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Pezzotti: «Dieci anni per cambiare Kabul»
Pubblicato originariamente su Lettera43
Undici anni di impegno, 50 soldati caduti, poco più di 4 miliardi di euro spesi (secondo le stime della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa). E una sequenza di attentati – subiti e schivati – che si calcola a doppia cifra.
I numeri della presenza italiana in Afghanistan, iniziata con la caccia a Osama bin Laden dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, fanno discutere.
L’ITALIA AL FIANCO DEGLI USA. Eppure il premier Mario Monti ha dichiarato che il nostro Paese rimarrà schierato a fianco degli americani non solo fino al 2014, data in cui il controllo del territorio passerà nelle mani degli afghani e il Paese andrà alle urne per scegliere il successore di Hamid Karzai, ma anche oltre per continuare l’azione di sostegno alla popolazione.
Così si era espresso anche Barack Obama, recentemente volato a Kabul per firmare – a suo modo – la fine della guerra. Anche se la situazione si può definire tutt’altro che pacificata.
«La mossa americana si inserisce in una scia di accordi con altri Paesi tra cui l’Italia. Quello che conta è il segnale politico all’Afghanistan: la comunità internazionale non abbandonerà la nazione dopo il 2014», ha spiegato in questa intervista a Lettera43.it l’ambasciatore italiano a Kabul Luciano Pezzotti, arrivato nel Paese a gennaio 2012 dopo una lunga carriera in Medio Oriente.
DOMANDA. Che aspettative avete per il 2014?
RISPOSTA. Nel 2014 è prevista la fine della fase di combattimento, ma resteranno comunque alcune truppe, anche se in numero minore e con compiti diversi. E ci sarà un coinvolgimento politico internazionale mirato a stabilizzare la società civile in vista della decade della trasformazione, dal 2014 al 2024. Ma bisogna dare agli afghani una chance di costruire il proprio Paese, dopo aver raggiunto condizioni minime di stabilità e averli messi nella posizione di poter difendere se stessi.
D. L’Italia che ruolo ha in questo progetto?
R. L’accordo che abbiamo sottoscritto è come un grande spazio che va riempito di contenuti, cioè accordi di cooperazione settoriali, per esempio sullo sviluppo, culturale e militare. Ma l’Italia ha una grande responsabilità. L’opinione pubblica afghana ha un grande affetto per noi, visto che abbiamo ospitato ben due re, Amanullah e Zahir Shah. Siamo un Paese amico: non dimentichiamo che Zahir Shah tornò nel 2002 accompagnato dall’allora sottosegretario Margherita Boniver. E che il passaggio di consegne virtuali tra il re e il presidente Hamid Karzai avvenne a Roma. Non c’è soltanto l’America, insomma.
D. Ma gli Usa fanno pressione sugli alleati per una maggiore partecipazione?
R. No, la condivisione degli oneri c’è sempre stata. È chiaro che ognuno ha responsabilità diverse e gli americani sono i maggiori ‘azionisti’ sotto ogni punto di vista.
D. Si avvicina il vertice Nato di Chicago, previsto per il 20-21 maggio: di che cosa si parlerà?
R. Il finanziamento delle truppe afghane è un argomento chiave. Ma non so in che misura l’incontro sarà definitivo. Non è una conferenza per la raccolta fondi. Si tratterà di riaffermare l’impegno della comunità internazionale in un’ottica post-2014. Ma non si farà la colletta dei soldi.
D. Restare in Afghanistan è davvero fondamentale?
R. Siamo venuti qui per problemi di sicurezza. Abbandonare la nazione significa rischiare che ridiventi un santuario del terrore, dove si addestrano le persone per mettere bombe a casa nostra. Capisco che, visto dall’America e dall’Europa, l’Afghanistan sembri molto lontano, ma non dimentichiamoci che è uno dei Paesi in cui sono stati addestrati uomini che hanno portato il terrore.
D. Ma le minacce non arrivano piuttosto da Paesi come Iran e Pakistan?
R. Abbiamo tutto l’interesse a far sì che l’Asia centrale diventi una parte di mondo assolutamente stabile. L’Afghanistan è il vero Paese cerniera tra Est e Ovest, anche dal punto di vista energetico: tutte le rotte dal Medio Oriente verso l’Asia passano di qui. Ed è essenziale anche per casa nostra, perché in un mondo globalizzato non possiamo pensare che basti un mare a proteggerci dai pericoli.
D. Gli attentati recenti dimostrano che i talebani sono ancora attivi: si teme una nuova guerra civile.
R. Bisogna comprendere la psicologia collettiva degli afghani perché vengono da 30 anni di guerra. Se fossi afghano, avrei anch’io i timori che hanno loro. Questo non significa che si trasformeranno in realtà. Non credo che lo scenario in cui i signori della guerra si scontrano l’uno contro l’altro possa essere accettato in una cornice che coinvolge direttamente la comunità internazionale.
D. Credete veramente che la sola presenza internazionale basti a garantire la democrazia?
R. Certo non possiamo aspettarci elezioni sul modello francese. Ma tra quell’ideale e uno scenario pieno di corruzione e brogli esistono sfumature di grigio. L’importante è che ci siano condizioni di sicurezza sufficienti per il voto e io ritengo che sia così. Da qui al 2014 la comunità internazionale ha ancora molto da fare, ma ci aspettiamo un salto di qualità per avviare la decade della trasformazione con prospettive democratiche migliori che in passato.
D. Non pecca di ottimismo?
R. No, sono realista. Il pessimismo è assolutamente vietato. Anche perché dobbiamo dare agli afghani un senso della direzione in cui ci stiamo muovendo.
D. E qual è?
R. Certo non possiamo azzerare l’arretratezza di 30 anni di guerra dall’oggi al domani. Ma quello che dobbiamo lasciare a questa nazione è la capacità di decidere del proprio futuro. Per costruire un Paese fatto di tolleranza dobbiamo dare speranza ai giovani che non sono pieni di rancori. Ci vorranno due o tre generazioni senza guerra civile per far scomparire le tensioni.
D. Crede a un futuro senza guerra?
R. In Europa, abbiamo avuto 50 anni di pace e ora ai ragazzi la guerra sembra una cosa da film di Hollywood. Anche qui dobbiamo arrivare a quel punto: tra mezzo secolo i giovani afghani potrebbero vedere film di guerra e non riconoscersi..
Domenica, 13 Maggio 2012
Il mondo secondo Wikileaks
Washington D.C. – Dopo aver reso pubblici, negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di documenti segreti relativi alle operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan, Wikileaks, un’organizzazione indipendente dedicata allo smascheramento della cattiva condotta di governi e corporation attraverso la pubblicazione di documenti riservati ottenuti da fonti anonime, ha cominciato domenica sera a postare sul proprio sito web oltre 250.000 epistole diplomatiche, i cosiddetti cable, scritte da ufficiali americani sparsi tra Washington D.C. e il resto del mondo.
