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Niente satira per Obama
Washington D.C. – La satira politica americana sta attraversando un periodo di crisi creativa. Nessuno riesce a ironizzare con sufficiente cattiveria sul nuovo presidente Barack Obama. Nonostante le orecchie a sventola e l’andatura un po’ dondolande data dall’altezza decisamente sopra la media, non si è ancora riuscito a colpire Obama con l’arma della satira. In svariate interviste con alcuni tra i più rinomati vignettisti del paese, National Public Radio (NPR) ha scoperto che costoro si sentono in difficoltà nei confronti della nuova presidenza in particolare per via di due questioni. Innanzitutto, Obama non ha per ora mostrato alcun tratto caratteriale e comportamentale fuori dall’ordinario, o perlomeno fuori controllo. In secondo luogo, ammette il popolo della satira americana, una parte di essi vuole che Obama ce la faccia e per ora non se la sente di prenderlo troppo in giro. La faccenda è resa ancor più complessa dagli ultimi otto anni di presidenza Bush, definito da Ben Sargent dell’Austin American-Statesman “il presidente più stridentemente caricaturale della storia”. Tom Toles, vignettista politico del Washington Post, ha confessato, in riferimento all’ex presidente George W. Bush: “Dover disegnare vignette satiriche a proposito di qualcuno per cui non si prova altro che fastidio aiuta decisamente.”
Non solo Obama gode dell’appoggio di tanta parte dell’opinone pubblica americana, inclusi i vignettisti più feroci, ma ha anche scelto di impostare prima la campagna elettorale e poi la presidenza in termini di serietà, onestà, e rigore morale, su cui anche i più astuti fanno fatica ad ironizzare. L’ultimo esempio è arrivato mercoledì, quando il Presidente Obama ha ufficializzato la volontà di stabilire limiti rigidi ai compensi ricevuti dai manager delle grandi industrie e società finanziarie che desiderino fare domanda per gli aiuti che il governo americano offrirà con il nuovo pacchetto di stimolo economico in discussione al Congresso. Se la proposta di Obama dovesse passare, insieme al piano di intervento economico, i manager delle società in questione non potrebbero ricevere compensi superiori ai 500.000 dollari l’anno, una cifra sostanzialmente inferiore ai bonus di svariati milioni di dollari che costoro sono abituati a incassare.
Naturalmente, un presidente che sceglie di fare della battaglia per la trasparenza governativa il proprio cavallo di marcia, deve accettare la responsabilità di tale crociata, e deve essere disposto a soffrire l’impatto negativo che seguirebbe al fallimento di tale politica. Non è un caso infatti che abbiano ricevuto molta attenzione mediatica le vicende di evasione e semi-evasione fiscale che hanno coinvolto in questi giorni alcune tra le nomine fatte da Obama per il proprio governo.
Si è cominciato qualche settimana fa con Tim Geithner, ora confermato a Ministro del Tesoro, il quale, in maniera per altro giustificabile, aveva sbagliato nel calcolare il proprio carico fiscale negli anni in cui lavorava come consulente al Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’FMI, pur trovandosi sul territorio americano, segue una fiscalità particolare e concessa solamente alle organizzazioni internazionali. E gli impiegati americani del FMI sono tenuti a seguire regole diverse dagli impiegati internazionali (che non pagano le tasse) nel dichiarare il proprio redditto. Dunque capita di frequente che quegli americani che lavorano al Fondo ci mettano qualche anno per capire realmente come funziona il sistema. Questo fu anche il caso di Geithner, che ha poi pagato le tasse ancora dovute non appena notificatogli l’errore.
Più imbarazzante il caso di Tom Daschle, ex-Senatore del South Dakota e scelto da Obama come Ministro della Sanità. Per evitare di complicare eccessivamente le cose, sia sufficientente spiegare che Daschle si è “dimenticato” di dichiarare al fisco svariate centinaia di migliaia di dollari in doni e serivizi – quali la macchina con l’autista – ricevuti dai propri datori di lavoro. Negli Stati Uniti, tali entrate rientrano nel calcolo del reditto individuale complessivo. Al contrario di Geithner, Daschle ha deciso che sarebbe stato meglio ritirare la propria candidatura a ministro, creando per altro un certo imbarazzo in casa Obama, che si è scusato pubblicamente per non aver valutato correttamente l’entità delle “dimenticanze” di Daschle al momento di sceglierlo come membro del proprio governo.
Infine si è ritirata spontaneamente Nancy Killefer, manager alla società di consulenza McKinsley & Co., che Obama aveva selezionato come responsabile del controllo del budget della Casa Bianca. Resasi conto di avere avuto problemi con il fisco, Killefer ha ritirato la propria candidatura prima ancora che questi problemi diventassero noti ai media e al pubblico.
Ora, vicende di questo genere non sono completamente nuove. Basti pensare a Linda Chavez, la prima scelta di George W. Bush per Ministro del Lavoro, che ritirò la propria candidatura nel 2001 dopo che si scoprì che aveva offerto danaro a un’immigrata illegale proveniente dal Guatemala, forse per generosità personale, forse come compenso per il lavoro domestico svolto illegalmente da tale Marta Mercado.
