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Archive for the ‘Turchia’ Category

Il mondo secondo Wikileaks

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Washington D.C. – Dopo aver reso pubblici, negli ultimi mesi, centinaia di migliaia di documenti segreti relativi alle operazioni militari americane in Iraq e Afghanistan, Wikileaks, un’organizzazione indipendente dedicata allo smascheramento della cattiva condotta di governi e corporation attraverso la pubblicazione di documenti riservati ottenuti da fonti anonime, ha cominciato domenica sera a postare sul proprio sito web oltre 250.000 epistole diplomatiche, i cosiddetti cable, scritte da ufficiali americani sparsi tra Washington D.C. e il resto del mondo.

Tra le rivelazioni più interessanti emerse fin qui (la quantità di file è tale che ci vorranno settimane, se non mesi, per arrivare in fondo): L’uso dei diplomatici come spie, ordinato da Hillary Clinton nel 2009 sulla scia di direttive simili iniziate da Condoleezza Rice, al fine di raccogliere informazioni personali e private, quali ad esempio i numeri delle carte di credito, di politici stranieri, all’estero e persino alle Nazioni Unite, in violazione di un trattato internazionale del 1946; La guerra segreta contro il terrorismo in Yemen, portata avanti grazie a missili americani, ma di cui si è, fin qui, assunto tutte le responsabilità il governo yemenita, per paura di apparire come una marionetta nelle mani di Washington; il trasferimento di  19 missili, con un raggio fino a 2000 miglia, dalla Corea del Nord all’Iran; l’insistenza dei Sauditi affinché gli Stati Uniti procedessero con un attacco militare contro i vicini iraniani; l’incapacità degli Americani di convincere il Pakistan a consegnargli dell’uranio che si teme potrebbe finire nelle mani dei terroristi islamici; la corruzione endemica in una serie di paesi, in particolare Afghanistan e Russia, con cui gli americani intrattengono relazioni diplomatiche quotidiane, in particolare l’ammissione che Ahmed Wali Karzai, fratello del Presidente Hamid Karzai, è un rinomato trafficante di droga.

Oltre a svelare questi dettagli fin qui nascosti della diplomazia internazionale, i documenti di cui Wikileaks è entrata in possesso grazie, in particolare, all’intraprendenza di Bradley Manning, ventiduenne specialista di intelligence per l’esercito americano che, durante un periodo di lavoro svolto in Iraq, avrebbe trasferito sul proprio computer personale gran parte dei file fin qui pubblicati, fanno luce sulle abitudini stravaganti, compromettenti e spesso inquietanti dei leader politici mondiali, quali Muammar Gaddafi in Libia (sempre accompagnato da una “infermiera” descritta come una “voluttuosa ucraina”), Robert Mugabe in Zimbabwe (“profondamente ignorante di questioni economiche ma convinto che i suoi 18 dottorati gli consentano di sospendere le leggi dell’economia”) e Gurbanguly Berdimuhamedov in Turkmenistan (che avrebbe licenziato un membro della propria scorta come punizione per non essersi accorto che un gatto, attraversando la strada davanti all’automobile del presidente, avrebbe attentato alla sua vita). Naturalmente, i cable fanno anche trasparire l’opinione candida condivisa dai diplomatici americani a proposito degli alleati europei (Angela Merkel è “poco creativa”, Nicolas Sarkozy è “permaloso” e Silvio Berlusconi è “vano, inefficacie”, affaticato dalle troppe feste e, sostanzialmente, il portavoce europeo del Primo Ministro russo Vladimir Putin).

L’insieme di queste rivelazioni ha provocato costernazione in mezzo mondo, offeso una serie di leader internazionali e attratto una reazione molto negativa contro Wikileaks, ancor più che contro i retroscena oscuri della diplomazia moderna che l’organizzazione fondata e diretta dall’australiano Julian Assange ha contribuito a palesare.

Se i media internazionali, dall’Italia al Pakistan, si sono gettati con entusiasmo sui file Wikileaks, attaccando con durezza i leader delle rispettive nazioni per gli sconcertanti comportamenti svelati dai cable, la classe politica internazionale ha avuto una reazione mista, in parte schierandosi al fianco di una amministrazione statunitense profondamente offesa e in parte non nascondendo la propria indignazione rispetto all’arroganza della diplomazia americana. Il Ministro del Budget Francois Baroin ha dichiarato, lunedì, che la Francia è “molto solidale con l’amministrazione americana”. E il Primo Ministro Berlusconi ha, naturalmente, ascritto le rivelazioni alla militanza dei giornali di sinistra. In Germania, invece, Ruprecht Polenz, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha dichiarato: “I partner degli Stati Uniti presumono che le cose che vengono discusse con gli alleati più stretti rimangono confidenziali. Questa vicenda ha sollevato qualche dubbio in proposito e sarà compito degli Americani risolvere la situazione”. E il Primo Ministro russo Putin in un’intervista con Larry King su CNN, pur definendo la fuga di notizie “non una catastrofe” ha, però, invitato gli americani a “non interferire con le scelte sovrane del popolo russo”.

Negli Stati Uniti, la reazione alla pubblicazione dei file Wikileaks è stata sostanzialmente di unanime condanna, da parte di governo, politici dell’opposizione e persino dei media, delle attività dell’organizzazione di Assange. Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la mossa di Wikileaks “un attacco contro la comunità internazionale, le alleanze e le partnership, le convenzioni e i negoziati che proteggono la sicurezza globale e promuovono la prosperità economica”. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha aggiunto: “Si può senz’altro dire che il presidente è, come minimo, non soddisfatto della pubblicazione di queste informazioni […] Rubare documenti classificati e disseminarli pubblicamente è un crimine”. Il Procuratore Generale Eric Holder ha dichiarato che il Ministero della Giustizia americano ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per verificare se sia possibile procedere contro Julian Assange e Wikileaks.