Tra le rivelazioni più interessanti emerse fin qui (la quantità di file è tale che ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare in fondo): L’uso dei diplomatici come spie, ordinato da Hillary Clinton nel 2009 sulla scia di direttive simili iniziate da Condoleezza Rice, al fine di raccogliere informazioni personali e private, quali ad esempio i numeri delle carte di credito, di politici stranieri, all’estero e persino alle Nazioni Unite, in violazione di un trattato internazionale del 1946; La guerra segreta contro il terrorismo in Yemen, portata avanti grazie a missili americani, ma di cui si è, fin qui, assunto tutte le responsabilità il governo yemenita, per paura di apparire come una marionetta nelle mani di Washington; il trasferimento di 19 missili, con un raggio fino a 2000 miglia, dalla Corea del Nord all’Iran; l’insistenza dei Sauditi affinché gli Stati Uniti procedessero con un attacco militare contro i vicini iraniani; l’incapacità degli Americani di convincere il Pakistan a consegnargli dell’uranio che si teme potrebbe finire nelle mani dei terroristi islamici; la corruzione endemica in una serie di paesi, in particolare Afghanistan e Russia, con cui gli americani intrattengono relazioni diplomatiche quotidiane, in particolare l’ammissione che Ahmed Wali Karzai, fratello del Presidente Hamid Karzai, è un rinomato trafficante di droga.
Oltre a svelare questi dettagli fin qui nascosti della diplomazia internazionale, i documenti di cui Wikileaks è entrata in possesso grazie, in particolare, all’intraprendenza di Bradley Manning, ventiduenne specialista di intelligence per l’esercito americano che, durante un periodo di lavoro svolto in Iraq, avrebbe trasferito sul proprio computer personale gran parte dei file fin qui pubblicati, fanno luce sulle abitudini stravaganti, compromettenti e spesso inquietanti dei leader politici mondiali, quali Muammar Gaddafi in Libia (sempre accompagnato da una “infermiera” descritta come una “voluttuosa ucraina”), Robert Mugabe in Zimbabwe (“profondamente ignorante di questioni economiche ma convinto che i suoi 18 dottorati gli consentano di sospendere le leggi dell’economia”) e Gurbanguly Berdimuhamedov in Turkmenistan (che avrebbe licenziato un membro della propria scorta come punizione per non essersi accorto che un gatto, attraversando la strada davanti all’automobile del presidente, avrebbe attentato alla sua vita). Naturalmente, i cable fanno anche trasparire l’opinione candida condivisa dai diplomatici americani a proposito degli alleati europei (Angela Merkel è “poco creativa”, Nicolas Sarkozy è “permaloso” e Silvio Berlusconi è “vano, inefficacie”, affaticato dalle troppe feste e, sostanzialmente, il portavoce europeo del Primo Ministro russo Vladimir Putin).
L’insieme di queste rivelazioni ha provocato costernazione in mezzo mondo, offeso una serie di leader internazionali e attratto una reazione molto negativa contro Wikileaks, ancor più che contro i retroscena oscuri della diplomazia moderna che l’organizzazione fondata e diretta dall’australiano Julian Assange ha contribuito a palesare.
Se i media internazionali, dall’Italia al Pakistan, si sono gettati con entusiasmo sui file Wikileaks, attaccando con durezza i leader delle rispettive nazioni per gli sconcertanti comportamenti svelati dai cable, la classe politica internazionale ha avuto una reazione mista, in parte schierandosi al fianco di una amministrazione statunitense profondamente offesa e in parte non nascondendo la propria indignazione rispetto all’arroganza della diplomazia americana. Il Ministro del Budget Francois Baroin ha dichiarato, lunedì, che la Francia è “molto solidale con l’amministrazione americana”. E il Primo Ministro Berlusconi ha, naturalmente, ascritto le rivelazioni alla militanza dei giornali di sinistra. In Germania, invece, Ruprecht Polenz, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha dichiarato: “I partner degli Stati Uniti presumono che le cose che vengono discusse con gli alleati più stretti rimangono confidenziali. Questa vicenda ha sollevato qualche dubbio in proposito e sarà compito degli Americani risolvere la situazione”. E il Primo Ministro russo Putin in un’intervista con Larry King su CNN, pur definendo la fuga di notizie “non una catastrofe” ha, però, invitato gli americani a “non interferire con le scelte sovrane del popolo russo”.
Negli Stati Uniti, la reazione alla pubblicazione dei file Wikileaks è stata sostanzialmente di unanime condanna, da parte di governo, politici dell’opposizione e persino dei media, delle attività dell’organizzazione di Assange. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la mossa di Wikileaks “un attacco contro la comunità internazionale, le alleanze e le partnership, le convenzioni e i negoziati che proteggono la sicurezza globale e promuovono la prosperità economica”. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha aggiunto: “Si può senz’altro dire che il presidente è, come minimo, non soddisfatto della pubblicazione di queste informazioni […] Rubare documenti classificati e disseminarli pubblicamente è un crimine”. Il Procuratore Generale Eric Holder ha dichiarato che il Ministero della Giustizia americano ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per verificare se sia possibile procedere contro Julian Assange e Wikileaks.
Ancor più dura la reazione della destra americana, in particolare dei potenziali candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2012, tra i quali molti vogliono veder condannati a morte i responsabili della fuga di notizie. Sarah Palin ha chiamato Assange “un agente anti-americano con le mani sporche di sangue”, e si chiede “per quale ragione non è stato ricercato con la stessa urgenza con cui ricerchiamo al Qaeda e i leader talebani?” Mike Huckabee ha detto, con riferimento al soldato Manning, che “chiunque all’interno del governo abbia disseminato queste informazioni è colpevole di alto tradimento e qualsiasi punizione più lieve dell’esecuzione sarebbe troppo generosa”. Infine Newt Gingrich, senza sostenere l’ipotesi della pena di morte per Assange, ha comunque dichiarato: “Il tizio di Wikileaks dovrebbe passare il resto della vita in galera; È un nemico degli Stati Uniti […] dovremmo trattarlo come un nemico combattente”.
Se le reazioni del governo americano e dell’opposizione repubblicana sono sorprendenti fino a un certo punto, lo sono assai di più quelle dei media, non solo e non tanto dei blogger di destra, ma anche dei commentatori che riempiono le pagine dei principali quotidiani e settimanali americani. Marc Thiessen sul Washington Post, Jonah Goldberg sul Chicago Tribune, Joe Klein su TIME, editoriali sul Wall Street Journal e sul New York Sun sono tutti d’accordo che Assange, definito su una scala che va da “provocatore” a “nemico combattente”, vada in qualche modo perseguito legalmente, messo in galera, messo a morte. Wolf Blitzer su CNN non si capacita che il governo americano non sia capace di mantenere i propri segreti e pretende che vengano immediatamente adottate misure più efficaci affinché il pubblico, e giornalisti come lui, non vengano mai a conoscenza del numero sempre crescente di segreti di stato. Bisogna cercare nei magazine e siti web progressisti per trovare commentatori pronti a difendere l’operato di Wikileaks. Infuriato con i colleghi che si sono lanciati all’attacco di Assange, Glenn Greenwald scrive su Salon.com: “La maniera casuale e disinvolta con cui così tanti commentatori politici sono disposti a chiedere l’eradicazione di altri esseri umani senza concedere nemmeno la parvenza del giusto processo è assolutamente demente”.
