partitica e che tendono a cambiare spesso idea, votando sulla base dei propri sentimenti politici nell’istante in cui si recano alle rune. Quest’anno, tra gli indipendenti, il GOP ha vinto con il 16% in più delle preferenze. Nel 2006, invece, si erano imposti i democratici per 18 punti percentuali. Questo significa che c’è stato uno spostamento di ben 34% punti percentuali nel comportamento di voto degli indipendenti nell’arco di soli quattro anni.</p>
<p>Viene il sospetto che la più grossa crisi economica dai tempi della Grande Depressione possa avere qualcosa a che fare con questo trend elettorale. Ragion per cui, forse, non è solo al Congresso che si gioca la partita per le elezioni presidenziali del 2012.</p>
<p>Bisogna, allora, prestare grande attenzione alla decisione presa mercoledì dalla Federal Reserve di stampare moneta e di acquistare 600 miliardi di dollari in titoli di Stato a lunga scadenza nel corso dei prossimi otto mesi. Con questa mossa decisamente sperimentale, la Fed spera di ridurre ulteriormente i tassi di interesse di lungo termine, quelli a breve sono già praticamente a zero, e, di conseguenza, di vivacizzare la flemmatica economia americana. Tra due anni, l’impatto di questa decisione, in particolare sul mercato del lavoro, potrebbe essere la chiave che decide la sorte del Presidente Obama.</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5903#ID5904" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica.</a></p>
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		<title>Midterm: paura e delirio in America</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 22:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Pasquali</dc:creator>
				<category><![CDATA[Campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[Finanziamento delle Campagne Elettorali]]></category>
		<category><![CDATA[Il 111mo Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[Il Sistema Elettorale Americano]]></category>
		<category><![CDATA[Il Voto delle Minoranze]]></category>
		<category><![CDATA[L'eredita' di George W. Bush]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Washington D.C. – A cinque giorni dalle elezioni midterm del due novembre emerge, sullo sfondo del ciclo elettorale più costoso della storia (si calcola che la campagna 2010 possa arrivare a costare quattro miliardi di dollari), l’immagine di un’America disillusa, sfiduciata, impaurita e confusa rispetto alle tribolazioni che il mondo globalizzato di oggi impone anche al paese più ricco del mondo. Questa rabbia, che fin qui sembra incapace di produrre soluzioni tangibili per il futuro del paese, non può che contribuire a una vittoria repubblicana, giacché il GOP si trova oggi in minoranza e, di conseguenza, un voto di protesta diventa automaticamente, in un sistema bipartitico quale quello statunitense, un voto per l’opposizione.</p>
<p>Per avere un’idea dello stato di ansia in cui vivono quotidianamente centinaia di milioni di Americani, basta consultare i risultati di un sondaggio condotto questa settimana dal Washington Post. Il 53% degli intervistati dichiara di essere preoccupato di non avere i soldi per pagare l’affitto o il mutuo.</p>
<p>I cittadini americani sono ancora sotto shock per il crollo del venerato sistema finanziario di Wall Street e non comprendono le ragioni di un tasso di disoccupazione che rimane ostinatamente sopra il 9,5%. Gli elettori sono sempre più spaventanti dal prolungarsi della crisi del mercato immobiliare e sempre più intimiditi dal continuo aumento del deficit di bilancio, in cui, probabilmente, riconoscono i propri, detestati, debiti personali, accumulati in decenni di credito facile e il cui peso, ora, li distrugge.  Delusi dello stato delle cose, non sono molti gli Americani disposti a credere all’argomentazione dell’Amministrazione Obama secondo cui la situazione sarebbe stata ancora peggiore se non fosse stato per l’intervento del presidente. Poco importa che economisti di fama internazionale diano ragione al governo. Impazienti, gli elettori non vogliono sentirsi dire che il pacchetto di stimolo economico, il salvataggio dell’industria automobilistica e la riforma sanitaria sono investimenti importanti per il lungo-periodo e che, prima di giudicare il lavoro di questa Casa Bianca, sarebbe meglio attendere altri due anni.</p>
<p>Risucchiati dal vortice elettorale che, imponendo elezioni ogni due anni, costringe il paese a vivere in un costante clima di campagna elettorale in cui l’unico orizzonte importante è il breve-periodo, una maggioranza di Americani sembra di nuovo pronta, come lo era del resto due anni fa, a ricominciare tutto da capo, anche a costo di ridare il potere ai repubblicani. Questa scelta ha un che di auto-lesionista, considerato come i rappresentanti del GOP al Congresso godano di una reputazione ancor più negativa dei colleghi democratici (il tasso di disapprovazione dei parlamentari del Partito Repubblicano si aggira sul 67% contro il 61% dei rappresentanti del Partito Democratico). Se si considera, però, l’emergere del Tea Party e il fatto che, già nelle primarie, molti candidati dell’establishment repubblicano sono stati sconfitti da avversari spesso inesperti, ma sostenuti da questo movimento di attivisti conservatori, si capisce allora che il voto di protesta non è diretto esclusivamente ai democratici, ma alla classe politica tutta.</p>