È vero, però, che le vicende capitate ai candidati del governo Obama paiono essere più numerose e forse anche più imbarazzanti di quanto visto in passato nel sempre difficile processo di formazione di un gabinetto presidenziale. Inoltre, è vero che, se Obama promette maggiore trasparenza e onestà, e uno standard morale più elevato di quello dei suoi predecessori, non bisogna sorprendersi che il popolo americano si aspetti da lui, e da coloro che lo rappresentano, comportamenti più distinti di quelli tipici della tradizione ormai accettata della politica americana.
Per ora i vignettisti se la sono presa più con i vari Geithner, Daschle e Killefer che direttamente con il presidente. Obama, però, non deve illudersi che la tregua a lui concessa dalla satira possa durare all’infinito. Se non mette in ordine il proprio governo in fretta, c’è da attendersi qualche vignetta piuttosto dura.
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Misurando il cambiamento
Washington D.C. – Barack Obama ha fatto della promessa di cambiamento politico la piattaforma della propria campagna elettorale, e ora della propria presidenza. Di conseguenza, il suo agire verra’ giudicato sulla base proprio di quanta e quale novita’ sapra’ introdurre nella politica di Washington.
Per seguire i progressi che il Presidente Obama fara’ nel campo del cambiamento, il magazine online Slate ha lanciato il Change-O-Meter, ovvero il Cambiamentometro.
Seguendo di giorno in giorno le decisioni prese dall’Amministrazione, Slate attribuira’ punti a Obama per quelle mosse che rappresntano una ventata di aria fresca e glieli togliera’ qualora Barack inciampasse in vecchi modi di fare politica.
Eccovi il link al Change-O-Meter aggiornato al 21 gennaio…Per ora, fra il decreto per la chiusura di Guantanamo, la sospensione di ogni aumento di stipendio per lo staff della Casa Bianca che guadagni piu’ di 100.000 dollari l’anno, e una riunione indetta con i comandanti delle forze armate per discutere un piano di ritiro militare dall’Iraq, Obama sta facendo piuttosto bene…Ma siamo solo all’inizio, letteralmente.
Happy Thanksgiving
Il primo giorno di Obama alla Casa Bianca
Ecco il nuovo cagnolino della Casa Bianca. Ma ci stara?
Il futuro
Mi pare giusto rassicurare tutti, perche’ immagino foste preoccupati, sul fatto che From the Field prosegue nel proprio racconto dell’America del nuovo millennio oltre il 4 novembre e oltre la celebrazione della vittoria di Obama, per cercare di rispondere, nei prossimi mesi, alle mille domande che essa pone.
Guardiamo ora alla successione presidenziale, all’uscita a testa bassa di George W. Bush, alla nomina dei ministri del nuovo governo cosi’ come alle altre duemila cariche istituzionali che verranno elargite nei prossimi mesi ai democratici, e naturalmente continuamo a osservare la societa’ americana che cambia, che affronta la crisi finanziaria, il crack economico, la crescente globalizzazzione, la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, l’Iraq, l’Afghanistan e via dicendo… Il tutto dal vivo, per l’appunto, From the Field.
Quindi rimanete sintonizzati su queste frequenze per sempre e nuovi aggiornamenti.
Grazie a coloro che ci hanno seguiti fin qui. Lasciate i vostri commenti e pensieri, critiche e suggerimenti. Saranno tutti i benvenuti su questo sito.
Valentina
Un racconto fotografico dell’America della campagna elettorale 2008
Fotografie originali: Valentina Pasquali
Studiando la crisi economica…
Maggioranze "bulgare" per Obama
Non si votava solo per la Casa Bianca…
Oltre alle elezioni di Presidente, Senatori e Deputati, si sono tenuti ieri importanti referendum in giro per gli Stati Uniti.
Il South Dakota e il Colorado, ad esempio, hanno bocciato l’introduzione di due proposte di legge simili e particolarmente restrittive del diritto all’aborto, che, in sostanza, sarebbe stato vietato se non nei casi estremi di incesto, stupro e pericolo per la vita della madre. In Michigan, gli elettori hanno approvato una legge che permette l’uso medico della marijuana in pazienti gravemente malati. Nello Stato di Washington è passata una legge per il suicidio assistito, il secondo stato dell’Unione ad accettarlo. In Massachusetts, la legge sul possesso personale di marijuana e droghe leggere è stata resa meno severa.
Nonostante un numero notevole di successi, il punto dolente per i progressisti americani rimane il matrimonio gay. In Arizona, Florida e persino California, dove i municipi avevano già cominciato a celebrare le unioni tra omosessuali, gli elettori hanno votato per porre un divieto al matrimonio tra coppie dello stesso sesso. In California bisognerà ora vedere che effetto avrà questo referendum costituzionale sulle cerimonie già celebrate. Infine, in Arkansas, è stata passata una proposta per vietare l’accesso all’adozione da parte di coppie non sposate. Nonostante il referendum non fosse stato lanciato apertamente come una azione anti-gay, i sostenitori avevano reso chiaro durante la campagna elettorale che la volontà era proprio quella di proibire agli omosessuali di adottare bambini.