Data l’insurrezione popolare contro Wikileaks, anziché contro l’ipocrisia della diplomazia odierna, il rischio, per tutti, è che la comunità internazionale e, in particolare, il governo americano, facciano seguito allo scandalo conosciuto come “cablegate” con un irrigidimento delle procedure di sicurezza che sono applicate alle informazioni classificate, aumentando ulteriormente il livello di segretezza che caratterizza già oggi la politica internazionale e minando sempre più le fondamenta dello stato democratico. Il rischio per Assange, che negli ultimi mesi ha coltivato un numero davvero impressionante di nemici importanti, è di aver dato troppo, forse tutto, per la pubblicazione di una serie di documenti che, per quanto interessanti e importanti – i cable offrono una finestra davvero unica sui processi e i retroscena che caratterizzano la diplomazia americana e internazionale — non hanno smascherato segreti destinati a cambiare il mondo, niente a che vedere con le rivelazioni contenute nei famosi Pentagon Papers, pubblicati dal New York Times nel 1971, i quali, divulgando le grossolane bugie raccontate dal governo americano a proposito del proprio coinvolgimento in Vietnman, hanno in parte contribuito a accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal teatro di guerra del Sud-est asiatico.
Pubbicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica
Americani critici con Sarkozy
Pubblicato originariamente su Glocus Webmagazine
Washington D.C. – Che ci sia rivalità tra gli Stati Uniti e la Francia, su questioni di orgoglio nazionale e su quale tra i due paesi debba essere considerato il faro mondiale della libertà e dei diritti umani, è cosa nota. Non deve dunque sorprendere che la decisione del Presidente francese Nicolas Sarkozy di procedere con la chiusura di oltre 150 tendopoli illegali abitate da immigrati di origine rom, provenienti in particolare da Bulgaria e Romania, e di espellere migliaia di costoro dal paese, perché, ha detto Sarkozy, questi campi si trasformano in “fonti di traffici illeciti, in condizioni di vita profondamente deprecabili e in sfruttamento dei bambini, della prostituzione e della delinquenza”, sia stata accolta in America da molte critiche e un certo compiacimento.
Jack Greenberg, professore alla Columbia University Law School e tra i personaggi più carismatici del movimento per l’uguaglianza dei diritti dei neri americani negli Stati Uniti (nel 1954, Greenberg fu tra gli avvocati nel processo Brown vs. Board of Education, in cui la Corte Suprema stabilì che la segregazione su base razziale praticata fino ad allora nelle scuole del paese era incostituzionale), si occupa delle popolazioni rom europee da decenni. Di recente, Greenberg ha dichiarato che “la discriminazione praticata in Europa oggi contro i Rom è da considerarsi peggiore dell’oppressione che la segregazione imponeva sui neri americani prima che prendesse piede la rivoluzione per i diritti civili degli anni sessanta”.
Secondo Greenberg, la mossa del Presidente Sarkozy va a aggiungersi a una lunga serie di campagne anti-Rom, che, naturalmente, raggiunsero un picco indicibile durante la Seconda Guerra mondiale, quando centinaia di migliaia furono sterminati dai nazisti. Da allora, sostiene Greenberg, questa popolazione, originaria dell’India settentrionale, misteriosamente migrata verso l’est europeo nel quindicesimo secolo e poi costretta in schiavitù dalle popolazioni locali fino all’inizio del 1800, ha continuato a essere perseguitata, e privata dell’accesso all’istruzione, alla sanità, al mondo del lavoro.
In questo contesto già drammatico, la decisione di Sarkozy di rispedire i Rom verso i loro paesi di origine nell’Est Europa, dove soffrono di ancor peggiori forme di discriminazione che in Francia, non fa che mettere ulteriormente a repentaglio le vite di questi individui e il futuro di questa comunità. Ad attenderli, infatti, non ci sono opportunità, ma solo “segregazione a scuola, livelli di disoccupazione attorno al 100%, strutture abitative miserabili, spesso senza porte, finestre e tubature, e violenza neo-nazista”.
Per Bernard Rorke, che si occupa di Rom per conto dell’organizzazione Open Society, fondata dall’investitore americano George Soros, questa comunità è vittima di una forma di “apartheid non dichiarato”.
Al di là della reazione costernata di chi si occupa di diritti umani, la decisione di Sarkozy, che non è stata commentata ufficialmente dai rappresentanti del Governo americano, è stata vista, da osservatori e giornalisti statunitensi, in termini pragmatici.
Lo scopo prettamente elettorale di questa manovra politica di Sarkozy non è sfuggito a nessuno. Mira Kamdar, senior fellow del World Policy Institute di New York (che al momento risiede a Parigi dove tiene un corso a Sciences-Po), ha parlato della motivazione di Sarkozy come di “un calcolo politico fatto a sangue freddo”, basato sulla considerazione che il presidente francese è obbligato a conquistare il voto degli elettori dell’estrema destra se vuole essere rieletto nelle elezioni presidenziali del 2012.
La volontà di procedere con l’espulsione forzata di migliaia di Rom dalla Francia è stata anche interpretata nella cornice più ampia dell’ondata di populismo razzista e anti-immigrazione che sta attraversando l’Europa tutta, in particolare negli ultimi anni, da quando l’economia del continente ha cominciato a registrare i primi segni di crisi.
Sara Miller Llana del Christian Science Monitor tira le somme. Anche solo prendendo in considerazione gli sviluppi delle ultime settimane, bisogna notare come la Svezia abbia mandato in parlamento un partito anti-immigrazione fin qui marginale; come la Gran Bretagna abbia imposto un tetto al numero di immigrati non-europei che possono entrare nel paese; come il partito di maggioranza in Danimarca abbia proposto di ridurre il salario minimo per gli immigrati a un livello pari alla metà di quello garantito ai danesi; e come un partito che vuole bloccare l’immigrazione di persone di fede musulmana sia ora entrato a far parte della coalizione di governo in Olanda. Tutto questo senza contare che una serie di paesi europei, fra cui la Francia e il Belgio, si sono attrezzati negli ultimi mesi per rendere illegale l’uso del burqa (o niqab) e che l’Italia ha deciso ora di seguire l’esempio della Francia nella persecuzione dei residenti di origine rom.
Pur riconoscendo che la mossa francese va considerata parte di una ondata diffusa di sentimenti anti-immigrazione, gli osservatori americani si trovano per lo più d’accordo nel sottolineare che la decisione di Sarkozy avrà delle conseguenze particolarmente negative. Per ragioni di interesse politico personale e di temperamento, Sarkozy sta causando nuove divisioni all’interno di un’Unione Europea già poco coesa, oltre a danneggiare gravemente la propria reputazione all’estero, costruita con grande pazienza in anni di presenzialismo internazionale. Inoltre, con la decisione di espellere migliaia di Rom che sono effettivamente cittadini europei, la Francia sta mettendo a rischio uno dei principi fondanti la UE, ovvero che i circa 500 milioni di cittadini dei 27 paesi membri hanno diritto a muoversi liberamente all’interno dei suoi confini.