Ancor più dura la reazione della destra americana, in particolare dei potenziali candidati repubblicani alle elezioni presidenziali del 2012, tra i quali molti vogliono veder condannati a morte i responsabili della fuga di notizie. Sarah Palin ha chiamato Assange “un agente anti-americano con le mani sporche di sangue”, e si chiede “per quale ragione non è stato ricercato con la stessa urgenza con cui ricerchiamo al Qaeda e i leader talebani?” Mike Huckabee ha detto, con riferimento al soldato Manning, che “chiunque all’interno del governo abbia disseminato queste informazioni è colpevole di alto tradimento e qualsiasi punizione più lieve dell’esecuzione sarebbe troppo generosa”. Infine Newt Gingrich, senza sostenere l’ipotesi della pena di morte per Assange, ha comunque dichiarato: “Il tizio di Wikileaks dovrebbe passare il resto della vita in galera; È un nemico degli Stati Uniti […] dovremmo trattarlo come un nemico combattente”.

Se le reazioni del governo americano e dell’opposizione repubblicana sono sorprendenti fino a un certo punto, lo sono assai di più quelle dei media, non solo e non tanto dei blogger di destra, ma anche dei commentatori che riempiono le pagine dei principali quotidiani e settimanali americani. Marc Thiessen sul Washington Post, Jonah Goldberg sul Chicago Tribune, Joe Klein su TIME, editoriali sul Wall Street Journal e sul New York Sun sono tutti d’accordo che Assange, definito su una scala che va da “provocatore” a “nemico combattente”, vada in qualche modo perseguito legalmente, messo in galera, messo a morte. Wolf Blitzer su CNN non si capacita che il governo americano non sia capace di mantenere i propri segreti e pretende che vengano immediatamente adottate misure più efficaci affinché il pubblico, e giornalisti come lui, non vengano mai a conoscenza del numero sempre crescente di segreti di stato. Bisogna cercare nei magazine e siti web progressisti per trovare commentatori pronti a difendere l’operato di Wikileaks. Infuriato con i colleghi che si sono lanciati all’attacco di Assange, Glenn Greenwald scrive su Salon.com: “La maniera casuale e disinvolta con cui così tanti commentatori politici sono disposti a chiedere l’eradicazione di altri esseri umani senza concedere nemmeno la parvenza del giusto processo è assolutamente demente”.

Data l’insurrezione popolare contro Wikileaks, anziché contro l’ipocrisia della diplomazia odierna, il rischio, per tutti, è che la comunità internazionale e, in particolare, il governo americano, facciano seguito allo scandalo conosciuto come “cablegate” con un irrigidimento delle procedure di sicurezza che sono applicate alle informazioni classificate, aumentando ulteriormente il livello di segretezza che caratterizza già oggi la politica internazionale e minando sempre più le fondamenta dello stato democratico. Il rischio per Assange, che negli ultimi mesi ha coltivato un numero davvero impressionante di nemici importanti, è di aver dato troppo, forse tutto, per la pubblicazione di una serie di documenti che, per quanto interessanti e importanti – i cable offrono una finestra davvero unica sui processi e i retroscena che caratterizzano la diplomazia americana e internazionale — non hanno smascherato segreti destinati a cambiare il mondo, niente a che vedere con le rivelazioni contenute nei famosi Pentagon Papers, pubblicati dal New York Times nel 1971, i quali, divulgando le grossolane bugie raccontate dal governo americano a proposito del proprio coinvolgimento in Vietnman, hanno in parte contribuito a accelerare il ritiro delle truppe statunitensi dal teatro di guerra del Sud-est asiatico.

 

Pubbicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

dicembre 3, 2010 alle 7:20 pm

Il sogno europeo

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I turchi vogliono entrare in Europa, ma iniziano a non crederci più; la diffidenza verso un Occidente percepito come ostile, anche per le posizioni sul Kurdistan, e le nuove speranze riposte su Barack “Hussein” Obama; un controverso rapporto col mondo arabo e il problema, atavico, del nazionalismo; intervista a Emre Erdogan.

Emre Erdogan è uno dei fondatori di Infakto Research Workshop, una società di sondaggi e ricerche di mercato; insegna metodologia della ricerca all’università. E’ membro del consiglio dell’Ari Movement, la più importante organizzazione non governativa turca che si occupa dello sviluppo della società civile.