<p>Purtroppo per la salute economica e politica degli Stati Uniti, questa ondata di rabbia ha preso la forma di un pasticcio populista, alla cui guida si sono posizionati personaggi improbabili, si pensi a Glenn Beck e a Sarah Palin, e la cui base, forse inconsapevolmente, dice di battersi contro la corruzione e il potere di quegli stessi banchieri, industriali, corporation e politici di lunga data che, guarda caso, stanno finanziando generosamente il movimento (non è un segreto che l’esperienza politica di Karl Rove, consigliere dell’ex presidente George W. Bush, e i soldi del gruppo industriale dei fratelli Koch e della Camera di Commercio, che rappresenta, fra gli altri, anche la Rolls Royce, siano dietro al movimento “dal basso” del Tea Party.) Da questo calderone di paradossi politici, in cui ci si preoccupa della Cina e dell’immigrazione illegale, senza però offrire soluzioni praticabili, emerge un messaggio semplicistico ma irresistibile, ovvero che il governo deve diminuire il carico fiscale e pareggiare il bilancio senza tagliare i servizi.</p>
<p>Data la capacità del GOP di assorbire rapidamente nelle file del partito anche l’attivismo populista e di estrema destra, ecco allora che, martedì prossimo, i repubblicani riprenderanno il controllo della Camera (si calcola che il GOP otterrà un miglioramento netto di 50-55 seggi, quando 39 sarebbero sufficienti per garantirsi la maggioranza). Secondo Nate Silver del blog FiveThirtyEight, che sviluppa modelli statistici accorpando gli studi condotti da altri sondaggisti, il GOP ha oltre l’80% di possibilità di aggiudicarsi la maggioranza dei deputati.</p>
<p>Al Senato, invece, nonostante si preveda un miglioramento della posizione relativa del Partito Repubblicano, i democratici dovrebbero essere in grado di mantenere la propria maggioranza, che sarà, però, assai più risicata (Nate Silver calcola in circa il 12% la probabilità che i repubblicani possano conquistare il Senato). Questo ha a che vedere con il fatto che, mentre la Camera viene rinnovata nella sua interezza nelle midterm, al Senato sono in palio solo 37 seggi. Inoltre, nelle campagne elettorali per il Senato, giacché i senatori sono personalità meglio conosciute dei colleghi deputati, l’individualità dei candidati in corsa è più rilevante, e le bizzarrie che hanno caratterizzato le celebrità del Tea Party, da Joe Miller in Alaska a Christine O’Donnell in Delaware a Ken Buck in Colorado, finiranno per costare al GOP una serie di seggi che, altrimenti, sarebbero stati facilmente agguantabili.</p>
<p>In generale, le midterm 2010 non porteranno buone notizie all’Amministrazione Obama. Bisogna, però, stare attenti a trarre conclusioni estreme sull’impatto di questa elezione nel lungo-periodo, ad esempio proiettando l’umore dell’elettorato oggi sulle presidenziali del 2012. Che il partito di governo, in particolare in una situazione in cui i democratici controllano Casa Bianca, Senato e Camera, soffra delle perdite, anche sostanziali, nelle elezioni di metà mandato è considerato un prodotto fisiologico dell’alternanza democratica. Va ricordato, inoltre, che il Presidente Obama ha, oggi, circa lo stesso tasso di approvazione che il predecessore Bill Clinton aveva nel 1994 (43%). Anche allora le midterm furono una disfatta per i democratici, ma quella sconfitta non impedì a Clinton di essere rieletto nel 1996.</p>
<p>Di certo i democratici dovranno riaggiustare la mira. Il presidente, in particolare, dovrà decidere se aprirsi a un dialogo più produttivo con l’opposizione repubblicana, o, invece, se rimanere sulle posizioni di oggi, accusando il GOP di un’opposizione cieca e sperando che, nel novembre 2012, gli elettori si rechino alle urne pensando al Partito Repubblicano come al “partito del no”.  In parte, le modalità con cui i democratici decideranno di ricalibrare la propria agenda legislativa dipenderanno dalla performance dei propri candidati la settimana prossima. I democratici più a rischio, infatti, sono quelli più moderati. Il che significa che una grossa vittoria repubblicana renderebbe il Partito Democratico più limitato in numero, ma più coeso su posizioni progressiste, mentre un improbabile recupero democratico in zona cesarini equivarrebbe a un Partito Democratico più numeroso ma più frammentato, in cui in tanti si considerano conservatori e in disaccordo con il presidente.</p>
<p>Qualunque siano i risultati del voto, e nonostante vadano considerati un verdetto solo parziale sulla condizione politica degli Stati Uniti, le elezioni di martedì avranno comunque conseguenze di lungo periodo e costringeranno i due partiti maggiori a confrontarsi, entrambi, con una base di elettori sempre più irrequieta.</p>
<p>Il GOP dovrà cercare di incorporare e simultaneamente domare il Tea Party, approfittando dell’appeal popolare di questo movimento per raggiungere quei gruppi di elettori delusi dai politici tradizionali, ma assicurandosi che le sue manifestazioni più estreme, che spaventano i repubblicani moderati, siano marginalizzate. I democratici, intanto, dovranno fare in conti con dati elettorali come quelli che emergono da un sondaggio di New York Times/CBS. Pare, infatti, che, in questo ciclo elettorale, il partito del presidente abbia perso il proprio tradizionale vantaggio con le elettrici donne, i cattolici, i lavoratori e gli indipendenti. Se, come previsto, le donne voteranno in maggioranza per i candidati repubblicani alla Camera, sarebbe questa la prima volta dal 1982.</p>
<p>Per finire, una nota importante sull’accuratezza dei sondaggi, su cui sono fondate tante delle riflessioni che si leggono in questi giorni: Nate Silver ci avverte che spostare anche solo di due punti percentuali le previsioni di voto in favore dei repubblicani o dei democratici cambia significativamente i modelli statistici. Se l’elettorato dovesse, martedì, concedere due punti percentuali in più di quelli previsti ai democratici, il partito dell’asinello manterrebbe la maggioranza anche alla Camera. Due punti percentuali in più per i repubblicani, invece, e il GOP conquisterebbe 65 seggi, non 53 come predetto dal modello di Silver.</p>
<p><a href="http://www.formazionepolitica.org/vedit/newsletter_nuova.asp?pagina=5878#ID5880" target="_blank">Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica</a></p>
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