Anche guardando a questa vicenda in termini esclusivamente pragmatici, senza tenere conto delle accuse, non infondate, che il Governo francese abbia sostanzialmente violato una serie di diritti costituzionali europei, verrebbe voglia di chiedere a Sarkozy se il gioco vale davvero la candela.
L’Europa di Obama
Washington D.C. — Per sua stessa ammissione, il Presidente americano Barack Obama non è un grande intenditore, né appassionato, d’Europa. Sebbene per valori e filosofia politica vada considerato uno dei presidenti americani più europei della storia, in termini di prospettiva strategica e preoccupazioni geopolitche Obama guarda molto di più all’Asia, al Medio Oriente, persino all’Africa, che non al vecchio continente. Paradossalmente, proprio questa mancanza d’interesse per l’Europa delle nazioni dà origine, nel presidente USA, alla speranza che emerga finalmente un’Unione Europea più integrata e forte. Obama non nasconde il desiderio che la UE si trasformi nell’interlocutore predominante, se non addirittura unico, nel dialogo tra Europa e America, una semplificazione diplomatica di cui Obama ha bisogno oggi, quando si vede costretto a affrontare un mondo in cui le relazioni di potere diventano altrimenti sempre più estese, variegate, e complesse.
Di madre originaria del midwest americano e di padre africano, cresciuto sulle sponde dell’Oceano Pacifico tra le Hawaii e l’Indonesia, e poi arrivato alla maturità personale e professionale nella Chicago che sorge, ben lontano dall’Atlantico, tra le praterie dell’Illinois, la geografia del presidente non è mai ruotata attorno all’Europa, fino a che le visite ufficiali da capo di stato gli hanno consentito di visitare le grandi capitali del continente. E non è certo nelle origini etniche e culturali europee condivise da tanti americani che Obama si riconosce, al contrario invece di quella che è sempre stata una realtà di fatto per coloro che lo hanno preceduto alla Casa Bianca, democratici o repubblicani che fossero.
Non è certo una novità che il mondo contemporaneo non giri più esclusivamente sull’asse Europa-Stati Uniti. La realtà delle relazioni internazionali è cambiata profondamente durante gli ultimi decenni, a livello economico, sociale, culturale e demografico. Il Presidente Obama è semplicemente un emblema di questo cambiamento, e i leader europei farebbero meglio a prestare attenzione.
Di recente, il Presidente del Council of Foreign Relations Richard Haass ha scritto sul Financial Times dell’”addio all’Europa come grande potenza”. Analizzando sia i successi che i fallimenti del vecchio continente, Haass sostiene che “le relazioni transatlantiche contano oggi meno di quanto siano mai contate nell’ultimo secolo”.
Una volta accettata questa nuova realtà, è facile intuire che la sola possibile risposta dell’Europa al proprio altrimenti inevitabile declino deve venire da Brussels. L’Unione Europea è senza dubbio l’unica entità sufficientemente estesa, popolosa, ricca e potente a competere, e vincere, in un mondo in cui, al di là degli Stati Uniti, i protagonisti non sono più Germania, Francia e Gran Bretagna, ma piuttosto Cina, India, Brasile e Russia.
Basti pensare alla velocità con cui il dibattito economico globale si sta spostando dalla piattaforma del G8 a quella del G20, un passaggio, questo, in cui i singoli paesi europei sono destinati a perdere di centralità. Si consideri, inoltre, il fenomeno simultaneo benché opposto dell’emergere del G2, l’asse USA-Cina, l’ennesimo sviluppo politico che penalizza i paesi europei a vantaggio di altri attori.
Eppure il mercato unico europeo rimane l’economia più grande del mondo, anche se di poco, davanti a Stati Uniti e Cina. È questa la prova che la UE è una realtà senz’altro in grado di competere ai più alti livelli, anche in un mondo dominato da numerose grandi potenze.
Per fortuna nostra, e si tratta questa di una occasione che non dovrebbe andare sprecata, proprio per sentimenti politici, quasi filosofici, affini a quelli europei, il Presidente Obama non è affatto intimorito dall’idea di una Brussels forte e compatta, al contrario, invece, di quello che ne pensa la destra americana, la quale teme la competizione e preferisce un’Europa debole. Tutt’altro, Obama confida in una maggiore coesione e integrazione dell’Unione Europea.
Nel novembre 2009, a conclusione di un incontro alla Casa Bianca con il Primo Ministro svedese Fredrik Reinfeldt, il Presidente della Commissione Europea José Barroso e con l’Alto Rappresentante del Consiglio Europeo Javier Solana, Obama ha dichiarato: “Sono convinto che un’Unione Europea rafforzata e rinnovata rappresenterà per gli Stati Uniti un partner transatlantico ancora migliore. Siamo dunque straordinariamente grati per gli sforzi fatti in questa direzione, e promettiamo il nostro sostegno in futuro”.
Invece, in mano a una serie di governi euroscettici, o perlomeno euro-cauti, lacerata da nuove forme di nazionalismo e pietrificata dal collasso finanziario della Grecia, l’Europa sembra diretta esattamente nella direzione opposta a quella auspicata dalla Casa Bianca.
Ne sia esempio proprio la crisi finanziaria. Mentre gli Stati Uniti incoraggiavano l’Unione Europea a intervenire prontamente e generosamente per frenare la caduta della Grecia, i capi di stato europei, in particolare la tedesca Angela Merkel, tentennavano, non trovavano un accordo, perdevano tempo a attaccare l’irresponsabilità finanziaria dei Greci e, così facendo, hanno probabilmente contribuito a peggiorare la situazione. O, perlomeno, hanno fatto aumentare, non diminuire, i dubbi sulla influenza politica dell’Unione Europea.
In febbraio, Obama ha annunciato che non avrebbe preso parte a un summit UE-Stati Uniti previsto per maggio a Madrid. I leader europei sono apparsi delusi e offesi dalla decisione del presidente americano, preoccupati che fosse questo l’ennesimo segnale che, negli occhi degli Stati Uniti, l’Europa ha perso d’importanza rispetto a un paese come, ad esempio, la Cina.
Charles Grant, Direttore del Center for European Reform, un centro di ricerca con sede a Londra, ha spiegato al New York Times che questo incidente potrebbe essere considerato un utile allarme per la UE. I leader europei, sostiene Grant, devono imparare che “nessuno si preoccuperà di corteggiarli, o di partecipare ai loro summit, solo perché quella dell’Europa unita è una bella idea. Bisogna che mostrino dei risultati concreti”.
Il sogno europeo
Per quello che emerge dalle sue ricerche, quali sono i sentimenti dell’opinione pubblica turca nei confronti dell’Unione Europea? I turchi vogliono entrare a far parte della Ue? E pensano di poterci riuscire?