Per quello che emerge dalle sue ricerche, quali sono i sentimenti dell’opinione pubblica turca nei confronti dell’Unione Europea? I turchi vogliono entrare a far parte della Ue? E pensano di poterci riuscire?
Si tratta di una questione problematica, perché i sentimenti sono contrastanti. C’è senza dubbio una forte volontà di entrare nell’Unione Europea. Noi raccogliamo le opinioni in merito dal 1999, e non abbiamo mai trovato meno del 50% della popolazione favorevole all’ingresso. Questa percentuale si aggira oggi intorno al 60%. In generale, oscilla tra il 75% e il 55%.
E’ però anche vero che i turchi non pensano di farcela. Lo vorrebbero, ma non ci credono. La gente qui non crede che i politici europei siano sinceri con la Turchia. E hanno ragione. La Turchia ha una partnership consolidata con l’Unione Europea dall’ormai lontano 1987, prima della caduta del muro di Berlino. Da allora, tutti gli altri paesi candidati sono entrati nell’Unione, tranne noi. Agli occhi della popolazione turca, questa è una dimostrazione evidente della mancanza di sincerità dell’Unione Europea.
Il popolo turco è storicamente diffidente degli europei. Una maggioranza della gente qui, circa il 75%, si dice convinta che la Ue voglia, in realtà, tagliare la Turchia a pezzi. Naturalmente questa è una convinzione piuttosto superficiale, non fondata su fatti ma su percezioni. Le ragioni di questi pregiudizi molto irrazionali verso gli europei sono varie. Innanzitutto, il nostro sistema educativo è molto intollerante, sospettoso degli stranieri. I nostri testi scolastici sono pieni di storie che parlano delle invasioni greche, e dei vari tentativi portati avanti dalle potenze occidentali per dividere la Turchia. Veniamo socializzati in questo modo fin da piccoli. Inoltre, esistono prove del fatto che alcuni governi europei danno aiuto ai militanti Curdi del Pkk (Partito Curdo dei Lavoratori), che i turchi ritengono responsabili di gravi sofferenze. Nello specifico, la Danimarca, la Germania e anche il Belgio sono considerati come sostenitori del Pkk.
In che senso l’Unione Europea avrebbe intenzione di suddividere la Turchia?
Non c’ è una risposta unica a questa domanda. E’ un misto di percezioni diverse. Io penso che i turchi siano soprattutto preoccupati dalla posizione dell’Unione Europea quanto alla regione sud-orientale del paese, laddove abbiamo un conflitto militare che dura da venticinque anni. C’è questo forte movimento indipendentista, il Pkk, e come dicevo la gente è convinta che le società occidentali provino una certa simpatia per la loro causa.
Va anche precisato che l’opinione pubblica turca non pare vedere alcuna differenza tra la Ue, gli Stati Uniti, e l’Occidente in genere. C’ è una correlazione molto stretta tra i sentimenti professati per l’Europa e gli Stati Uniti. Abbiamo una comprensione molto ampia del concetto d’Occidente, e ci siamo convinti che l’Occidente in generale voglia dividere la Turchia.
La preoccupazione è che l’Occidente riconosca e sostenga un Kurdistan indipendente?
In tutta onestà, penso che nemmeno i curdi credano ancora in un Kurdistan indipendente. E tuttavia il sospetto dell’esistenza di questo sostegno al Pkk è vissuto con grande sofferenza e disagio. Qui abbiamo già pagato un prezzo enorme per questo conflitto: non ci sono equivalenti nella storia recente del mondo occidentale.
Negli ultimi trent’anni, sono morte più di trentamila persone, e abbiamo avuto venticinque anni di iper-inflazione a causa del conflitto. Ecco, la gente pensa che il sostegno degli occidentali per il Pkk abbia contribuito a creare questi problemi.
C’è una differenza di percezione o sentimenti tra campagne e città?
Direi piuttosto che si tratta di uno scenario multidimensionale. C’è senz’altro una componente geografica, che però non si esaurisce in una divisione tra zone rurali e centri urbani. Le regioni occidentali della Turchia, le zone del Mediterraneo e dell’Egeo, sono senz’altro più convinte della necessità di entrare in Europa. La parte sud-orientale è anch’essa favorevole all’ingresso nella Ue, in particolare la minoranza curda. Nell’Anatolia centrale, invece, ci sono molte città tendenzialmente più provinciali, chiuse e sospettose. Infine, alcuni distretti a nord, nella regione che si affaccia sul mar Nero, sono molto reazionari. Quest’area è, in generale, più dinamica dell’Anatolia, però caratterizzata da una popolazione conservatrice. Queste sono le ragioni per cui le differenze geografiche sono, secondo me, più influenti di quelle tra città e campagne.
Perché in Turchia si pensa che l’Europa non voglia in realtà ammettere il vostro paese?
Basterebbe ricordare le dichiarazioni fatte dal Presidente francese Nicholas Sarkozy. La gente semplifica, non ha informazioni specifiche. Di conseguenza, dichiarazioni come quelle di Sarkozy o della Merkel, spingono effettivamente a pensare che non ci sia spazio per la Turchia nell’Unione Europea. Si tratta comunque di una percezione di lungo periodo, che non è certo nata con Sarkozy. Anche prima di lui, c’era un movimento anti-Turchia in Europa, per esempio in Olanda e Belgio. Il problema è molto più sentito nel Nord dell’Europa. Ci sono poi altre ragioni. I turchi, ad esempio, si sentono molto più europei dei bulgari e dei romeni. Eppure, questi stati sono già paesi membri. Di recente, la stessa Serbia è diventato un candidato più probabile della Turchia.
