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Cattivi presagi per i democratici e per l’America tutta

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Washington D.C. – Il Senatore democratico dell’Indiana Evan Bayh ha reso pubblica all’inizio di questa settimana la scelta di non ricandidarsi in occasione delle elezioni midterm per il Congresso previste negli Stati Uniti per il prossimo novembre. “La modalità in cui il Congresso funziona oggi mi ha convinto che posso contribuire al mio stato e al mio paese in maniera più efficiente su un palcoscenico più piccolo”, Bayh ha spiegato al Washington Post. “Ci sono degli ideologi al Senato. Ci sono dei politici che credono solo alla politica di partito. La maggioranza è fatta di brava gente, onesta, ma intrappolata in un sistema che fa sì che questa onestà e competenza non si traducano in successi legislativi”.
La perdita di Bayh, accompagnata da questa critica risonante al funzionamento della macchina politica americana, manda l’ennesimo segnale negativo alla Casa Bianca del Presidente Obama. Innanzitutto, essendo quella di Bayh solo l’ultima di una serie di defezioni importanti (un mese fa all’incirca, i Senatori Christopher Dodd del Connecticut and Byron Dorgan del North Dakota, che avrebbero dovuto affrontare campagne elettorali per la rielezione particolarmente difficili, hanno annunciato il proprio pensionamento volontario), l’umore già pessimo diffusosi tra i rappresentanti e gli attivisti del Partito Democratico da qualche mese a questa parte rischia di peggiorare ulteriormente. Inoltre, nel caso di Bayh in particolare, il seggio che è stato ora rimesso in gioco, sarebbe molto probabilmente rimasto democratico, il che significa che una previsione sull’esito delle elezioni midterm diventa ogni giorno più difficile. Infine, la motivazione data da Bayh della propria scelta, ovvero che il Congresso è ormai talmente segnato da una politica di trincea che è impossibile praticarne una di dialogo, è troppo facilmente interpretabile come una critica proprio verso Obama, che ha fatto della mediazione una missione centrale della propria presidenza.
Comprensibilmente, i Repubblicani fanno festa, ritrovata finalmente un po’ di fiducia dopo un paio di anni davvero disastrosi sia a livello elettorale che politico. Presi da un ottimismo forse eccessivo, in molti discutono addirittura della possibilità di riconquistare la maggioranza al Senato nelle elezioni di novembre. Per fortuna del Presidente Obama, si tratta questa di una missione molto difficile, per quanto non impossibile.
Al momento i Democratici detengono 59 seggi al Senato contro i 41 dei Repubblicani. Considerato che, in caso si raggiungesse la parità a 50-50, la Costituzione americana prevede che sia il Vice-Presidente Joe Biden, democratico, ad avere il voto decisivo, per conquistare realmente il Senato, i Repubblicani hanno bisogno di dieci nuovi seggi.
Otto seggi che sono oggi democratici potrebbero, teoricamente, passare di mano nelle midterm: Arkansas, Colorado, Delaware, Illinois, Indiana, Nevada, North Dakota e Pennsylvania. Nell’analisi del New York Times, North Dakota, Delaware e Indiana sembrano probabili, gli altri possibili. Dovesse il partito dell’elefante vincere davvero tutti questi otto seggi, gli mancherebbero sempre altri due voti. Ora, non va escluso che i Repubblicani possano improvvisamente contare sul voto del Senatore del Connecticut Joe Lieberman, ex-Democratico e oggi Indipendente, che si prevede possa cambiare nuovamente affiliazione politica in caso di una clamorosa vittoria repubblicana.
Anche contato Lieberman, il decimo e ultimo seggio dovrebbe arrivare, per il Partito Repubblicano, da uno tra California, Connecticut, New York, Washington e Wisconsin, tutti stati in cui la destra americana ha storicamente grosse difficoltà.
Bisogna inoltre considerare che altri sette seggi, ora in mano repubblicana, saranno in palio a novembre. In quattro di questi, Kentucky, Missouri, New Hampshire e Ohio, i democratici hanno senz’altro delle speranze di vittoria.
In sostanza, per quanto possibile, la corsa a una maggioranza repubblicana al Senato non è affatto scontata. “Un’analisi dettagliata della cartina politica degli Stati Uniti”, scrive il New York Times, “suggerisce che il compito di riconquistare il Senato è impegnativo per i Repubblicani, i quali, per riuscire nell’impresa, hanno bisogno che la cattiva sorte dei Democratici continui ininterrotta fino a novembre, e che la propria performance elettorale risulti, alla fine dei conti, assolutamente perfetta”.
Il segnale lanciato dal prematuro pensionamento di Evan Bayh rimane comunque molto preoccupante sia per i Democratici che per la politica americana in generale, sempre più dominata da una visione strettamente di partito, con sia la destra che la sinistra arroccate su posizioni di principio difficilmente riconciliabili.
La Senatrice repubblicana moderata Susan Collins del Maine, ha dichiarato al Washington Post: “È un brutto segno, la perdita di una persona del calibro di Evan  (Bayh) dice davvero tanto a proposito della frustrazione sentita dalla gente rispetto a come funziona il Senato e rispetto alla nostra incapacità di lavorare in maniera bipartisan”.
Alcuni temono che questa tensione politica sia pericolosamente vicina al punto di rottura. Il debito pubblico americano sta raggiungendo livelli davvero preoccupanti, per l’economia a stelle e strisce così come per quella mondiale (nessuno si può permettere che gli Stati Uniti diventino insolventi): eppure, il Congresso si è rivelato fin qui incapace di trovare un compromesso persino su una misura così urgente come quella sul controllo del debito. Democratici e Repubblicani preferiscono addossarsi reciprocamente le responsabilità di questa difficile situazione in vista delle elezioni di novembre, cercano, per quanto possibile, di evitare una politica fiscale di tagli alla spesa pubblica e di innalzamento del carico fiscale, perché, seppur necessaria, è assolutamente controproducente a livello elettorale, e, nel caso del Partito Repubblicano, è ormai chiaro che la strategia scelta per arrivare in vantaggio alle midterm è quella di una opposizione strenua e cieca, che dice di no a qualsiasi proposta, sensata o meno, che arrivi dal Presidente o dai colleghi democratici.
“Un tempo ero convinto che una crisi finanziaria globale avrebbe costretto entrambi i partiti a collaborare,” ha dichiarato al New York Times G. William Hoagland, che fu consigliere per la politica fiscale repubblicana al Senato, “ma ora che ne abbiamo una (di crisi), mi chiedo invece se ci siano speranze che questo paese possa ancora essere governato”.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

febbraio 19, 2010 alle 5:31 pm

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Haiti – Le disuguaglianze sopravvivono intatte al terremoto

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A colpo d’occhio, la devastazione capillare causata da un terremoto della magnitudine di quello che ha colpito Haiti il 12 gennaio scorso, farebbe pensare, ingenuamente, che l’agire di madre natura abbia un ché di democratico. La terra che trema, i palazzi che crollano come birilli, un sisma di tali dimensioni si trascina dietro ogni cosa, distrugge tutto quello che incontra, senza fare differenze; vecchi e giovani, uomini e donne, ricchi e poveri. Invece, questo è vero solo in parte. Come già l’uragano Katrina ci ha insegnato nel 2005 a New Orleans, l’unica realtà che neanche un disastro naturale di questa portata è in grado di rovesciare, è quella socio-economica. Al contrario, è assai probabile che, a Haiti, la già enorme distanza tra ricchi e poveri non solo persisterà, ma che, grazie proprio al terremoto, avrà modo di crescere ancora.
Con questo non si vuole insinuare che lo shock del terremoto, la perdita di amici e parenti, e la difficoltà di sopravvivere a Port-au-Prince nei giorni subito successivi al sisma, non siano stati condivisi egualmente da tutta la popolazione haitiana, indipendentemente dallo status socio-economico dei singoli individui. Ma è bastato appena qualche giorno perché il gap tra i ricchi e i poveri, che da secoli attanaglia questo paese poverissimo impedendone lo sviluppo, ritornasse ben visibile. Tra le macerie della devastazione post-terremoto, la differenza tra un portafoglio pieno e un portafoglio vuoto è quanto mai cruciale, visto che equivale a quella tra mangiare tre pasti al giorno oppure niente di niente.
Tutto comincia con la qualità dei materiali usati per la costruzione degli edifici. A Port-au-Prince, tante delle abitazioni costruite nei quartieri residenziali benestanti, per quanto gravemente danneggiate, sono rimaste in piedi. Al contrario, i monolocali in cemento-misto-sabbia ammassati nei quartieri popolari si sono letteralmente dissolti sotto la spinta del terremoto, ridotti a meno di macerie, semplici cumuli di polvere.
Chi, prima del terremoto, aveva poco, ha perso tutto. Chi aveva molto, ha senz’altro perso molto, ma altro rimane e si può ricominciare, per lo più altrove.
Quei pochi le cui attività commerciali sono sopravvissute, possono tornare al lavoro, persino approfittare dei prezzi in crescita. Un numero sorprendente di supermercati eleganti hanno riaperto in Petionville, un sobborgo bene sulle colline sovrastanti Port-au-Prince, a solo una settimana dal terremoto. Con le scansie fornite di ogni genere di prodotti, al Big Star Market, ad esempio, i clienti si aggiravano tra verdure fresche, carni, formaggi francesi, liquori, e confezioni di cioccolato a forma di cuore in vista di San Valentino, mentre il resto della città continuava a scavare tra le macerie per recuperare e bruciare i cadaveri ancora intrappolati.
Fortunati anche quei giovani che, selezionati tra i meglio istruiti, spesso cresciuti in America, che parlano le lingue straniere, hanno potuto approfittare delle nuove opportunità professionali createsi all’improvviso dopo il terremoto. Tanti di loro sono stati assunti come traduttori dalle organizzazioni non-governative straniere e dai media internazionali. Nelle ultime quattro settimane, questi ragazzi hanno guadagnato tra i 100 e i 200 dollari americani al giorno, in un paese in cui il reddito pro-capite era calcolato, prima del terremoto, sui 1300 dollari l’anno.
I figli dell’alta borghesia, intanto, sono stati immediatamente spediti all’estero dalle proprie famiglie, affinché possano continuare i propri studi nei licei francesi di Santo Domingo e della Florida, senza interruzione. Ai ragazzi che rimangono, invece, con circa il 97% delle scuole di Port-au-Prince gravemente danneggiato, se non distrutto, ci vorrano mesi, forse anni, prima di tornare a scuola.
E non sono solo i bambini a partire. Nei quartieri residenziali arroccati in cima alle colline sopra Port-au-Prince non si incontra anima viva. Solo gli inservienti dei ricchi padroni già volati all’estero rimangono, a fare la guardia alle ville fortezza, circondate da mura alte una decina di metri perché i poveri non possano nemmeno guardarle, e costruite con fondi sospetti (traffico di droga, corruzione) da quella che è stata soprannominata MRE, most repugnant elite, ovvero l’elite più ripugnante che ci si possa immaginare.
Oltre ai ricchissimi, tanti piccoli imprenditori e commercianti vogliono andarsene. Quelli che si possono permettere un biglietto dell’autobus da circa 80 dollari, fanno ore di fila all’ingresso di Caribe Tours, un’agenzia di viaggio specializzata in pullman diretti verso la Repubblica Dominicana. Prima del terremoto, raccontano i proprietari, partiva un bus al giorno con trenta persone a bordo. Dal 12 gennaio il numero è praticamente quintuplicato, con la gente che si mette in coda tutt’intorno all’isolato fino dalle prime ore del mattino. Vanno a ruba i biglietti di sola andata.
A tutti quelli che rimangono, e che avevano poco prima del terremoto, non rimane altra scelta che aggiungersi alla già interminabile lista di Haitiani che dipendono interamente dagli aiuti umanitari provenienti dall’estero. Senza dimora e senza denaro, sparsi nelle tendopoli approssimative sorte in ogni angolo della città, costoro continuano a avere difficoltà nel procurarsi del cibo, a un mese dal sisma. Con la devastante stagione delle piogge e degli uragani tipica di Haiti che si avvicina pericolosamente, le centinaia di migliaia di senza tetto che ancora trovano rifugio sotto tende fatte di lenzuola, attendono ora che la città si trasformi in un’enorme fogna a cielo aperto.
All’inizio del millennio, Haiti aveva un coefficiente GINI (che misura la disuguaglianza economica all’interno del paese) di 59.2, l’ottavo peggior paese al mondo. Il terremoto del 12 gennaio ha sconquassato questa piccola nazione caraibica, radendo al suolo la popolosissima capitale. I morti si contano in centinaia di migliaia, e così i feriti, per non parlare degli orfani e dei dispersi. Milioni di persone hanno perso casa, lavoro, famiglia: quasi nulla è sopravvissuto al sisma. Eppure, le disuguaglianze socio-economiche che già impestavano il paese, paiono esserne uscite intatte, pronte anzi a rafforzarsi.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

febbraio 12, 2010 alle 5:26 pm

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Haiti – La vita fatica a riprendere nel quartiere di Fort National

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Port-au-Prince, Haiti – Sono passate oltre due settimane da quando il terremoto di magnitudo 7,3 ha colpito la capitale haitiana Port-au-Prince il 12 gennaio scorso devastando la città e tutta la regione circostante. Nonostante non si faccia che parlare del grande sforzo umanitario della comunità internazionale per portare sollievo alle vittime del terremoto, con la distribuzione di acqua potabile, cibo e tende, alcuni dei quartieri più danneggiati della capitale non hanno ancora ricevuto nemmeno una bottiglia d’acqua.
“Qui non è cambiato nulla dal giorno dopo il terremoto”, racconta Janette Prince, una residente del quartiere Fort National. Nel terremoto, Prince ha perso entrambi i genitori, il più giovane dei quattro figli, la casa, e anche il lavoro. Prima del 12 gennaio, infatti, Prince lavorava come segretaria alla stazione di polizia del Forte, rasa al suolo dal terremoto. Gli occhi di Prince sono rossi e socchiusi, a causa delle lacrime e della mancanza di sonno. “Non è ancora venuto nessuno qui, non abbiamo visto né acqua, né cibo, né dottori, niente”, dice Prince.
La vista su Fort National è post-nucleare. Più che devastazione post-terremoto, sembra che qualcuno abbia appena sganciato una bomba atomica sul quartiere.
Un’area povera e densamente abitata, fatta di case in cemento da una stanza e un piano, Fort National consiste di un labirinto di strade strette che si arrampicano fino in cima alla collina. Prima del terremoto, questa zona di Port-au-Prince era conosciuta per le rivolte politiche che scoppiavano a intervalli regolari in risposta alla sempre instabile storia politica di Haiti. Questa, probabilmente, è una delle ragioni per cui in pochi hanno scelto di avventurarsi da queste parti per aiutare le vittime del terremoto.
Ora, il quartiere giace in rovine, con macerie e rifiuti accatastati su entrambi i lati della strada principale. Dalla cima della collina, attraverso le rovine, si può guardare verso il fondovalle, fino al mare. Il terremoto ha innescato una sorta di effetto domino che ha fatto sì che gli edifici crollassero uno sull’altro, creando una valanga di macerie che ha seppellito tutto il fianco della collina.
“Non sono nemmeno venuti a prendere i cadaveri”, aggiunge Lucia Desir, la cui figlia è ancora sepolta sotto le macerie che un tempo furono la casa di famiglia. Guidati dall’odore acre e al contempo dolciastro dei cadaveri, i residenti del quartiere, esausti sia dal punto di vista fisico che emotivo, passano le loro giornate a scavare tra le macerie per tirare fuori quei corpi che riescono a raggiungere. Poi li cremano sul posto, tra una rovina e l’altra. “A questo punto, non si tratta più solo di un problema di questo quartiere”, inveisce Moristil Roger, “le cose possono facilmente degenerare, e trasformarsi in una minaccia alla salute dell’intera città”. Proprio in quel momento, due ragazzi passano accanto a Roger, diretti verso il proprio campo profughi. Sono venuti a Fort National per trovare, e seppellire, i due genitori.
Fort National dista circa un chilometro da Champs de Mars, cuore di Port-au-Prince, il quartiere che ospitava il palazzo presidenziale e i ministeri e che ora invece si è trasformato in una tendopoli provvisoria e puzzolente per migliaia di persone rimaste senza casa dopo il terremoto.  Nonostante la vicinanza al centro città, però, quel po’ di aiuti internazionali arrivati a Champs de Mars non hanno ancora raggiunto Fort National. Alcuni dei residenti del quartiere fanno la strada a piedi fin giù alla ricerca di acqua potabile, ma la gente di qui ha disperato bisogno di molto altro. Il cibo scarseggia e, visto che il quartiere è completamente devastato, non c’è una toilette funzionante in tutta la zona.
“Alcuni di noi si sono trasferiti a Champs de Mars dopo il terremoto”, spiega Janette Prince, “ma è talmente fitto laggiù, se un po’ di aiuti arrivassero fin qui a Fort National, quelli che se ne sono andati tornerebbero”. Quelli che hanno scelto di rimanere, come ad esempio Prince, sono preoccupati di quello che potrebbe accadere se abbassassero la guardia. Tutto ciò che possiedono è ancora sotto le macerie, e per quanto poco sia sopravvissuto al terremoto, sono terrorizzati che bande di ladri vengano a scavare tra le rovine per portarsi via anche quello.
C’è tanta disperazione negli occhi dei residenti di Fort National sopravvissuti al terremoto. Nonostante abbiano sentito parlare dei piani del governo di spostare i senza tetto in nuovi accampamenti permanenti fuori città, non sono convinti che questi programmi li riguardino.
In generale, la fiducia nel governo centrale e nei pubblici officiali sta svanendo velocemente. “Alcune organizzazioni internazionali ci avevano portato delle tende grandi e nuove”, dice Pierre Richard Vilmeus, un residente di Fort National spostatosi a Champs de Mars dopo che la propria abitazione è stata distrutta dal terremoto, “ma la polizia è venuta e si è presa le tende”.
Quando si chiede loro di guardare avanti e riflettere sul lungo-periodo, i residenti di Fort National non sanno cosa rispondere. Nessuno sembra in grado di pensare al futuro. Sono le scosse di assestamento che continuano a sentirsi quotidianamente a terrorizzarli. “Abbiamo paura dell’arrivo di altri terremoti”, dice Janette Prince, prima di ritornare a sedersi sulle proprie macerie in attesa di un’altra notte insonne passata all’aperto.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

gennaio 29, 2010 alle 5:24 pm

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Rivoluzione a Boston

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La vittoria di Scott Brown, giovane politico repubblicano, nell’elezione straordinaria tenutasi in Massachusetts martedì per scegliere il successore del Senatore democratico Ted Kennedy, scomparso la scorsa estate, sorprende gli Stati Uniti e dimostra che, ancora oggi, lo slogan che nel novembre 2008 portò alla vittoria di Barack Obama, ovvero “Change” (cambiamento), rimane la parola chiave della politica americana. Con il Partito Democratico che controlla Casa Bianca, Camera e Senato, i ruoli si sono però invertiti.
In questi giorni si sprecano in America le analisi del voto in Massachusetts, tradizionale roccaforte democratica dove il seggio di Ted Kennedy era nelle mani del partito dell’asinello dal 1952. Si tratta, fondamentalmente, di un voto di protesta, l’ennesima dimostrazione che l’insoddisfazione del popolo americano rispetto alla crisi economica, quella frustrazione politica che ha portato il Presidente Obama alla vittoria nel 2008, permane, con l’economia che fatica a riprendersi e la disoccupazione che non accenna a diminuire. Lo stesso Presidente ha così interpretato il voto, dichiarando al network televisivo ABC: “Questa è la mia impressione del voto in Massachusetts, e dell’umore del paese – la tendenza che ha portato Scott Brown alla vittoria, è  la stessa che aveva portato anche me alla vittoria. La gente è arrabbiata e frustrata. Non solo per quello che è avvenuto nell’ultimo anno, ma anche per quello che è successo negli ultimi otto anni”.
Questo è  stato il tentativo del Presidente di spiegare un voto difficile da digerire, riportando l’attenzione sugli insuccessi del proprio predecessore George W. Bush nella speranza di alleggerire almeno un po’ la propria responsabilità per la sconfitta.
Quali siano le cause dell’improbabile vittoria repubblicana in Massachusetts, (una pessima candidata democratica che ha condotto una campagna elettorale priva di entusiasmo, un candidato repubblicano perfetto per l’occasione, l’insoddisfazione diffusa tra i cittadini americani), l’unica cosa certa è che l’elezione di Scott Brown al Senato avrà un impatto decisivo nella politica americana, dato che priva i Democratici della maggioranza di sessanta voti che è necessaria a approvare le proposte di legge più importanti senza aver bisogno di nemmeno un voto repubblicano.
Nell’immediato, la preoccupazione principale del Partito Democratico è il futuro della riforma sanitaria, improvvisamente a rischio. La Camera e il Senato hanno entrambi approvato, nel 2009, una propria versione della riforma. Ora, la leadership del Congresso ha l’incarico di integrare le due proposte di legge in un unico testo da mandare al Presidente per la firma finale. Il voto, evidentemente contrario, di Scott Brown, il quarantunesimo repubblicano al Senato, potrebbe però bloccare il processo legislativo indefinitamente.
La Presidente della Camera Nancy Pelosi aveva dichiarato, prima di conoscere i risultati dell’elezione in Massachusetts, che indipendentemente da chi fosse risultato vincitore, la riforma sanitaria sarebbe stata approvata. A questo punto, i Democratici hanno a propria disposizione un numero limitato di strategie. Se la Camera, ad esempio, decidesse di fare propria la proposta di riforma passata dal Senato, senza richiedere nessuna modifica, nonostante le differenze sostanziali che vi sono fra le due versioni originali, allora il testo di legge andrebbe direttamente al Presidente Obama. Altrimenti, la Camera potrebbe richiedere qualche aggiustamento solo per quanto riguarda gli aspetti prettamente fiscali della proposta di legge del Senato. Il testo tornerebbe così al Senato per una nuova approvazione, ma necessiterebbe solo di una maggioranza semplice e non dei sessanta voti altrimenti richiesti e che i Democratici non controllano più. Infine, la leadership del Congresso potrebbe spingere il Senato a rivotare nei prossimi giorni, prima che Scott Brown prenda regolarmente parte alle attività del Congresso. La legge elettorale del Massachusetts, infatti, prevede almeno quindici giorni fra la data di un’elezione e l’insediamento del vincitore (un arco di tempo ritenuto necessario a contare anche tutti i voti che arrivano per posta). Una strategia di questo genere però risulterebbe arrogante, e, fin qui, il Partito Democratico, a partire dalla Casa Bianca, non pare interessato.
Il problema principale rimane non tanto il gioco delle strategie quando l’indicazione politica uscita dalle urne del Massachusetts, dove gli elettori si sono espressi in maniera critica rispetto all’Amministrazione Obama e alle scelte di spesa pubblica e incremento del carico fiscale perseguite dal governo. In generale, la vittoria di Scott Brown è stata interpretata come un voto contrario alla riforma sanitaria, anche se il legame tra le due cose non è  poi così chiaro, considerato che il Massachusetts è stato il primo Stato dell’Unione a creare, nel 2006, un sistema di copertura sanitaria universale (una legge passata quando il repubblicano Mitt Romney era governatore dello stato).
Fatto è che, in particolare i senatori e i deputati democratici più moderati che competono in distretti elettorali conservatori, potrebbero spaventarsi e decidere di fare un passo indietro sulla riforma sanitaria in risposta al risultato in Massachusetts. Così potrebbe capitare ai repubblicani moderati, per esempio Olympia J. Snowe e Susan Collins del Maine. Se già avevano avuto difficoltà a votare per la riforma, è improbabile che il risultato del voto in Massachusetts dia loro nuovi stimoli a sostenere la proposta di legge.
Le cose non si sono certo messe per il meglio per l’Amministrazione Obama. Il Presidente, conscio delle difficoltà che lo attendono, si è già dichiarato disponibile a rivedere la riforma, trasformandola in un testo di legge assai meno ambizioso che, almeno, contribuisca a tagliare i costi. In sostanza, qualsiasi cosa va bene pur di far passare una qualche legge che si possa chiamare riforma sanitaria, dopo aver fatto di questo tema la chiave del proprio governo.
Intanto c’è già chi festeggia per il fallimento della riforma. Martedì, quando si è cominciata a percepire la possibilità di una vittoria repubblicana, i titoli delle grandi aziende farmaceutiche a Wall Street sono saliti vertiginosamente, con gli investitori certi che la vittoria di Brown avrebbe portato alla fine della riforma sanitaria proteggendo così gli introiti dell’industria.
In realtà, la riforma sanitaria ha ancora qualche possibilità di farcela. Ma potrebbe diventare l’ultimo progetto portato a termine dall’Amministrazione Obama. L’ingresso di Scott Brown al Senato potrebbe rivelarsi come un ostacolo ancor più insormontabile nel lungo periodo. Bisogna, ad esempio, prepararsi alla possibilità che altre proposte di legge fortemente volute dalla Casa Bianca, quale quella sul cambiamento climatico e quella sulla legge sull’immigrazione, non vedano mai la luce.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