Si tratta di una questione problematica, perché i sentimenti sono contrastanti. C’è senza dubbio una forte volontà di entrare nell’Unione Europea. Noi raccogliamo le opinioni in merito dal 1999, e non abbiamo mai trovato meno del 50% della popolazione favorevole all’ingresso. Questa percentuale si aggira oggi intorno al 60%. In generale, oscilla tra il 75% e il 55%.
E’ però anche vero che i turchi non pensano di farcela. Lo vorrebbero, ma non ci credono. La gente qui non crede che i politici europei siano sinceri con la Turchia. E hanno ragione. La Turchia ha una partnership consolidata con l’Unione Europea dall’ormai lontano 1987, prima della caduta del muro di Berlino. Da allora, tutti gli altri paesi candidati sono entrati nell’Unione, tranne noi. Agli occhi della popolazione turca, questa è una dimostrazione evidente della mancanza di sincerità dell’Unione Europea.
Il popolo turco è storicamente diffidente degli europei. Una maggioranza della gente qui, circa il 75%, si dice convinta che la Ue voglia, in realtà, tagliare la Turchia a pezzi. Naturalmente questa è una convinzione piuttosto superficiale, non fondata su fatti ma su percezioni. Le ragioni di questi pregiudizi molto irrazionali verso gli europei sono varie. Innanzitutto, il nostro sistema educativo è molto intollerante, sospettoso degli stranieri. I nostri testi scolastici sono pieni di storie che parlano delle invasioni greche, e dei vari tentativi portati avanti dalle potenze occidentali per dividere la Turchia. Veniamo socializzati in questo modo fin da piccoli. Inoltre, esistono prove del fatto che alcuni governi europei danno aiuto ai militanti Curdi del Pkk (Partito Curdo dei Lavoratori), che i turchi ritengono responsabili di gravi sofferenze. Nello specifico, la Danimarca, la Germania e anche il Belgio sono considerati come sostenitori del Pkk.
In che senso l’Unione Europea avrebbe intenzione di suddividere la Turchia?
Non c’ è una risposta unica a questa domanda. E’ un misto di percezioni diverse. Io penso che i turchi siano soprattutto preoccupati dalla posizione dell’Unione Europea quanto alla regione sud-orientale del paese, laddove abbiamo un conflitto militare che dura da venticinque anni. C’è questo forte movimento indipendentista, il Pkk, e come dicevo la gente è convinta che le società occidentali provino una certa simpatia per la loro causa.
Va anche precisato che l’opinione pubblica turca non pare vedere alcuna differenza tra la Ue, gli Stati Uniti, e l’Occidente in genere. C’ è una correlazione molto stretta tra i sentimenti professati per l’Europa e gli Stati Uniti. Abbiamo una comprensione molto ampia del concetto d’Occidente, e ci siamo convinti che l’Occidente in generale voglia dividere la Turchia.
La preoccupazione è che l’Occidente riconosca e sostenga un Kurdistan indipendente?
In tutta onestà, penso che nemmeno i curdi credano ancora in un Kurdistan indipendente. E tuttavia il sospetto dell’esistenza di questo sostegno al Pkk è vissuto con grande sofferenza e disagio. Qui abbiamo già pagato un prezzo enorme per questo conflitto: non ci sono equivalenti nella storia recente del mondo occidentale.
Negli ultimi trent’anni, sono morte più di trentamila persone, e abbiamo avuto venticinque anni di iper-inflazione a causa del conflitto. Ecco, la gente pensa che il sostegno degli occidentali per il Pkk abbia contribuito a creare questi problemi.
C’è una differenza di percezione o sentimenti tra campagne e città?
Direi piuttosto che si tratta di uno scenario multidimensionale. C’è senz’altro una componente geografica, che però non si esaurisce in una divisione tra zone rurali e centri urbani. Le regioni occidentali della Turchia, le zone del Mediterraneo e dell’Egeo, sono senz’altro più convinte della necessità di entrare in Europa. La parte sud-orientale è anch’essa favorevole all’ingresso nella Ue, in particolare la minoranza curda. Nell’Anatolia centrale, invece, ci sono molte città tendenzialmente più provinciali, chiuse e sospettose. Infine, alcuni distretti a nord, nella regione che si affaccia sul mar Nero, sono molto reazionari. Quest’area è, in generale, più dinamica dell’Anatolia, però caratterizzata da una popolazione conservatrice. Queste sono le ragioni per cui le differenze geografiche sono, secondo me, più influenti di quelle tra città e campagne.
Perché in Turchia si pensa che l’Europa non voglia in realtà ammettere il vostro paese?
Basterebbe ricordare le dichiarazioni fatte dal Presidente francese Nicholas Sarkozy. La gente semplifica, non ha informazioni specifiche. Di conseguenza, dichiarazioni come quelle di Sarkozy o della Merkel, spingono effettivamente a pensare che non ci sia spazio per la Turchia nell’Unione Europea. Si tratta comunque di una percezione di lungo periodo, che non è certo nata con Sarkozy. Anche prima di lui, c’era un movimento anti-Turchia in Europa, per esempio in Olanda e Belgio. Il problema è molto più sentito nel Nord dell’Europa. Ci sono poi altre ragioni. I turchi, ad esempio, si sentono molto più europei dei bulgari e dei romeni. Eppure, questi stati sono già paesi membri. Di recente, la stessa Serbia è diventato un candidato più probabile della Turchia.
Questo dovrebbe aiutare a capire come mai i turchi pensino che i leader dell’Unione in realtà siano determinati a preservare l’Unione come un “club cristiano”.
C’è il timore che l’ingresso nell’Unione apra le porte a una qualche forma di cristianizzazione?
Queste paure sono presenti solo nelle menti degli estremisti. La religione in Turchia è molto diversa da come si esprime nei paesi arabi. Ci sono dei movimenti radicali, però non credo che la gente normale abbia preoccupazioni di questo tipo.
Cosa potrebbe succedere in Turchia, se dovesse diventare chiaro che il tentativo di entrare nella Unione Europea è definitivamente fallito, o sospeso a tempo indeterminato?
Bisognerebbe entrare nella psicologia dei turchi. Perché vogliono diventare membri dell’Unione Europea? La popolazione turca non vuole trasferirsi altrove, per lavorare in altri paesi. I turchi vogliono integrarsi perché aspirano a standard di vita migliori a casa loro. Durante i primi anni del governo dell’Akp (Partito di Sviluppo e Giustizia), il tentativo di entrare a far parte dell’Unione è stato il solo progetto sociale che abbia cercato di avvicinare gli standard di vita turchi a quelli occidentali.
Si tratta semplicemente di questo: strade più pulite, trasporti pubblici più efficienti, aria non inquinata, tutela dei diritti umani, una migliore istruzione.