Questo dovrebbe aiutare a capire come mai i turchi pensino che i leader dell’Unione in realtà siano determinati a preservare l’Unione come un “club cristiano”.
C’è il timore che l’ingresso nell’Unione apra le porte a una qualche forma di cristianizzazione?
Queste paure sono presenti solo nelle menti degli estremisti. La religione in Turchia è molto diversa da come si esprime nei paesi arabi. Ci sono dei movimenti radicali, però non credo che la gente normale abbia preoccupazioni di questo tipo.
Cosa potrebbe succedere in Turchia, se dovesse diventare chiaro che il tentativo di entrare nella Unione Europea è definitivamente fallito, o sospeso a tempo indeterminato?
Bisognerebbe entrare nella psicologia dei turchi. Perché vogliono diventare membri dell’Unione Europea? La popolazione turca non vuole trasferirsi altrove, per lavorare in altri paesi. I turchi vogliono integrarsi perché aspirano a standard di vita migliori a casa loro. Durante i primi anni del governo dell’Akp (Partito di Sviluppo e Giustizia), il tentativo di entrare a far parte dell’Unione è stato il solo progetto sociale che abbia cercato di avvicinare gli standard di vita turchi a quelli occidentali.
Si tratta semplicemente di questo: strade più pulite, trasporti pubblici più efficienti, aria non inquinata, tutela dei diritti umani, una migliore istruzione.
Essere come gli occidentali è una delle ragioni fondanti la Repubblica turca. I padri fondatori stabilirono molto chiaramente che la Turchia doveva entrare a far parte delle civiltà contemporanee, intese come quelle occidentali. E’ questa la ragione per cui vogliamo entrare nella Ue. Inoltre, durante gli ultimi vent’anni, in particolare dopo il colpo di stato del 1980, il nostro governo ha spesso fallito, non è riuscito a fare le cose necessarie, in particolare nei campi dell’economia e della società. Dunque, con una reazione tipicamente neo-liberale, siamo andati a cercare un’ancora esterna che spingesse il nostro governo a una performance migliore. Una di queste ancore è stato senz’altro il Fondo Monetario Internazionale, che ha costretto il Governo turco a una certa disciplina fiscale. Un’altra ancora è la cooperazione con gli Stati Uniti, che ci hanno obbligati a una politica estera stabile e prevedibile. Infine, l’Unione Europea è vista come motore per un governo migliore.
Il desiderio di entrare a far parte della Ue a pieno titolo è il risultato di questa complicata equazione. Ragion per cui penso che nemmeno Nicholas Sarkozy sarà mai così incosciente da rifiutare ufficialmente la candidatura della Turchia. Allo stesso tempo, qualsiasi governo prenda il potere a Ankara, non potrà mai davvero voltare le spalle alla Ue: sarebbe la fine del sogno europeo della Turchia.
Comunque, penso che se la Turchia non entrerà a pieno titolo nell’Unione, ci saranno altre soluzioni di compromesso. Al momento, stiamo discutendo la possibilità di facilitare i visti per i cittadini turchi che devono visitare l’Unione Europea, in particolare per imprenditori e manager. Questa è una mossa che in Turchia sarebbe vista come un grosso passo avanti.
E poi, bisogna anche riconoscere che non c’è una sola Europa, ma ce ne sono molte. C’è una zona Schengen, c’è un’area Euro, e c’è anche la Conferenza Europea sulla Sicurezza. Noi siamo parte di questa definizione allargata dell’Unione Europea.
A far crescere il radicalismo, più che una reazione al rifiuto da parte della Ue, possono essere condizioni economiche difficili, legate alla crisi. E’ chiaro che questo radicalismo a sua volta ci allontanerebbe dall’Europa.
Qual è lo stato delle relazioni della Turchia con gli Stati Uniti?
Anche qui si tratta di una situazione complessa. Nel 2005, c’era un vero e proprio anti-americanismo diffuso in Turchia. Allora, lanciammo un sondaggio per capire cosa stesse succedendo. Abbiamo scoperto che, in realtà non si trattava di vero e proprio anti-americanismo, bensì di anti-Bushismo. La popolazione turca rispetta e apprezza lo stile di vita americano e l’America in genere. Infatti quando chiedevamo agli intervistati se sarebbero stati disposti a mandare i figli a studiare negli Stati Uniti o se ci sarebbero andati a vivere loro stessi, la maggioranza rispondeva di sì.
Il problema era la percezione dell’operato del Governo americano del tempo, in particolare per quanto riguardava le politiche statunitensi verso l’Iraq settentrionale. Tutti erano dell’idea che fosse meglio prima dell’intervento americano. Anche per i motivi già menzionati: l’intervento americano in Iraq ha rafforzato il movimento separatista curdo del Pkk e la nostra sicurezza nazionale è percepita come direttamente dipendente dalla situazione nella regione sud-orientale del paese. Dopo l’invasione americana, l’Iraq è diventata instabile, il Pkk ha ottenuto maggior libertà di manovra, diventando sostanzialmente un attore politico.
Va poi ricordato che i media turchi sono ultra-nazionalisti. Sonar Cagaptay, un ricercatore al Washington Institute for Near Eastern Policy a Washington D.C., sostiene che, chiunque guardi la televisione turca, diventa automaticamente anti-americano. Una maggioranza di turchi è convinta che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 siano stati organizzati proprio dagli Stati Uniti. I turchi infine pensano anche che il sostegno americano per Israele e le preoccupazioni energetiche degli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda il petrolio, siano gli unici motori della politica americana nella regione. Tutte convinzioni poco razionali e da teoria del complotto, però si tratta di quello che pensa la gente in Turchia.
Cos’è cambiato con Obama?
I turchi hanno una passione non troppo segreta per Barack Obama. Nel 2005, il leader straniero che godeva di maggior rispetto in Turchia era Bashar Assad in Siria, seguito da Gerard Schroeder in Germania. Bush era ultimo, con solo il 9% delle preferenze. Nel 2009, il 40% dei turchi dichiarano di aver fiducia in Barack Obama. Assad rimane al vertice della classifica. C’è davvero grande rispetto per Barack Hussein Obama. E questo è un cambiamento epocale per i turchi. Quando gli stranieri mi domandano come mai, rispondo: “Il suo secondo nome è Hussein”.
Il nome Hussein è davvero un fattore importante?
In qualche modo sì. Non abbiamo posto direttamente questa domanda nei nostri sondaggi, però sono convinto che una maggioranza di turchi pensi che Obama sia musulmano, o che, perlomeno, ci sia una possibilità che lo sia. Per altro, sono anche felici di credere a una retorica del cambiamento. C’è grande apprezzamento per le riforme portate avanti da Obama. In questo paese la gente è affamata di riforme. Avremmo bisogno anche noi di un leader riformista, sincero e gentile. Che sia capace di parlare alla gente. Qui c’è stato un incontro tra lui e dei giovani, che hanno avuto la possibilità di fargli delle domande di persona. Una cosa che non potrebbe mai accadere con i nostri leader. Penso che i turchi amino lo stile di Obama: si sono convinti che arrivi dalle sfere più basse della società, anche se in realtà questo non è vero. La fiducia negli Stati Uniti è ancora bassa, ma c’è molto rispetto per Barack Hussein Obama.
Come vede il futuro della Turchia? E’ possibile che l’Occidente la perda?
Si tratta nuovamente di capire la psicologia turca. Orhan Pamuk, il vincitore del Premio Nobel è molto popolare perché ha avuto successo secondo gli standard occidentali. A noi piacciono i turchi che hanno successo nella competizione con gli occidentali. Vogliamo avere successo come europei.
Allo stesso tempo, siamo sospettosi degli europei. Ci piacciono ma pensiamo che siano sempre lì a cospirare contro di noi. Parliamo sempre della loro mentalità da crociata. Quando una qualsiasi cosa che capita a Bruxelles non ci piace, i nostri titoli di giornale puntano il dito contro “la psicologia da crociata”. Non che i turchi conoscano bene l’epoca delle Crociate, però è così che leggiamo le cose.
Questi due sentimenti, seppur contraddittori, coesistono nella testa delle persone. Per questo l’opinione pubblica turca vacilla continuamente tra pessimismo e ottimismo. L’economia naturalmente è una parte fondamentale di questa equazione: quando gli indicatori economici peggiorano, la gente diventa più pessimista anche rispetto all’Europa, mentre se le cose vanno bene, sono tutti subito ottimisti. D’altra parte la relazione con la Ue influenza concretamente lo stato dell’economia.
Il partner più importante della Turchia è la Germania. La nostra economia è strettamente legata a quella tedesca. Se loro fanno bene, facciamo bene anche noi, se loro falliscono, falliamo anche noi. Non siamo certo così legati agli Stati Uniti o ai paesi del Golfo. Non abbiamo relazioni economiche così proficue nemmeno con la Russia. Al di fuori del petrolio e del gas naturale. Ma, a parte questo, siamo molto più legati all’Unione Europea che a qualsiasi altra realtà.
E’ chiaro, quindi, che qualsiasi governo pragmatico deve investire nella relazione con l’Unione Europea, in particolare in questo momento di crisi economica. Abbiamo bisogno dei loro soldi, del loro turismo, dei loro investimenti. Il Ministro degli Esteri che abbiamo ora è un realista. Sta lavorando per creare attorno alla Turchia un cordone di sicurezza, con una politica che lui chiama di “zero problemi con i vicini”. Così facendo, spera che la Turchia possa utilizzare gli investimenti da sempre andati all’esercito per sviluppare l’economia civile. Nel medio-termine, questo ministro cercherà di fare della Turchia un leader regionale, con un legame particolare con il mondo occidentale. Ma la Turchia non diventerà certo il paese leader del mondo arabo.
Qual è il rapporto con il mondo arabo?
In Turchia la gente non ama gli arabi e nei paesi arabi la gente non ama i turchi. E’ un portato della dominazione turca nella regione. Le nazioni arabe ricordano ancora cosa è successo durante l’Impero Ottomano. E’ vero, da un lato, che gli Arabi apprezzano la leadership del Primo Ministro Erdogan perché ha assunto una posizione forte contro Israele. Ma non si tratta della popolarità della Turchia, bensì solo di quella del suo leader attuale.
Comunque, per tutta una serie di ragioni, la Turchia potrebbe essere un buon modello sia per l’Occidente che per l’Oriente: è un paese musulmano però è parte del sistema economico europeo. E’ anche parte del sistema di difesa occidentale e del sistema democratico occidentale. Può diventare davvero una sintesi importante.
La Turchia, a suo avviso, potrebbe anche facilitare la democratizzazione del Medio Oriente.
Ho scritto un articolo a questo proposito nel 2005, in risposta al politologo Americano Samuel Hungtinton. Hungtinton sosteneva che la Turchia avesse davanti a sé tre possibili percorsi. Diventare parte dell’Unione Europea, cosa secondo lui non impossibile; mirare a essere il paese leader in Medio Oriente (ma anche Hungtinton sa bene che gli arabi non amano i turchi, ragion per cui questo scenario è improbabile). Infine, secondo Hungtinton, la Turchia potrebbe semplicemente rimanere un buon alleato di Stati Uniti e Israele nella regione.
Io ho semplicemente aggiunto che c’è anche una quarta possibilità, ovvero che la Turchia faciliti la democratizzazione degli altri paesi nella regione. Il Medio Oriente non è democratico. L’unica democrazia nella regione è la Turchia, a parte Israele (di cui si può discutere fino a che punto sia davvero una democrazia) e, in qualche modo, l’Iran. Non ci sono altri paesi democratici in tutto il grande Medio Oriente.
La Turchia, invece, sta vivendo oggi un esperimento democratico di successo. E’ vero che abbiamo avuto tre colpi di stato militari nella storia della repubblica, però ora il potere viene trasferito con lo strumento delle elezioni popolari. E’ un buon modello. Inoltre, la Turchia ha una società civile forte. Abbiamo tante organizzazioni non governative attive in settori molto diversi: i diritti delle donne, dei bambini, l’istruzione. Abbiamo accumulato molta esperienza e queste organizzazioni offrono dei modelli buoni per l’estero. Ad esempio, il Mother and Child Education Fund sta portando avanti un bel progetto in Giordania. Tante altre Ong turche, in particolare quelle provenienti dal sud-est del paese, sono attive in Iraq settentrionale.
Fra l’altro, l’economia turca è molto più complessa delle economie degli altri paesi medio-orientali. Per tutte queste ragioni la Turchia può facilitare l’arrivo della democrazia nella regione. Il ruolo di un attore esterno è molto importante nei processi di democratizzazione. Penso ad esempio alla nostra relazione con la Siria, un esempio perfetto di quello di cui parlo. Fino al 1999 eravamo nemici, oggi abbiamo ottime relazioni economiche, diplomatiche e tra le due società. La stessa considerazione vale per l’Iraq settentrionale. Nonostante rimangano problemi politici fra la Turchia e l’Iraq del nord, l’attività economica turca è senza dubbio la componente più importante della vita economica in Iraq settentrionale.
Così forse anche noi possiamo contribuire a portare pace e stabilità nella regione.
Però, anche noi abbiamo bisogno di un’ancora. L’ingresso nell’Unione Europea avrebbe proprio questo senso, aiutarci a portare avanti il processo di democratizzazione interno alla Turchia. Noi da soli non siamo pronti a una simile missione. Non abbiamo una componente progressista nel panorama politico di questo paese. Abbiamo dei musulmani democratici, dei kemalisti democratici, ma non abbiamo i progressisti.
L’eredità lasciataci dalla dominazione dell’esercito è ancora presente, ragion per cui abbiamo bisogno di un aiuto per completare le riforme. I turchi sono, in generale, gente intollerante, con poca fiducia nel prossimo e con un’atteggiamento antagonista verso l’Occidente. Abbiamo bisogno, dunque, di maggior sostegno. Ma questo sostegno non deve arrivare per forza sotto forma di aiuti economici. Si tratta di un progetto sociale. Abbiamo bisogno di spiegare alla nostra gente che essere più tolleranti è vantaggioso.
Qual è il rapporto dell’opinione pubblica turca con il passato militare del paese, quello che il Primo Ministro ha di recente chiamato il “passato fascista” della Turchia?
In realtà quello a cui si riferiva il Primo Ministro Erdogan erano le attitudini turche verso le minoranze etniche, e non tanto le pratiche ordinarie del governo.
Sotto questo aspetto, alcuni ministri del governo sono ancora piuttosto fascisti. Erdogan parlava degli anni Venti e Trenta, quando le minoranze etniche furono espulse dalla Turchia e le loro proprietà espropriate. L’intellighenzia è consapevole di questi avvenimenti, ma la gente normale ignora la questione, che rimane un tabù. Erdogan ne ha parlato per ragioni politiche, non certo perché voglia criticare il passato fascista dello stato turco.
Certo non c’è niente di cui vantarsi. All’interno del sondaggio condotto l’anno scorso in collaborazione con WorldPublicOpinion.org, abbiamo chiesto cosa pensasse la gente della tortura, e abbiamo scoperto che i turchi ne difendono l’uso, come strumento per forzare un terrorista a confessare. Abbiamo una certa tolleranza per meccanismi di fascismo ordinario.
Come ho detto in precedenza, la nostra socializzazione è problematica a partire dai tempi della scuola elementare. Il Ministro dell’Educazione vorrebbe abbandonare la pratica quotidiana che obbliga i ragazzini a giurare fedeltà alla Turchia tutte le mattine prima dell’inizio delle lezioni. Ma anche gente della sinistra ha reagito negativamente a questa proposta.
Adottare un’agenda riformista in Turchia non è facile, perché la gente non riesce a immaginare i vantaggi che ne deriverebbero e, allo stesso tempo, perché quelli che perderebbero in un processo di riforma sono oggi più forti. Occorre far capire alla gente quali benefici possono derivare dalle riforme. Ma non è facile. Ad oggi non siamo riusciti a stabilire una coalizione progressista. In questo senso l’Unione Europea potrebbe aiutare.
Purtroppo di fatto sta facendo il contrario, rendendo l’agenda riformista ancora più impraticabile. Se potessi parlare ai leader dell’Unione Europea, gli direi di smettere di criticare la Turchia e di darci invece delle motivazioni. Abbiamo bisogno del sostegno dell’Unione Europea, non solo al fine di diventarne membri, ma anche per fare della Turchia un paese più democratico.

Pubblicato originariamente sul mensile Una Città

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 20, 2009 alle 7:23 pm

Cosa si rischia a perdere la Turchia

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Istanbul – I negoziati tra Unione Europea e Turchia sull’ingresso di quest’ultima nella UE sembrano arrivati ormai a una impasse di difficile risoluzione. Prima di gettare i remi in barca, vale la pena fare una riflessione su cosa si rischia di perdere, sia in Europa che in Turchia, se le trattative dovessero concludersi in maniera negativa o, perlomeno, rimanere bloccate indeterminatamente.

Secondo studi condotti da Infakto Research Workshop, una società privata di Istanbul che si occupa di ricerca di mercato, una maggioranza di turchi, seppur risicata, continua a desiderare di entrare come paese-membro nell’Unione Europea. Una maggioranza più cospicua, però, si dice pessimista in merito.

La realtà è che alla cosiddetta “fatica da allargamento”, che ha avviluppato l’Unione Europea dai tempi dell’ingresso di Bulgaria e Romania all’inizio del 2007, corrisponde una altrettanto pericolosa “fatica da candidatura” dei turchi, che si sentono umiliati dalle continue critiche provenienti dall’Unione e insultati dalla retorica alla Sarkozy,vissuta non come critica politica, bensì come diffidenza verso la diversa identità culturale e religiosa che caratterizza la Turchia. Fra l’altro, i turchi sono stanchi di vedersi passare davanti tutti i paesi che hanno fatto richiesta ufficiale di entrare nella UE dopo la Turchia. Ad esempio è ora il turno dei Balcani, che sembrano aver già superato Ankara nella corsa verso Bruxelles.

Il risultato è una crescente disillusione popolare, che rischia di mettere a repentaglio quelle riforme di cui la Turchia ha bisogno non solo per entrare in Europa, ma anche per proseguire nel processo di sviluppo e modernizzazione che ha consentito al paese di entrare a far parte del mondo cosiddetto ‘sviluppato’.
Nell’opinione di molti esperti di politica e relazioni internazionali turchi, gli scenari che si potrebbero aprire nel momento in cui la Turchia dovesse abbandonare ogni speranza di diventare paese membro della UE sono sostanzialmente due.

“Se la Turchia arrivasse a considerare gli ostacoli posti dalla UE alla propria candidatura come insormontabili, allora il governo a Ankara potrebbe decidere di trasformare il paese in una potenza regionale indipendente e assertiva, che gode di influenza crescente in Medio Oriente e, magari, del sostengo dell’amministrazione americana, ora che ci sono stati cambiamenti grossi a livello di politica estera statunitense,” pensa Sinan Ulgen, direttore di EDAM, un centro di ricerca economica e politica di Istanbul.

Questo, secondo Ulgen, è semplicemente lo scenario più ottimista. “L’altra possibilità è che un’ondata nazionalista travolga il paese, creando le condizioni per una Turchia più autoritaria e meno democratica ai confini d’Europa, un po’ com’è il caso della Russia”, spiega il direttore di EDAM. Insomma, potremmo avere a che fare un giorno con una versione russificata della Turchia, la quale si rapporta all’Unione Europea non in termini cooperativi, ma in termini antagonistici, e guarda alla relazione bilaterale con un senso di rivalità.

Emre Erdogan, direttore di Infakto Research Workshop, è preoccupato dalla possibilità di un simile sviluppo. Secondo costui, la candidatura della Turchia all’Unione Europea funziona un po’ come un’ancora, un motore di ulteriore democratizzazione nel paese. “Non abbiamo ancora interiorizzato alcuni di questi principi democratici. Non abbiamo una dedizione ideologica a queste problematiche. Non esiste ancora, in Turchia, un elemento davvero liberal che sia rilevante nel panorama politico nazionale. Abbiamo dei musulmani democratici e dei kemalisti democratici (dal partito laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk), ma non abbiamo una sinistra. L’eredità lasciataci dal dominio dell’esercito esiste ancora, ragion per cui abbiamo bisogno di un’ancora esterna che ci spinga a adottare sempre nuove riforme.”

I due scenari, seppur distinti, sono, in realtà, collegati e l’Unione Europea finirebbe per perderci in ogni caso. Se la Turchia dovesse slacciarsi dalla UE per rivolgere le proprie attenzioni verso il Medio Oriente in maniera indipendente dall’Unione, Bruxelles vedrebbe ridurre la propria influenza nella regione, a beneficio degli Stati Uniti se Washington si schierasse realmente dietro al progetto di una Turchia come potenza regionale.

È però prevedibile che la Turchia non riuscirebbe a proiettare l’influenza desiderata sul Medio Oriente nel momento in cui le spalle del paese non fossero più coperte dai negoziati con l’Unione Europea. Non c’è dubbio, infatti, che la rilevanza di Ankara sulla scena regionale e globale sarebbe in qualche modo diminuita da una separazione forzata con Bruxelles. Considerazione questa che rende ancor più probabile la possibilità di un’ondata di nazionalismo, nel momento in cui un popolo che ha ormai ritrovato la propria confidenza di grande paese dovesse d’un tratto sentirsene privato.

Non c’e’ bisogno di dilungarsi su cosa una Turchia autoritaria e anti-democratica in una regione instabile come il grande Medio Oriente potrebbe significare per l’Unione Europea.

Dopo i risultati delle ultime elezioni europee, che hanno visto la vittoria netta in quasi tutto il continente di una destra anti-europeista, è davvero difficile pensare che si possa arrivare a una rapida e positiva risoluzione dei negoziati per l’ammissione della Turchia nella UE. La presidenza dell’Unione ora in mano agli svedesi, da sempre sostenitori dell’ingresso turco, e trattative in corso sulla questione cipriota che potrebbero portare a uno sblocco della situazione in autunno, offrono qualche residua speranza.

Il governo turco, dal canto suo, continua a dichiararsi assolutamente devoto alla causa europea. “L’ingresso nell’Unione come paese membro rimane la nostra prima priorità”, mi ha detto Suat Kiniklioglu, portavoce della Commissione Affari Esteri del Parlamento turco, a Ankara durante un’intervista. Pur confessando l’affaticamento dei turchi nei confronti dei negoziati e le ‘naturali’ difficoltà che si incontrano in un processo così complesso, Kiniklioglu si dice convinto che, “alla fine dei conti, una maggioranza di europei e di turchi sanno che l’ingresso della Turchia nella UE è nell’interesse di entrambe le parti e dunque le trattative avranno successo”.

E l’Europa cosa dice?

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

luglio 10, 2009 alle 6:03 am

Pubblicato in Turchia, Unione Europea

Turchia – Il processo del secolo

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Istanbul – Continua ad allargarsi, anche fisicamente, l’inchiesta giudiziaria sul caso Ergenekon, secondo l’accusa, una deviazione criminale e golpista ai più alti livelli dello Stato Turco che avrebbe tentato di sovvertire attraverso il terrorismo l’attuale governo islamico moderato del Partito di Giustizia e Sviluppo, AKP, del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan.

È di giovedì mattina la notizia che le udienze, tenutesi fin dall’inizio del processo nel 2008 in un’aula all’interno del complesso detentivo di Silivri, saranno spostate in un diverso e più grande auditorium nella medesima prigione per accomodare il flusso crescente di spettatori curiosi e giornalisti, e il gran numero di imputati. La nuova sistemazione dovrebbe garantire un posto a sedere fino a 753 persone.

L’indagine in corso cominciò nel 2007, quando 27 bombe a mano furono ritrovate in un sobborgo popolare di Istanbul. Da allora, numerosi altri episodi di violenza sono stati ricollegati alle attività del gruppo Ergenekon, nome ispirato a un piccolo villaggio siberiano da cui proverebbe originariamente la stirpe turca. L’apice del progetto Ergenekon, sostiene l’accusa, si sarebbe dovuto compiere proprio quest’anno, con un colpo di stato volto a deporre il governo in carica (va ricordato che varie correnti dell’esercito turco sono state responsabili di quattro colpi di stato a partire dal 1950).

Sono 86 gli imputati nel processo, tra cui generali in pensione, politici, avvocati e imprenditori. In Turchia Ergenekon è stato soprannominato già da tempo il “processo del secolo” e riempie quotidianamente le prime pagine dei giornali.
Le radici di questo misterioso gruppo, noto in Turchia anche come lo “stato profondo” (una serie di alte cariche dello stato e della società civile che si sono organizzate per gestire la politica turca da dietro le quinte e senza tenere in considerazione la volontà democratica dei cittadini), risalgono alla filiale turca dell’Operazione Gladio, stabilita nel secondo dopo guerra per combattere l’avanzata internazionale del comunismo. In realtà, pare che il gruppo sotto processo in questo momento sarebbe solamente una più recente emanazione di quello originario, il cui profilo rimane sfuggente.

Si tratterebbe, in ogni caso, di un’organizzazione dalla struttura piuttosto flessibile e di marca secolare ma ultra-nazionalista (quel misto ideologico discendente direttamente dalla visione del fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal Ataturk, che tutt’oggi fa della politica turca un puzzle di difficile risoluzione). Ergenekon va considerato, dunque, alla stregua di una parte deviata di esercito e forze dell’ordine, radicalmente contraria sia alle formazioni politiche pro-islamiche, ma, allo stesso tempo, anche a un eccessivo avvicinamento della Turchia all’Unione Europea. La filosofia che guiderebbe quest’organizzazione è indipendentista e di tendenze euro-asiatiche, proponente di una grande Turchia laica come potenza regionale.

Gli scandali in qualche modo collegati al caso Ergenekon si succedono senza soluzione di continuità, in parte scatenati dalla copertura dei media turchi, accusati più volte di eccessivo sensazionalismo se non addirittura della fabbricazione intenzionale di alcune notizie. Fatto sta che, talvolta, è complicato distinguere tra verità e fantasia, tra reali disegni militari per sovvertire il potere politico e una tendenza generale verso una gratuita teoria del complotto.

L’ultimo sviluppo è della settimana scorsa, quando sarebbe stato rinvenuto un documento, nell’ufficio di uno degli avvocati imputati nel processo Ergenekon, firmato dal Colonnello dell’esercito turco Dursun Cicek, documento in cui si delineavano le azioni da mettere in atto al fine di delegittimare il governo dell’AKP e mettere fuori legge sia il partito islamico moderato che la setta associata con il suo fondatore, il movimento Gulen.

L’esercito e il Colonnello Cicek per ora smentiscono la veridicità del documento. La firma incriminata è esaminata in questi giorni dagli esperti. Venisse ritenuta valida, e non un falso, allora anche quest’ultimo episodio rientrerebbe a far parte del processo Ergenekon.

Parte dell’elite laica sospetta che il processo Ergenekon sia in realtà una fabbricazione per mano dell’AKP in cerca di vendetta contro l’opposizione. Sarebbe questo, insomma, l’ennesimo capitolo nell’infinita saga della lotta fra laici e religiosi. Non a caso, sostengono alcuni, l’inizio del processo sarebbe coinciso proprio con un altro caso giudiziario del 2008, quando un magistrato dell’establishment laico istituì un processo, poi perso, per lo smembramento dell’AKP, con l’accusa che le tendenze pro-islamiche del partito minacciavano alle fondamenta la laicità dello stato turco quale fu istituita da Ataturk.

Si prevede che le udienze del processo Ergenekon dureranno almeno fino alla fine di quest’anno.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

giugno 19, 2009 alle 4:25 pm

Pubblicato in Turchia

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