gennaio 22, 2010 alle 5:21 pm

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La rivoluzione silenziosa di Obama

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Washington D.C. – Con la nomina di Sonia Sotomayor alla Corte Suprema, il Presidente americano Barack Obama continua nell’opera silenziosa ma innarrestabile di sconvolgimento delle relazioni razziali negli Stati Uniti, e, in questo caso, anche di quelle tra i sessi, scegliendo la prima donna di origini ispaniche, e la terza donna in assoluto, per la più alta carica che un giudice americano possa rivestire. Obama torna così, ancora una volta, sul valore insostituibile dell’American dream, di cui Sotomayor è prodotto emblematico, proprio come il presidente.

Nata e cresciuta nelle case popolari del Bronx, orfana di padre a soli 9 anni, Sotomayor è arrivata per merito e determinazione alla laurea a Princeton e al diploma per l’avvocatura a Yale, nomi prestigiosi che l’hanno lanciata in una carriera variegata e di grande successo fino all’incarico alla Corte Federale di Appello del Secondo Distretto di New York e ora, se sarà capace di ottenere l’approvazione del Senato, alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Sotomayor, senz’altro più progressista che conservatrice, non è però per nulla una rivoluzionaria a livello di filosofia legale, ed è stata a lungo considerata un giudice di tendenze centriste. Tale combinazione tra una storia personale eccezionale e di grande valore simbolico e una carriera fatta di rigore e moderazione, fanno di Sotomayor l’incarnazione perfetta della politica di Obama, che, in ogni decisione, ricerca il cambiamento solo se può essere portato avanti a mezzo di una lenta progressione. Bisogna riconoscere al presidente il fatto che questa strategia gli ha fin qui consentito di far accettare agli americani novità politiche epocali, a partire dalla candidatura stessa di Obama alla presidenza degli Stati Uniti, come fossero cose quasi normali.

Così, mentre a livello simbolico Sotomayor rappresenta un punto di rottura con la struttura tradizionale della Corte Suprema, se si guarda più attentamente al complesso della sua carriera, alle decisioni prese nei tanti anni passati in tribunale, viene da pensare piuttosto che Sotomayor finirà per offrire una certa continuità con l’attività di David H. Souter, il giudice che ha appena annunciato le proprie dimissioni e che Sotomayor dovrebbe sostitutire.

Così come quella di Souter, la filosofia legale e costituzionale di Sotomayor si è contraddistinta negli anni per la competenza mostrata, per la conoscenza profonda della lettera della legge e del patrimonio di precendenti legali. Non certo per via di una visione unitaria e comprensiva del significato e del valore della Costituzione. E, come Souter, anche Sotomayor non viene descritta come una raffinata scrittice di sentenze dai toni lirici destinate a essere citate negli anni a venire, ma piuttosto come una seria e rigorosa conoscitrice dei testi e delle loro mille sfumature.

Durante la propria lunga carriera, il giudice di origine ispanica non si è mai trovata a dover decidere di aborto, o diritti dei gay, o di altre grandi tematiche del genere. In un suo profilo pubblicato da Business Week, viene sottolineata la reputazione centrista di Sotomayor nei casi di diritto del lavoro e commerciale. Mentre pare scontato che, su questioni sociali, Sotomayor si allineerà con i giudici più liberal della Corte Suprema, è probabile che, per il resto, Sotomayor non provocherà grandi scossoni.

Non è un caso che sia stato un presidente repubblicano, George H.W. Bush, a nominarla al primo incarico federale nel 1991, alla Corte Federale del Distretto Meridionale di New York (fu poi Bill Clinton a promuoverla all’incarico attuale).
L’ala conservatrice del movimento repubblicano si è comunque già mobilitata per convincere  i rappresentanti del partito al Senato, e in particolare alla Commissione Giustizia incaricata di decidere o meno se approvare la nomina di Sotomayor, ad opporsi. Al di là di questo, però, la caratteristica moderazione professionale dovrebbero consentire alla prima donna ispanica di superare l’ostacolo Congresso con una certa facilità, fatto, a ben pensarci, straordinario.

Dal canto suo la Casa Bianca non sta certo con le mani in mano e ha già lanciato una campagna massiccia di pubbliche relazioni in favore di Sotomayor. Appena un giorno dopo essere stata presentata alla nazione dal Presidente Obama, il giudice aveva già parlato, di persona e al telefono, con il capo del Partito Democratico al Senato, il Senatore Harry Reid (Nevada), con il capo dei repubblicani Senatore Mitch McConnell (Kentucky), con il Presidente della Commissione Giustizia Sen. Patrick Leahy (Vermont) e con il repubblicano di più alto rango in commissione, Sen. Jeff Session (Alabama).

In ogni caso, sostiene E.J. Dionne Jr. sul Washington Post, “sarebbe sciocco per i repubblicani respingere la candidatura di Sotomayor, che, per quanto li riguarda, è la scelta migliore che Obama potesse fare.”

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

maggio 29, 2009 alle 11:01 am

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