Essere come gli occidentali è una delle ragioni fondanti la Repubblica turca. I padri fondatori stabilirono molto chiaramente che la Turchia doveva entrare a far parte delle civiltà contemporanee, intese come quelle occidentali. E’ questa la ragione per cui vogliamo entrare nella Ue. Inoltre, durante gli ultimi vent’anni, in particolare dopo il colpo di stato del 1980, il nostro governo ha spesso fallito, non è riuscito a fare le cose necessarie, in particolare nei campi dell’economia e della società. Dunque, con una reazione tipicamente neo-liberale, siamo andati a cercare un’ancora esterna che spingesse il nostro governo a una performance migliore. Una di queste ancore è stato senz’altro il Fondo Monetario Internazionale, che ha costretto il Governo turco a una certa disciplina fiscale. Un’altra ancora è la cooperazione con gli Stati Uniti, che ci hanno obbligati a una politica estera stabile e prevedibile. Infine, l’Unione Europea è vista come motore per un governo migliore.
Il desiderio di entrare a far parte della Ue a pieno titolo è il risultato di questa complicata equazione. Ragion per cui penso che nemmeno Nicholas Sarkozy sarà mai così incosciente da rifiutare ufficialmente la candidatura della Turchia. Allo stesso tempo, qualsiasi governo prenda il potere a Ankara, non potrà mai davvero voltare le spalle alla Ue: sarebbe la fine del sogno europeo della Turchia.
Comunque, penso che se la Turchia non entrerà a pieno titolo nell’Unione, ci saranno altre soluzioni di compromesso. Al momento, stiamo discutendo la possibilità di facilitare i visti per i cittadini turchi che devono visitare l’Unione Europea, in particolare per imprenditori e manager. Questa è una mossa che in Turchia sarebbe vista come un grosso passo avanti.
E poi, bisogna anche riconoscere che non c’è una sola Europa, ma ce ne sono molte. C’è una zona Schengen, c’è un’area Euro, e c’è anche la Conferenza Europea sulla Sicurezza. Noi siamo parte di questa definizione allargata dell’Unione Europea.
A far crescere il radicalismo, più che una reazione al rifiuto da parte della Ue, possono essere condizioni economiche difficili, legate alla crisi. E’ chiaro che questo radicalismo a sua volta ci allontanerebbe dall’Europa.
Qual è lo stato delle relazioni della Turchia con gli Stati Uniti?
Anche qui si tratta di una situazione complessa. Nel 2005, c’era un vero e proprio anti-americanismo diffuso in Turchia. Allora, lanciammo un sondaggio per capire cosa stesse succedendo. Abbiamo scoperto che, in realtà non si trattava di vero e proprio anti-americanismo, bensì di anti-Bushismo. La popolazione turca rispetta e apprezza lo stile di vita americano e l’America in genere. Infatti quando chiedevamo agli intervistati se sarebbero stati disposti a mandare i figli a studiare negli Stati Uniti o se ci sarebbero andati a vivere loro stessi, la maggioranza rispondeva di sì.
Il problema era la percezione dell’operato del Governo americano del tempo, in particolare per quanto riguardava le politiche statunitensi verso l’Iraq settentrionale. Tutti erano dell’idea che fosse meglio prima dell’intervento americano. Anche per i motivi già menzionati: l’intervento americano in Iraq ha rafforzato il movimento separatista curdo del Pkk e la nostra sicurezza nazionale è percepita come direttamente dipendente dalla situazione nella regione sud-orientale del paese. Dopo l’invasione americana, l’Iraq è diventata instabile, il Pkk ha ottenuto maggior libertà di manovra, diventando sostanzialmente un attore politico.
Va poi ricordato che i media turchi sono ultra-nazionalisti. Sonar Cagaptay, un ricercatore al Washington Institute for Near Eastern Policy a Washington D.C., sostiene che, chiunque guardi la televisione turca, diventa automaticamente anti-americano. Una maggioranza di turchi è convinta che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 siano stati organizzati proprio dagli Stati Uniti. I turchi infine pensano anche che il sostegno americano per Israele e le preoccupazioni energetiche degli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda il petrolio, siano gli unici motori della politica americana nella regione. Tutte convinzioni poco razionali e da teoria del complotto, però si tratta di quello che pensa la gente in Turchia.
Cos’è cambiato con Obama?
I turchi hanno una passione non troppo segreta per Barack Obama. Nel 2005, il leader straniero che godeva di maggior rispetto in Turchia era Bashar Assad in Siria, seguito da Gerard Schroeder in Germania. Bush era ultimo, con solo il 9% delle preferenze. Nel 2009, il 40% dei turchi dichiarano di aver fiducia in Barack Obama. Assad rimane al vertice della classifica. C’è davvero grande rispetto per Barack Hussein Obama. E questo è un cambiamento epocale per i turchi. Quando gli stranieri mi domandano come mai, rispondo: “Il suo secondo nome è Hussein”.
Il nome Hussein è davvero un fattore importante?
In qualche modo sì. Non abbiamo posto direttamente questa domanda nei nostri sondaggi, però sono convinto che una maggioranza di turchi pensi che Obama sia musulmano, o che, perlomeno, ci sia una possibilità che lo sia. Per altro, sono anche felici di credere a una retorica del cambiamento. C’è grande apprezzamento per le riforme portate avanti da Obama. In questo paese la gente è affamata di riforme. Avremmo bisogno anche noi di un leader riformista, sincero e gentile. Che sia capace di parlare alla gente. Qui c’è stato un incontro tra lui e dei giovani, che hanno avuto la possibilità di fargli delle domande di persona. Una cosa che non potrebbe mai accadere con i nostri leader. Penso che i turchi amino lo stile di Obama: si sono convinti che arrivi dalle sfere più basse della società, anche se in realtà questo non è vero. La fiducia negli Stati Uniti è ancora bassa, ma c’è molto rispetto per Barack Hussein Obama.
Come vede il futuro della Turchia? E’ possibile che l’Occidente la perda?
Si tratta nuovamente di capire la psicologia turca. Orhan Pamuk, il vincitore del Premio Nobel è molto popolare perché ha avuto successo secondo gli standard occidentali. A noi piacciono i turchi che hanno successo nella competizione con gli occidentali. Vogliamo avere successo come europei.
Allo stesso tempo, siamo sospettosi degli europei. Ci piacciono ma pensiamo che siano sempre lì a cospirare contro di noi. Parliamo sempre della loro mentalità da crociata. Quando una qualsiasi cosa che capita a Bruxelles non ci piace, i nostri titoli di giornale puntano il dito contro “la psicologia da crociata”. Non che i turchi conoscano bene l’epoca delle Crociate, però è così che leggiamo le cose.
Questi due sentimenti, seppur contraddittori, coesistono nella testa delle persone. Per questo l’opinione pubblica turca vacilla continuamente tra pessimismo e ottimismo. L’economia naturalmente è una parte fondamentale di questa equazione: quando gli indicatori economici peggiorano, la gente diventa più pessimista anche rispetto all’Europa, mentre se le cose vanno bene, sono tutti subito ottimisti. D’altra parte la relazione con la Ue influenza concretamente lo stato dell’economia.
Il partner più importante della Turchia è la Germania. La nostra economia è strettamente legata a quella tedesca. Se loro fanno bene, facciamo bene anche noi, se loro falliscono, falliamo anche noi. Non siamo certo così legati agli Stati Uniti o ai paesi del Golfo. Non abbiamo relazioni economiche così proficue nemmeno con la Russia. Al di fuori del petrolio e del gas naturale. Ma, a parte questo, siamo molto più legati all’Unione Europea che a qualsiasi altra realtà.
E’ chiaro, quindi, che qualsiasi governo pragmatico deve investire nella relazione con l’Unione Europea, in particolare in questo momento di crisi economica. Abbiamo bisogno dei loro soldi, del loro turismo, dei loro investimenti. Il Ministro degli Esteri che abbiamo ora è un realista. Sta lavorando per creare attorno alla Turchia un cordone di sicurezza, con una politica che lui chiama di “zero problemi con i vicini”. Così facendo, spera che la Turchia possa utilizzare gli investimenti da sempre andati all’esercito per sviluppare l’economia civile. Nel medio-termine, questo ministro cercherà di fare della Turchia un leader regionale, con un legame particolare con il mondo occidentale. Ma la Turchia non diventerà certo il paese leader del mondo arabo.
Qual è il rapporto con il mondo arabo?
In Turchia la gente non ama gli arabi e nei paesi arabi la gente non ama i turchi. E’ un portato della dominazione turca nella regione. Le nazioni arabe ricordano ancora cosa è successo durante l’Impero Ottomano. E’ vero, da un lato, che gli Arabi apprezzano la leadership del Primo Ministro Erdogan perché ha assunto una posizione forte contro Israele. Ma non si tratta della popolarità della Turchia, bensì solo di quella del suo leader attuale.
Comunque, per tutta una serie di ragioni, la Turchia potrebbe essere un buon modello sia per l’Occidente che per l’Oriente: è un paese musulmano però è parte del sistema economico europeo. E’ anche parte del sistema di difesa occidentale e del sistema democratico occidentale. Può diventare davvero una sintesi importante.
La Turchia, a suo avviso, potrebbe anche facilitare la democratizzazione del Medio Oriente.
Ho scritto un articolo a questo proposito nel 2005, in risposta al politologo Americano Samuel Hungtinton. Hungtinton sosteneva che la Turchia avesse davanti a sé tre possibili percorsi. Diventare parte dell’Unione Europea, cosa secondo lui non impossibile; mirare a essere il paese leader in Medio Oriente (ma anche Hungtinton sa bene che gli arabi non amano i turchi, ragion per cui questo scenario è improbabile). Infine, secondo Hungtinton, la Turchia potrebbe semplicemente rimanere un buon alleato di Stati Uniti e Israele nella regione.
Io ho semplicemente aggiunto che c’è anche una quarta possibilità, ovvero che la Turchia faciliti la democratizzazione degli altri paesi nella regione. Il Medio Oriente non è democratico. L’unica democrazia nella regione è la Turchia, a parte Israele (di cui si può discutere fino a che punto sia davvero una democrazia) e, in qualche modo, l’Iran. Non ci sono altri paesi democratici in tutto il grande Medio Oriente.
La Turchia, invece, sta vivendo oggi un esperimento democratico di successo. E’ vero che abbiamo avuto tre colpi di stato militari nella storia della repubblica, però ora il potere viene trasferito con lo strumento delle elezioni popolari. E’ un buon modello. Inoltre, la Turchia ha una società civile forte. Abbiamo tante organizzazioni non governative attive in settori molto diversi: i diritti delle donne, dei bambini, l’istruzione. Abbiamo accumulato molta esperienza e queste organizzazioni offrono dei modelli buoni per l’estero. Ad esempio, il Mother and Child Education Fund sta portando avanti un bel progetto in Giordania. Tante altre Ong turche, in particolare quelle provenienti dal sud-est del paese, sono attive in Iraq settentrionale.
Fra l’altro, l’economia turca è molto più complessa delle economie degli altri paesi medio-orientali. Per tutte queste ragioni la Turchia può facilitare l’arrivo della democrazia nella regione. Il ruolo di un attore esterno è molto importante nei processi di democratizzazione. Penso ad esempio alla nostra relazione con la Siria, un esempio perfetto di quello di cui parlo. Fino al 1999 eravamo nemici, oggi abbiamo ottime relazioni economiche, diplomatiche e tra le due società. La stessa considerazione vale per l’Iraq settentrionale. Nonostante rimangano problemi politici fra la Turchia e l’Iraq del nord, l’attività economica turca è senza dubbio la componente più importante della vita economica in Iraq settentrionale.
Così forse anche noi possiamo contribuire a portare pace e stabilità nella regione.
Però, anche noi abbiamo bisogno di un’ancora. L’ingresso nell’Unione Europea avrebbe proprio questo senso, aiutarci a portare avanti il processo di democratizzazione interno alla Turchia. Noi da soli non siamo pronti a una simile missione. Non abbiamo una componente progressista nel panorama politico di questo paese. Abbiamo dei musulmani democratici, dei kemalisti democratici, ma non abbiamo i progressisti.
L’eredità lasciataci dalla dominazione dell’esercito è ancora presente, ragion per cui abbiamo bisogno di un aiuto per completare le riforme. I turchi sono, in generale, gente intollerante, con poca fiducia nel prossimo e con un’atteggiamento antagonista verso l’Occidente. Abbiamo bisogno, dunque, di maggior sostegno. Ma questo sostegno non deve arrivare per forza sotto forma di aiuti economici. Si tratta di un progetto sociale. Abbiamo bisogno di spiegare alla nostra gente che essere più tolleranti è vantaggioso.
Qual è il rapporto dell’opinione pubblica turca con il passato militare del paese, quello che il Primo Ministro ha di recente chiamato il “passato fascista” della Turchia?
In realtà quello a cui si riferiva il Primo Ministro Erdogan erano le attitudini turche verso le minoranze etniche, e non tanto le pratiche ordinarie del governo.
Sotto questo aspetto, alcuni ministri del governo sono ancora piuttosto fascisti. Erdogan parlava degli anni Venti e Trenta, quando le minoranze etniche furono espulse dalla Turchia e le loro proprietà espropriate. L’intellighenzia è consapevole di questi avvenimenti, ma la gente normale ignora la questione, che rimane un tabù. Erdogan ne ha parlato per ragioni politiche, non certo perché voglia criticare il passato fascista dello stato turco.
Certo non c’è niente di cui vantarsi. All’interno del sondaggio condotto l’anno scorso in collaborazione con WorldPublicOpinion.org, abbiamo chiesto cosa pensasse la gente della tortura, e abbiamo scoperto che i turchi ne difendono l’uso, come strumento per forzare un terrorista a confessare. Abbiamo una certa tolleranza per meccanismi di fascismo ordinario.
Come ho detto in precedenza, la nostra socializzazione è problematica a partire dai tempi della scuola elementare. Il Ministro dell’Educazione vorrebbe abbandonare la pratica quotidiana che obbliga i ragazzini a giurare fedeltà alla Turchia tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni. Ma anche gente della sinistra ha reagito negativamente a questa proposta.
Adottare un’agenda riformista in Turchia non è facile, perché la gente non riesce a immaginare i vantaggi che ne deriverebbero e, allo stesso tempo, perché quelli che perderebbero in un processo di riforma sono oggi più forti. Occorre far capire alla gente quali benefici possono derivare dalle riforme. Ma non è facile. Ad oggi non siamo riusciti a stabilire una coalizione progressista. In questo senso l’Unione Europea potrebbe aiutare.
Purtroppo di fatto sta facendo il contrario, rendendo l’agenda riformista ancora più impraticabile. Se potessi parlare ai leader dell’Unione Europea, gli direi di smettere di criticare la Turchia e di darci invece delle motivazioni. Abbiamo bisogno del sostegno dell’Unione Europea, non solo al fine di diventarne membri, ma anche per fare della Turchia un paese più democratico.
Cosa si rischia a perdere la Turchia
Istanbul – I negoziati tra Unione Europea e Turchia sull’ingresso di quest’ultima nella UE sembrano arrivati ormai a una impasse di difficile risoluzione. Prima di gettare i remi in barca, vale la pena fare una riflessione su cosa si rischia di perdere, sia in Europa che in Turchia, se le trattative dovessero concludersi in maniera negativa o, perlomeno, rimanere bloccate indeterminatamente.
Secondo studi condotti da Infakto Research Workshop, una società privata di Istanbul che si occupa di ricerca di mercato, una maggioranza di turchi, seppur risicata, continua a desiderare di entrare come paese-membro nell’Unione Europea. Una maggioranza più cospicua, però, si dice pessimista in merito.
La realtà è che alla cosiddetta “fatica da allargamento”, che ha avviluppato l’Unione Europea dai tempi dell’ingresso di Bulgaria e Romania all’inizio del 2007, corrisponde una altrettanto pericolosa “fatica da candidatura” dei turchi, che si sentono umiliati dalle continue critiche provenienti dall’Unione e insultati dalla retorica alla Sarkozy,vissuta non come critica politica, bensì come diffidenza verso la diversa identità culturale e religiosa che caratterizza la Turchia. Fra l’altro, i turchi sono stanchi di vedersi passare davanti tutti i paesi che hanno fatto richiesta ufficiale di entrare nella UE dopo la Turchia. Ad esempio è ora il turno dei Balcani, che sembrano aver già superato Ankara nella corsa verso Bruxelles.
Il risultato è una crescente disillusione popolare, che rischia di mettere a repentaglio quelle riforme di cui la Turchia ha bisogno non solo per entrare in Europa, ma anche per proseguire nel processo di sviluppo e modernizzazione che ha consentito al paese di entrare a far parte del mondo cosiddetto ‘sviluppato’.
Nell’opinione di molti esperti di politica e relazioni internazionali turchi, gli scenari che si potrebbero aprire nel momento in cui la Turchia dovesse abbandonare ogni speranza di diventare paese membro della UE sono sostanzialmente due.
“Se la Turchia arrivasse a considerare gli ostacoli posti dalla UE alla propria candidatura come insormontabili, allora il governo a Ankara potrebbe decidere di trasformare il paese in una potenza regionale indipendente e assertiva, che gode di influenza crescente in Medio Oriente e, magari, del sostengo dell’amministrazione americana, ora che ci sono stati cambiamenti grossi a livello di politica estera statunitense,” pensa Sinan Ulgen, direttore di EDAM, un centro di ricerca economica e politica di Istanbul.
Questo, secondo Ulgen, è semplicemente lo scenario più ottimista. “L’altra possibilità è che un’ondata nazionalista travolga il paese, creando le condizioni per una Turchia più autoritaria e meno democratica ai confini d’Europa, un po’ com’è il caso della Russia”, spiega il direttore di EDAM. Insomma, potremmo avere a che fare un giorno con una versione russificata della Turchia, la quale si rapporta all’Unione Europea non in termini cooperativi, ma in termini antagonistici, e guarda alla relazione bilaterale con un senso di rivalità.
Emre Erdogan, direttore di Infakto Research Workshop, è preoccupato dalla possibilità di un simile sviluppo. Secondo costui, la candidatura della Turchia all’Unione Europea funziona un po’ come un’ancora, un motore di ulteriore democratizzazione nel paese. “Non abbiamo ancora interiorizzato alcuni di questi principi democratici. Non abbiamo una dedizione ideologica a queste problematiche. Non esiste ancora, in Turchia, un elemento davvero liberal che sia rilevante nel panorama politico nazionale. Abbiamo dei musulmani democratici e dei kemalisti democratici (dal partito laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk), ma non abbiamo una sinistra. L’eredità lasciataci dal dominio dell’esercito esiste ancora, ragion per cui abbiamo bisogno di un’ancora esterna che ci spinga a adottare sempre nuove riforme.”
I due scenari, seppur distinti, sono, in realtà, collegati e l’Unione Europea finirebbe per perderci in ogni caso. Se la Turchia dovesse slacciarsi dalla UE per rivolgere le proprie attenzioni verso il Medio Oriente in maniera indipendente dall’Unione, Bruxelles vedrebbe ridurre la propria influenza nella regione, a beneficio degli Stati Uniti se Washington si schierasse realmente dietro al progetto di una Turchia come potenza regionale.
È però prevedibile che la Turchia non riuscirebbe a proiettare l’influenza desiderata sul Medio Oriente nel momento in cui le spalle del paese non fossero più coperte dai negoziati con l’Unione Europea. Non c’è dubbio, infatti, che la rilevanza di Ankara sulla scena regionale e globale sarebbe in qualche modo diminuita da una separazione forzata con Bruxelles. Considerazione questa che rende ancor più probabile la possibilità di un’ondata di nazionalismo, nel momento in cui un popolo che ha ormai ritrovato la propria confidenza di grande paese dovesse d’un tratto sentirsene privato.
Non c’e’ bisogno di dilungarsi su cosa una Turchia autoritaria e anti-democratica in una regione instabile come il grande Medio Oriente potrebbe significare per l’Unione Europea.
Dopo i risultati delle ultime elezioni europee, che hanno visto la vittoria netta in quasi tutto il continente di una destra anti-europeista, è davvero difficile pensare che si possa arrivare a una rapida e positiva risoluzione dei negoziati per l’ammissione della Turchia nella UE. La presidenza dell’Unione ora in mano agli svedesi, da sempre sostenitori dell’ingresso turco, e trattative in corso sulla questione cipriota che potrebbero portare a uno sblocco della situazione in autunno, offrono qualche residua speranza.
Il governo turco, dal canto suo, continua a dichiararsi assolutamente devoto alla causa europea. “L’ingresso nell’Unione come paese membro rimane la nostra prima priorità”, mi ha detto Suat Kiniklioglu, portavoce della Commissione Affari Esteri del Parlamento turco, a Ankara durante un’intervista. Pur confessando l’affaticamento dei turchi nei confronti dei negoziati e le ‘naturali’ difficoltà che si incontrano in un processo così complesso, Kiniklioglu si dice convinto che, “alla fine dei conti, una maggioranza di europei e di turchi sanno che l’ingresso della Turchia nella UE è nell’interesse di entrambe le parti e dunque le trattative avranno successo”.
E l’Europa cosa dice?
Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica