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USA: i democratici abbandonano la riforma sanitaria

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Washington D.C. – La riforma sanitaria voluta dal Presidente Obama, e approvata dal Congresso in marzo, sembra destinata a diventare l’impresa legislativa più importante e, al contempo, meno apprezzata della storia americana. Potrebbe addirittura rivelarsi una delle cause principali di quella che si prospetta come una probabile sconfitta democratica nelle elezioni midterm di novembre.
In apparenza, la ragione dei problemi di pubbliche relazioni che la riforma sanitaria ha causato al Partito Democratico è semplice: con l’economia statunitense che fatica a riprendersi dalla recessione, e con un tasso di disoccupazione fermo al 9,6%, questa riforma del sistema sanitario, pensata per entrare in vigore lentamente nel corso dei prossimi anni e di cui gli effetti, anche positivi, si sentiranno solamente poco a poco, non è sufficiente a convincere gli elettori, stanchi della crisi, che l’Amministrazione Obama e la maggioranza democratica al Congresso siano davvero determinate a migliorare lo stato delle cose. I sondaggi, senza dubbio, puntano in questa direzione. Per tutto il 2010, una maggioranza di americani si è detta poco convinta dell’efficacia e dell’importanza della riforma. Un rilevamento di Rasmussen Reports del 27 settembre mostra che solo il 36% degli elettori sostiene la legge, mentre il 51% si dice certo che si rivelerà dannosa per il paese.
C’è da chiedersi, però, quanto l’atteggiamento impaurito e incerto dei democratici possa aver influito sull’immagine negativa attribuita alla riforma sanitaria dagli elettori.
Infatti, chi terrorizzato da questi trend elettorali negativi, chi deluso dall’essenza della legge, la quale non si sarebbe rivelata all’altezza delle aspettative, i democratici più conservatori e più progressisti si sono divisi in due fazioni, entrambe molto critiche, tra cui sono rimasti incastrati il Presidente Obama e la stessa riforma sanitaria.
I candidati del Partito Democratico che competono in distretti elettorali moderati e che hanno, negli ultimi due anni, sostenuto le politiche dell’Amministrazione Obama, hanno deciso che, per il bene delle proprie campagne elettorali, è meglio non fare il benché minimo accenno alla riforma, sperando di distrarre gli elettori, affinché se ne dimentichino. Solo i democratici conservatori che, beati loro, hanno votato contro la riforma sanitaria, ne parlano apertamente, vantandosi della loro indipendenza da Washington e dalla leadership del partito, atteggiamento questo che pare funzionare in un anno elettorale in cui “outsider” e “anti-establishment” sono le parole chiavi.
Tra gli altri, Stephanie Herseth Sandlin, democratica del South Dakota in corsa per la rielezione alla Camera, dichiara in un recente spot elettorale: “Ho tenuto testa alla leadership del mio partito e ho votato no, perché qui in South Dakota sapevamo di non poterci permettere nulla del genere”. In uno spot della campagna elettorale di Chet Edwards, democratico del Texas, il narratore racconta: “Quando il Presidente Obama e Nancy Pelosi hanno fatto pressione su Chet Edwards, Chet gli ha tenuto testa e ha votato contro la loro riforma sanitaria da un trilione di dollari”.
Gli esempi non finiscono qui.
Nel frattempo, la base liberal del Partito Democratico, che si è mobilitata per la riforma sanitaria sin dall’inizio della presidenza Obama, ha cominciato a lamentarsi della legge non appena approvata dal Congresso perché, è pur vero, Obama  non è riuscito a ottenere da Deputati e Senatori che tutti i dettagli desiderati dai progressisti, per esempio la creazione di una “opzione pubblica” che offrisse agli americani la possibilità di entrare a far parte di un’assicurazione sanitaria gestita interamente dal governo, venissero inclusi nel testo finale.
A questa base di attivisti, descritta nei media come apatica e letargica, e poco interessata a recarsi alle urne a novembre, si sono rivolti negli ultimi giorni sia il Presidente Obama che il Vice-Presidente Joe Biden. In un’intervista che appare nel numero di ottobre del magazine Rolling Stone, Obama ha dichiarato che, in generale, i democratici hanno la tendenza a vedere il bicchiere “sempre mezzo vuoto”, che questo tipo di atteggiamento disilluso è da considerarsi “irresponsabile” e che è ora che i progressisti si diano una regolata e si rechino alle urne. Biden, in un tono ancor più aggressivo, ha intimato lunedì, durante un evento elettorale organizzato in New Hampshire, che “è tempo di ricordare alla base del partito di smettere di lamentarsi e, invece, di rendersi conto di quali siano le alternative a disposizione”.
Naturalmente, i commenti di Obama e Biden non sono stati ricevuti favorevolmente dai destinatari.
Glenn Greenwald ha scritto su Salon.com: “Gli elettori democratici mancano di entusiasmo non perché hanno letto troppi blog critici del presidente; sono apatici perché hanno osservato cosa è successo nelle loro vite negli ultimi due anni e non vedono ragione di mettersi al servizio di chi è stato al potere durante questo periodo di tempo. Ancor più incredibile il fatto che pensino [l’Amministrazione Obama] che insultare i propri elettori delusi, invece che cercare di affrontare la ragione di tale delusione o, ancora meglio, di trovarvi una soluzione, sia un buon modo di generare entusiasmo elettorale”.
A questo punto, i trend politici registrati dai sondaggi sembrano dare ragione ai critici della riforma: i democratici vicini al presidente Obama sono più a rischio di quelli che hanno fatto opposizione.
In Pennsylvania, ad esempio, il deputato democratico Patrick Murphy, eletto due anni fa assieme al presidente e suo fedele alleato, rischia di perdere la gara per la rielezione in un distretto elettorale che Obama ha vinto facilmente nel 2008. Dall’altra parte dello stato, Jason Altmire, un altro democratico, più conservatore e critico del presidente, viene considerato con buone possibilità di vittoria in un distretto conquistato da John McCain due anni fa’.
È chiaro ormai che la riforma sanitaria, per quanto importante, non può trasformarsi in un punto forte della campagna elettorale democratica per le midterm.
In parte, la colpa va forse individuata nella legge stessa, una riforma contemporaneamente troppo ambiziosa e troppo poco ambiziosa. Certo è che i democratici al Congresso non hanno contribuito granché a farla apprezzare di più agli elettori.  Invece di sostenere quello che è stato il loro maggior successo legislativo, di fronte all’umore incerto dell’elettorato e alle imperfezioni della legge, hanno scelto di buttare via il bambino assieme all’acqua sporca. Con un po’ meno di paura e un po’ più di convinzione, la riforma sanitaria, anziché abbandonata, poteva anche essere difesa.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 1, 2010 alle 6:32 am

Riforma sanitaria/Quali conseguenze dopo la vittoria di Obama

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Washington D.C. – In un’atmosfera di entusiasmo misto a rabbia, la Camera ha adottato, domenica pomeriggio, la riforma sanitaria nella versione approvata dal Senato lo scorso dicembre. Martedì, il Presidente Barack Obama ha firmato la proposta, trasformandola in legge. Mercoledì, il Senato ha cominciato a discutere del pacchetto di modifiche fiscali alla riforma, voluto dal gruppo democratico alla Camera in cambio del proprio voto a favore del testo di legge introdotto dal Senato. Nella notte tra mercoledì e giovedì, i senatori repubblicani sono riusciti a individuare un paio di difetti di forma nel testo della Camera. Giovedì pomeriggio, il Senato ha adottato, con 56 voti a favore e 43 contro, il pacchetto corretto degli errori, che, in quanto modificato, deve essere rimandato alla Camera per un nuovo, e ultimo, voto, previsto per giovedì sera o, al più tardi, venerdì.
Insomma, nonostante si sia trattata di una settimana di grandi soddisfazioni per i democratici, (basti pensare che, a metà gennaio, la riforma pareva sconfitta dopo che la vittoria del repubblicano Scott Brown nelle elezioni in Massachusetts aveva privato il Partito Democratico della super-maggioranza di sessanta voti al Senato), la battaglia legislativa per la riforma non è ancora conclusa, così come non lo è la lotta partitica con i repubblicani. L’opposizione non la ritiene persa e promette battaglia su più fronti, politico, elettorale, e persino legale, anche se molti osservatori sono convinti che questa strategia, alla lunga, possa finire per nuocere proprio ai repubblicani. Infatti, se è vero che, nell’ultimo periodo, l’ostruzionismo cieco ma determinato del Partito Repubblicano aveva messo in crisi il futuro della riforma e, addirittura, quello del Presidente Obama, è probabile che, ora che la legge è stata adottata, la corrente torni a girare a favore dei democratici. Storicamente, infatti, riforme sociali della portata di questa sulla sanità sono malviste durante i lunghi mesi di dibattito che conducono alla loro approvazione, ma, una volta divenute legge, i benefici che ne derivano diventano graditi all’elettorato, e, di conseguenza, difficili da ridiscutere.
Il voto di domenica è arrivato dopo mesi di contrattazioni e liti su questioni quali il diritto all’aborto e “l’opzione pubblica”, e c’è voluta l’ennesima spinta da parte della Presidente della Camera Nancy Pelosi e del Presidente Barack Obama affinché 219 deputati democratici si decidessero a votare per la riforma. Per ottenere il consenso dei deputati democratici contrari all’aborto, Obama ha firmato mercoledì, come promesso la settimana scorsa, un decreto legge che stabilisce che la nuova legge non può essere utilizzata per modificare lo status quo, ovvero la proibizione di impiegare fondi federali per sovvenzionare interventi di interruzione di gravidanza, se non in circostanze straordinarie quali l’incesto o la violenza sessuale.
Il passaggio della riforma sanitaria ha portato sollievo in casa democratica, dove sia la rappresentanza parlamentare sia l’amministrazione avevano sofferto dell’estenuante dibattito in termini di popolarità. Non si è trattato, però, di un voto semplice. La leadership democratica è stata coperta di insulti, e anche di sputi, dagli attivisti conservatori del Tea Party, incoraggiati dagli stessi deputati repubblicani. Una performance così imbarazzante da convincere un opinionista del New York Times, Bob Herbert, a scrivere: “Siamo nel 2010, ed è ora che gli americani onesti si ribellino contro questo tipo di spazzatura, e che comincino a combattere questi atteggiamenti. Ed è il momento che ogni americano di buon senso se la prenda con il Partito Repubblicano, il quale tollera, protegge e incoraggia questi atteggiamenti perversi, maligni e bigotti all’interno dei propri ranghi e tra i propri sostenitori”.
Questo Partito Repubblicano, in preda a una deriva populista e a tratti delirante (L’Onorevole Marsha Blackburn, repubblicana del Tennessee, ha commentato a proposito del passaggio della riforma sanitaria: “Così muore in parte la libertà”), è anche un partito più agguerrito, disposto a tutto pur di non darla vinta a Obama su una questione come la sanità, che i repubblicani hanno contribuito a trasformare in una vicenda dai toni più esistenzialistici che politici.
Così, dopo aver proposto senza successo oltre quaranta emendamenti al pacchetto di modifiche voluto dalla Camera, i repubblicani sono riusciti, nel mezzo della notte tra mercoledì e giovedì,  a trovarvi dei difetti formali, obbligando la Camera a un nuovo voto sulla versione corretta. Si tratta, come detto, di questioni di forma, che toccano solo il pacchetto di modifiche alla riforma. Il grosso della legislazione è già stata introdotta, ufficialmente con la firma del Presidente Obama martedì. E si prevede che la Camera non avrà difficoltà a approvare, ancora una volta, le proprie modifiche alla riforma sanitaria, anche nella versione rivista del Senato. I repubblicani stanno semplicemente cercando di tenere viva l’opposizione all’idea stessa di riforma.
Prendendo tempo al Congresso, il Partito Repubblicano si sta muovendo anche su altri fronti. I Procuratori Generali di quattordici stati dell’Unione, tra cui Virginia e Florida, hanno deciso di fare causa al Governo Federale, perché, secondo loro, la riforma sanitaria viola la Costituzione e le modalità secondo cui essa regola i rapporti tra i governi federale e statale, in particolare per quanto riguarda il commercio e il diritto di tassare i cittadini. Il Presidente Obama e il Congresso avrebbero, in sostanza, oltrepassato i limiti del proprio mandato. Secondo gli esperti, questa sfida legale ha poche speranze di successo, ma si tratta di un modo come un altro per dare nuova energia all’opposizione alla riforma, sperando poi di far leva su tale sentimento popolare nelle elezioni previste per novembre.
Quella elettorale rimane, infatti, la strategia che offre più speranze ai repubblicani. Il Partito dell’Elefante spera di trasformare le elezioni midterm in un referendum sulla sanità, sulla base della considerazione che, stando ai sondaggi più recenti, da popolare che era all’inizio dell’iter legislativo, la riforma è oggi opposta dalla maggioranza degli americani. Anche osservatori di tendenze conservatrici, però, cominciano a dubitare che questa sia la strategia migliore per riconquistare il Congresso. David Frum, dell’American Enterprise Institute, un centro di ricerca conservatore nella capitale Washington DC, ha spiegato al New York Times che, concentrandosi esclusivamente sull’obbiettivo di far fallire politicamente il Presidente Obama, il Partito Repubblicano ha rinunciato a qualsiasi possibilità di contribuire alla riforma sanitaria, lasciando il proprio marchio su una tale svolta legislativa. “Politicamente, capisco la volontà di ‘far inciampare gli avversari, di farli fallire a ogni costo”, ha dichiarato Frum. “Ma alla fine dei conti, cos’è più importante, vincere un paio di seggi in più o avere la possibilità di modellare il più importante pezzo di legislazione sociale dagli anni sessanta a oggi? Non essendo stato in grado di provocare il fallimento di Obama, non ci sarà alcun beneficio politico per il partito repubblicano.”
Questa predizione si rivelerà quanto mai accurata fra qualche mese, quando il passaggio della riforma sanitaria sarà ormai un ricordo lontano,  quando la riforma mostrerà di essere meno terribile di quanto l’opposizione sostenga ora, e quando gli elettori si saranno dimenticati della vicenda, indirizzando la propria attenzione su altri temi, come ad esempio l’occupazione, o la regolamentazione dei mercati finanziari. Di certo, si può scommettere che, nei prossimi mesi, i democratici cercheranno di andare oltre la riforma sanitaria, lavorando a nuove proposte legislative, mentre i repubblicani continueranno a riportare l’attenzione dell’elettorato sulla sanità.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

marzo 26, 2010 alle 8:22 pm

Riforma sanitaria prima di Pasqua o mai piu

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Barack Obama ha lanciato, con un discorso fatto mercoledì alla Casa Bianca, lo sprint finale verso la riforma sanitaria, sul cui successo si gioca il futuro politico del presidente e del Partito Democratico tutto. Ma nonostante la posta in gioco sia elevatissima per i democratici, la strada che attende Obama rimane tortuosa. Il Congresso è sempre più lacerato da una politica strettamente di partito. E l’elettorato, anche progressista, che inizialmente aveva accolto l’idea di riforma sanitaria con entusiasmo, si è molto raffreddato negli ultimi tempi, di fronte a testi di legge annacquati dai compromessi, e la cui unica speranza di sopravvivenza viene da meccanismi parlamentari contorti.
“La riforma è già stata approvata dalla Camera a maggioranza, ed è già stata approvata dal Senato con una super-maggioranza di sessanta voti”, ha detto Obama mercoledì. “E ora merita di essere approvata in via definitiva alla stessa maniera in cui sono state approvate la riforma del welfare, il programma di assicurazione sanitaria per i bambini, il programma Cobra di assicurazione sanitaria per i disoccupati, e, tra l’altro, anche entrambi i tagli fiscali voluti dall’Amministrazione Bush – tutte misure legislative al cui passaggio è bastata una maggioranza semplice”.
Così, pur non facendone mai il nome, il Presidente Obama ha invitato i gruppi democratici di Camera e Senato a attenersi al meccanismo della “riconciliazione”, per approvare la riforma in tempi relativamente brevi, si dice addirittura prima di Pasqua. Con riconciliazione si intende un voto procedurale su modifiche puramente di budget a un testo di legge che sia già stato approvato da entrambe le camere. Questo meccanismo permetterebbe ai democratici di far passare la riforma anche solo con una maggioranza semplice, opportunità da non perdere al Senato, dove il Partito Democratico ha perso la maggioranza qualificata di sessanta voti in gennaio.
Nel caso i democratici decidano di procedere con questa strategia, la Camera dei Deputati dovrà innanzitutto adottare, così com’è, il testo di legge sulla riforma sanitaria approvato dal Senato prima di Natale. Dopo di che, i deputati democratici potranno proporre un pacchetto di modifiche agli aspetti fiscali della proposta del Senato. Una volta approvato dalla Camera, il pacchetto di modifiche andrà al Senato per un secondo voto, a maggioranza semplice, e di lì, assieme al testo originale della riforma già votato separatamente, potrà poi procedere verso la firma definitiva del Presidente Obama.
Questa ipotesi, voluta dalla Casa Bianca perché si tratta dell’ultima speranza di riforma, si scontra con le resistenze di alcuni democratici alla Camera, che non apprezzano la proposta approvata dal Senato a dicembre. L’area progressista del partito non si rassegna al fatto che, nella proposta del Senato, manchi la cosiddetta “public option”, ovvero il progetto di una assicurazione sanitaria gestita direttamente dal governo federale. D’altro canto, un gruppo di democratici eletti in distretti conservatori (conosciuti come Blue Dog Democrats) teme di perdere il proprio seggio nelle elezioni di novembre a causa di una riforma che i propri elettori moderati trovano eccessivamente liberal, (si pensi, ad esempio, all’obbligo che verrebbe imposto a ogni cittadino americano di procurarsi una assicurazione sanitaria, pena una multa di 695 dollari l’anno, oppure del valore del 2,5% del proprio reddito (quale che sia la cifra più alta tra le due).
Infine, i deputati democratici sospettano che, una volta che avranno approvato il testo di legge voluto dal Senato, i senatori democratici poi non manterranno la promessa di votare a favore delle modifiche, seppur modeste, volute dalla Camera.

Per tranquillizzare i colleghi deputati su questo ultimo punto, il Senatore democratico Tom Harkin ha dichiarato giovedì che il gruppo democratico al Senato è già d’accordo a procedere con la riconciliazione. Harkin ha promesso anche una serie di garanzie tangibili sul fatto che il Senato farà realmente seguito all’eventuale voto della Camera, anche se non ha specificato quali saranno queste garanzie.

Il fatto che i democratici siano costretti a ricorrere al complicato meccanismo di riconciliazione per far approvare una riforma sanitaria da loro voluta in un momento storico in cui il partito controlla Camera, Senato e Casa Bianca, suggerisce un preoccupante livello di disorganizzazione. Di certo, questo è in parte il risultato del fatto che il Partito Repubblicano continua a fare ostruzionismo al Senato ricorrendo al cosiddetto “filibuster”, ovvero la possibilità data all’opposizione di ritardare indefinitamente il voto su una proposta di legge malvista, prolungando anche all’infinito il dibattito parlamentare, a meno che i tre quinti del Senato, ovvero 60 Senatori, non votino compatti in favore di tale testo di legge.
Per aggirare il “filibuster”, ora che hanno perso la maggioranza qualificata al Senato, i democratici si trovano a aver bisogno della riconciliazione. Paradossalmente però, si espongono, così facendo, proprio alle critiche dei repubblicani, che li accusano di utilizzare questa strategia parlamentare al fine di evitare un vero confronto politico con la controparte.  Con il risultato che gli elettori americani, ormai completamente confusi, guardano alla politica di Washington sempre più come a una vicenda privata di lotte di potere fra i due partiti, e al passaggio della riforma non più come a una cosa necessaria per il bene del paese (si calcola che la riforma aiuterebbe trenta milioni di americani che oggi ne sono completamente privi, a acquistare una qualche forma di copertura sanitaria), bensì come a un astruso esercizio congressuale.
Ma se la colpa di questa crisi è in parte dell’ostruzionismo repubblicano, anche l’inefficienza democratica si deve far carico di qualche responsabilità, visto che la possibilità di approvare una riforma sanitaria ambiziosa con la maggioranza qualificata al Senato c’è stata, ed è fallita perché il Partito Democratico non è stato in grado, in un anno di governo, di trovare un accordo interno sul tipo di riforma più desiderabile.
Con le elezioni di novembre che si avvicinano, e di fronte a un Partito Repubblicano che ha scelto la strada della non-collaborazione, il Partito Democratico non ha che una scelta davanti a sé. I democratici devono assolutamente approvare una qualche riforma sanitaria nei tempi più brevi possibili, se non vogliono perdere la loro maggioranza al Congresso nelle midterm. Anche se qualsiasi riforma approvata sarà necessariamente imperfetta, e anche se qualche parlamentare democratico potrà rimetterci il posto, il prezzo dell’inazione, che per gli elettori è la dimostrazione dell’incapacità del Partito Democratico di governare, si dimostrerà infinitamente più alto.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

marzo 5, 2010 alle 8:16 pm

Un breve momento bipartisan

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Washington – Buone notizie per i democratici in vista dell’atteso dibattito sulla riforma sanitaria di giovedì alla Casa Bianca, condotto dal Presidente Barack Obama e trasmesso in diretta televisiva, con la partecipazione di rappresentanti sia del Partito Democratico che del Partito Repubblicano. Il Senato ha raggiunto, mercoledì, un accordo bipartisan, seppur ridotto, sugli stimoli all’occupazione.
Si tratta di una misura da 15 miliardi di dollari pensata per incoraggiare nuove assunzioni nel settore privato. Tra le altre cose, il testo di legge prevede tagli fiscali per i datori di lavoro che scelgono di assumere lavoratori che siano disoccupati da almeno 60 giorni. La novità, in particolare in vista del dibattito sulla sanità, sta nel fatto che alcuni senatori repubblicani hanno scelto di sostenere la misura proposta dal Presidente del Senato, il democratico Harry Reid del Nevada. Il risultato del voto è stato di 70 voti a favore e 28 contro, con 13 repubblicani che si sono aggiunti a 55 democratici e due indipendenti. Il neo-eletto Senatore dal Massachusetts Scott Brown, che, a sorpresa, ha preso il posto il mese scorso del defunto Ted Kennedy, ha avuto un ruolo decisivo nel far passare la misura.
Il testo di legge va ora alla Camera per l’approvazione definitiva. Pare che i deputati democratici, i quali controllano saldamente la maggioranza, siano intenzionati a sbrigare la vicenda velocemente, per fare arrivare la legge sulla scrivania del Presidente Obama al più presto.  Questo nonostante la Camera avesse proposto, mesi fa, un testo di legge sull’occupazione molto più ambizioso, una misura da circa 154 miliardi di dollari, circa dieci volte tanto quella odierna.
Va considerato questo un primo passo, seppur piccolo, sia da parte dei democratici, che hanno rinunciato a una misura più confacente alla propria visione politica, sia dei repubblicani, che hanno accettato di sostenere la proposta democratica, nella direzione di una politica di compromesso, quando ormai l’atmosfera a Washington sembrava completamente avvelenata dall’astio tra i due partiti.
Da parte democratica, questa scelta dimostra una nuova consapevolezza delle proprie forze, e della necessità di attuare misure efficaci, seppur ridimensionate, anziché di attendere invano che i conservatori americani consentano il passaggio di proposte più chiaramente liberal. Il Congresso, in mano democratica almeno fino alle elezioni di novembre, sembra voglia riposizionarsi su una politica di piccoli passi progressivi, un cambiamento notevole dai proclami ambiziosi dell’anno passato. Per ottenere comunque gli obbiettivi prefissatisi, il partito dell’asinello dovrà far seguire a questa misura iniziale una serie di altre legislazioni che aiutino il mercato del lavoro e i lavoratori in crisi. Si parla, ad esempio, di un testo di legge che estenda, oltre la scadenza prevista per la fine del mese, i sussidi di disoccupazione decisi l’anno passato, all’apice della crisi.
In casa repubblicana, il voto di mercoledì potrebbe essere il segnale di un cambiamento di rotta, per quanto leggero, rispetto alla politica di opposizione cieca scelta sin dall’inizio della Presidenza Obama. In vista delle elezioni midterm di novembre, i Repubblicani non vogliono essere visti come i soli responsabili dell’inazione del governo, in particolare su un tema caldo come l’occupazione.
Del resto, la gravità della condizione in cui versa il mercato del lavoro in America è stata senz’altro una motivazione forte per entrambi i partiti nel voto di mercoledì.  La disoccupazione, ora assestatasi sul 9,7%, non accenna a diminuire, con tutti gli esperti che prevedono che ci vorranno anni per arrivare alla creazione di nuovi posti di lavoro. In una testimonianza offerta al Congresso mercoledì, anche il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha dichiarato che la disoccupazione è senza dubbio il problema più grosso che affligge l’America oggi. Una ricerca pubblicata martedì dalla società di sondaggi e ricerca di mercato Gallup, stima in circa 30 milioni il numero di lavoratori americani che sono sotto-occupati, ovvero l’insieme dei disoccupati e di coloro che non riescono a trovare niente di meglio che un impiego part-time. I risultati dell’analisi di Gallup paiono indicare un tasso di disoccupazione nascosta più alto di quello registrato dal governo. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, il 16,5% dei lavoratori americani sono disoccupati o hanno un’occupazione part-time, contro 19,9% rilevato da Gallup.
Data la situazione, è probabile che sarà sui posti di lavoro più che sulla riforma sanitaria (i cui effetti si sentiranno solo nel lungo periodo) che si giocheranno le elezioni midterm di novembre.
Al di là della soddisfazione momentanea, è bene che la Casa Bianca non sopravvaluti la piccola vittoria di mercoledì. È molto probabile, infatti, che almeno nella prosecuzione del dibattito sulla riforma sanitaria, i due partiti continuino a mantenersi su posizioni molto diverse, e che i repubblicani non vengano affatto incontro al Presidente. Lo scopo dell’iniziativa di giovedì sulla riforma sanitaria è di motivare le due parti, dopo mesi di stasi, a un dialogo produttivo. Ma i pronostici, in questo caso, non sono favorevoli alla Casa Bianca, nonostante l’accordo temporaneo raggiunto mercoledì da democratici e repubblicani sull’occupazione.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

febbraio 26, 2010 alle 8:13 pm

Salute e politica nell’America di Obama

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Mentre Obama conclude in Corea del Sud il proprio lungo viaggio in Asia, da Washington arrivano segnali incoraggianti a proposito della riforma sanitaria. Il Senatore Harry Reid del Nevada, leader della maggioranza democratica, ha presentato mercoledì una proposta di legge che, nelle promesse, dovrebbe estendere la copertura assicurativa a 31 milioni di americani che oggi ne sono privi e, al contempo, contribuire a ridurre il debito pubblico nazionale.
Secondo Reid, il Patient Protection and Affordable Care Act, come è stata chiamata la proposta di legge, verrebbe a costare 848 miliardi di dollari su dieci anni (sotto il tetto dei 900 voluto da Obama), ma dovrebbe consentire al governo americano di ridurre il deficit di 130 miliardi entro una decade, grazie all’introduzione di nuove tasse. Il testo di legge proposto dai democratici al Senato comprende, come novità assoluta, l’idea di un’imposta del 5% sulle procedure di chirurgia estetica non necessarie, ovvero quelle che non siano dettate da conseguenze traumatiche di incidenti automobilistici o da malformazioni genetiche al corpo.
La proposta della leadership democratica al Senato è simile al testo di legge già passato dalla Camera dei Deputati, anche se rimane, fin qui, meno restrittiva sull’interruzione di gravidanza, tema che, alla Camera e tra gli attivisti, ha finito per creare una spaccatura interna al Partito dell’Asinello.
Nella riforma pensata da Harry Reid è compresa anche una forma di “opzione pubblica”, ovvero una assicurazione sanitaria gestita dal governo che competerebbe sul mercato con quelle private. Agli stati dell’Unione, però, è concesso il diritto di sganciarsi da tale “opzione pubblica” con il passaggio di una legge opportuna.
Obama ha applaudito, dall’Asia, il lavoro dei colleghi democratici al Senato. La proposta presentata alla stampa mercoledì sera deve ora passare un doppio test. Innanzitutto, dovrà essere approvata da tutti e 58 Senatori democratici più i due Senatori indipendenti che, normalmente, votano a sinistra. Solo allora comincerà il vero e proprio dibattito parlamentare con la controparte repubblicana, che già si prevede difficile. I Senatori del GOP (Partito Repubblicano), infatti, hanno promesso battaglia, dichiarando che faranno di tutto per opporre una misura che, secondo loro, equivale a un intollerabile espansione dei poteri del governo. “Sarà una Guerra Santa”, ha dichiarato il Senatore Orrin G. Hatch, dello Utah.
Intanto, in America è scoppiata un’altra polemica a sfondo sanitario. Una commissione ministeriale tecnica composta di 16 esperti medici (U.S. Preventive Services Task Force), ha pubblicato uno studio che conclude che non è necessario, ma anzi può essere rischioso, che le donne di meno di cinquant’anni si sottopongano a mammografie di routine.
Tanti in America trovano le conclusioni raggiunte dalla U.S. Preventive Services Task Force inaccettabili, e sospettano che ci sia un collegamento tra la tempistica della pubblicazione di questo studio e il dibattito in corso sulla riforma sanitaria, e che i colossi assicurativi privati abbiano avuto una qualche influenza sulle riflessioni dei medici in commissione. Oggi, quarantanove stati dell’Unione impongono alle assicurazioni private di rimborsare ai clienti i costi delle mammografie, ma tale garanzia potrebbe venir meno se i risultati di questo studio dovessero essere considerati dal Congresso nel passaggio della riforma sanitaria. In generale, si pensa, le società di assicurazione risparmierebbero, se una procedura come la mammografia non dovesse più essere effettuata con la stessa frequenza.
Sia la Casa Bianca che il Ministro della Salute Kathleen Sebelius, per ora, hanno dichiarato che le conclusioni della Task Force non avranno effetto sulle politiche sanitarie nazionali, mentre tutte le più importanti associazioni mediche del paese incoraggiano le donne a continuare a sottoporsi a mammografie con la solita frequenza.
L’intreccio fra salute e politica è sempre più il cuore del dibattito pubblico in America.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

novembre 27, 2009 alle 11:04 am

L’aborto diventa un ostacolo alla riforma sanitaria

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Continua tra mille difficoltà il dibattito sulla riforma sanitaria in America. Martedì, la Commissione Servizi Finanziari del Senato ha bocciato due emendamenti che erano stati aggiunti al testo di legge rispettivamente dai Senatori Jay Rockfeller della West Virginia e Chuck Schumer di New York. In maniere diverse, i due emendamenti avevano il fine di far sopravvivere la “public option”, ovvero una qualche forma di assicurazione sanitaria gestita direttamente dal governo e offerta a coloro che, da un lato, non presentano i requisiti necessari a ricevere i sussidi statali versati ai più poveri, e, dall’altro, non possono però permettersi i costi delle polizze private, nemmeno quelli calmierati che dovrebbero risultare dalla riforma.
Nonostante ci sia in commissione una maggioranza democratica di tredici senatori contro dieci, l’hanno spuntata i repubblicani dopo che cinque esponenti del partito dell’asinello si sono aggiunti a loro nel votare contro gli emendamenti. Tra costoro anche il presidente della commissione, il Senatore del Montana Max Baucus. Baucus sostiene che l’opzione pubblica sia troppo rischiosa, e che una proposta di legge che la comprenda non riuscirebbe mai a passare il voto del Senato, mandando così all’aria i mesi di trattative che sono stati necessari a raggiungere un qualche, seppur limitato, compromesso.
In effetti, anche se, in teoria, i democratici hanno al Senato i sessanta voti sufficienti a approvare qualsiasi provvedimento, si prevede che alcuni tra i cosiddetti “Blue Dog Democrats”, ovvero gli esponenti più moderati del partito, sceglierebbero di bocciare l’opzione pubblica.
La fine infelice degli emendamenti voluti da Rockfeller e Schumer ha rappresentato sicuramente un duro colpo per i sostenitori della riforma sanitaria e dell’opzione pubblica. In realtà, come scrive Derek Thompson sull’Atlantic, questo significa che la proposta di legge “è quasi morta, ma non è già morta”. Infatti, qualsiasi testo verrà approvato dalla Commissione Finanza dovrà poi, comunque, essere integrato alle proposte di legge che usciranno dalle altre commissioni competenti, fra cui quella della Commissione Sanità. Inoltre, i sostenitori dell’opzione pubblica confidano che la Camera, in cui la delegazione democratica capeggiata dalla Presidente Nancy Pelosi è decisamente più progressista, passi un testo di legge favorevole all’opzione pubblica. Se Camera e Senato approvassero davvero due proposte di legge molto diverse, queste dovranno comunque confluire in un unico testo di legge, da mandare al Presidente Obama per la firma finale. Starà alla leadership delle due Camere trovare un compromesso accettabile.

Intanto, comincia a diventare sempre più problematica la questione dell’aborto. Da sempre un tema polarizzante in America, l’aborto ha fatto capolino anche nel dibattito sulla riforma sanitaria, grazie all’impegno degli instancabili attivisti “pro-life”, ovvero anti-aborto.

Una legge vecchia di trent’anni stabilisce che il denaro dei contribuenti non può essere utilizzato per finanziare gli aborti volontari, ovvero quelli che risultano dalla scelta personale di una donna e non da indipendenti condizioni mediche. In America, di conseguenza, bisogna fare riferimento a un network di cliniche private per poter abortire. Molte polizze assicurative private coprono, però, i costi di questo tipo di intervento.
Il Presidente Obama, determinato a far passare una riforma della sanità ambiziosa, ma non disposto a rischiare sull’aborto, ha promesso, ad esempio durante il discorso fatto di fronte alla sessione plenaria del Congresso a inizio settembre, che non permetterà che si usino dollari federali per finanziare l’interruzione di gravidanza.
Gli anti-abortisti, però, non si fidano. Sono convinti che le proposte di legge fin qui prodotte non contengano un linguaggio sufficientemente chiaro riguardo a questa questione. Temono, in sostanza, che la riforma proibirà il finanziamento diretto di un’interruzione di gravidanza, ma non la sovvenzione di polizze assicurative offerte da società private che, separatamente, coprano i costi di un aborto.
I progressisti, naturalmente, temono l’opposto. Innanzitutto, si sentono delusi dall’atteggiamento conciliante di Obama verso gli antiabortisti. Inoltre, sostengono che il passaggio di una legge con clausole speciali che vietano l’utilizzo di fondi federali per sovvenzionare l’aborto farebbe aumentare a tal punto i prezzi delle polizze che normalmente ne coprirebbero il costo da renderle sostanzialmente impraticabili a livello economico.
Si tratta di una questione di definizione. Progressisti e conservatori sono d’accordo nel trovare un compromesso in modo che i soldi ricavati dalle tasse federali non sovvenzionino le interruzioni di gravidanza. Ma non sono per nulla d’accordo su cosa questo significhi.
Per i sostenitori del diritto all’aborto, i dollari federali devono poter sovvenzionare tutti i tipi di polizza assicurativa di tutte le compagnie private, a patto che le società di assicurazione non usino queste sovvenzioni pubbliche per pagare direttamente i costi di un aborto. Gli attivisti contrari all’aborto danno a questo problema una lettura più rigida. I contributi federali non possono in alcun modo finanziare nessuna polizza gestita da una compagnia di assicurazione che copra le interruzioni di gravidanza, anche se con una polizza diversa da quella che verrebbe sovvenzionata.
Come scrive William Saletan su Slate, “per ottenere quello che considerano un accordo neutrale, gli attivisti pro-aborto devono assicurarsi che coloro che sono contrari paghino, seppur indirettamente, per le interruzioni di gravidanza. Gli antiabortisti, invece, per difendere le proprie convinzioni devono far sì che la copertura assicurativa di un aborto non possa essere in nessun modo sovvenzionata dallo stato, rendendo così l’interruzione di gravidanza, in un sistema che diventerebbe dipendente dai contributi pubblici, una procedura insostenibile a livello economico”.
Come se il dibattito sulla riforma sanitaria non fosse già abbastanza complicato, interviene ora la questione dell’aborto a renderlo ancora più ingestibile. In ogni modo, il Senato potrebbe votare su un provvedimento già la settimana prossima.

Pubblicato originariamente sulla newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

ottobre 15, 2009 alle 1:41 pm

Bastera’ il carisma di Obama?

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Washington D.C. – Il Presidente americano Barack Obama ha rilanciato mercoledì sera, in un discorso incisivo e politicamente rischioso, la propria sfida alla nazione e al Congresso in difesa del progetto di riforma del sistema sanitario, tanto criticato quanto resistente a qualsiasi tentativo di cambiamento.

È stata questa un’estate frenetica e poco fortunata per il dibattito politico sulla riforma sanitaria in America, distorto da posizioni ideologiche sia da parte repubblicana che da parte democratica, e da insinuazioni, provenienti queste dalla destra, tanto incredibili quanto inaccettabili (basti citare l’accusa ripetuta ad nauseam sulle radio e sulle televisioni conservatrici che il piano per la sanità voluto dai democratici prevede la creazione di commissioni governative con il potere di decidere della vita e della morte degli anziani). È persino venuto a mancare, il 25 agosto scorso, il Senatore Edward Kennedy, ultimo rappresentante della dinastia iniziata con JFK, e, ormai da decenni, alfiere della battaglia per la sanità.

Le polemiche del mese d’agosto hanno confuso il pubblico americano, aizzato gli attivisti e i politici più radicali, e hanno finito per nuocere all’immagine di Obama, per la prima volta in difficoltà dall’inizio della propria ancor giovane presidenza.

Diversi sondaggi condotti tra luglio e settembre mostrano che circa il 65% degli americani trova il dibattito sulla sanità incomprensibile. Nello stesso intervallo di tempo, il tasso d’approvazione del Presidente Obama si è assestato attorno al  50%, un calo netto rispetto ai successi dei primi mesi alla Casa Bianca.

Nell’atteso discorso di mercoledì sera, Obama ha cercato di chiarire i punti più importanti del proprio progetto di riforma e ne ha difeso l’importanza.

Nel tentativo di quietare gli animi degli americani che si sono fatti convincere, nel corso degli ultimi mesi, che la riforma porterà a un peggioramento generale del sistema sanitario e all’inizio di  una dittatura socialista negli Stati Uniti, il presidente ha ripetuto più volte che la proposta di legge non andrà ad intaccare in alcun modo la posizione di chi già ha un’assicurazione medica privata soddisfacente finanziata dal proprio datore di lavoro. I repubblicani, invece, accusano i democratici di voler obbligare tutti i cittadini ad abbandonare le loro amate coperture assicurative private a favore di una soluzione governativa imposta con la forza.

Oltre a difendersi dalle critiche, Obama è anche andato all’attacco. Il presidente ha promesso di voler combattere i malfunzionamenti più egregi di un sistema che, al momento, rende legittimo per le compagnie assicurative private rifiutare copertura sanitaria a chi soffre di condizioni mediche pre-esistenti. La riforma voluta da Obama, inoltre, renderebbe una qualche forma di copertura medica obbligatoria per tutti i cittadini americani. Oggi la scelta è lasciata agli individui.
Il presidente ha poi attaccato con decisione l’atteggiamento distruttivo di tanti rappresentanti del Partito Repubblicano, attribuendo loro la grave responsabilità di aver diffuso delle vere e proprie “bugie”. “Sappiate”, ha incalzato Obama, “che non sono disposto a perdere tempo con chi ha già fatto il calcolo politico che è più conveniente opporre il piano per la riforma ad ogni costo che tentare di migliorarlo”.

Allo stesso tempo, Obama ha cercato di rassicurare i repubblicani in merito alcuni punti critici e ha offerto un paio di aperture politiche. Ad esempio, il presidente ha promesso che la riforma sanitaria non estenderebbe alcun privilegio agli immigrati illegali, una delle conseguenze temute dalla destra.

Infine, Obama ha insistito sul fatto che la riforma non farà aumentare il debito pubblico, ma sarà volta a eliminare sprechi e inefficienze. Il costo complessivo della riforma sarà, secondo Obama, di 900 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, “meno di quello che abbiamo speso nelle guerre in Iraq e Afghanistan”, ha sottolineato il presidente.

Rimane ancora da chiarire lo stato della cosiddetta “opzione pubblica”, divenuta durante l’estate uno dei punti critici del dibattito sulla riforma sanitaria. I democratici vogliono che il governo offra la possibilità a chi non può permettersi un’assicurazione medica privata di sottoscriverne una pubblica. I repubblicani sono determinati a non far passare una proposta di legge che comprende tale possibilità, vista dalla destra come il primo passo verso un monopolio statale della sanità. Obama, che sostiene “l’opzione pubblica”, ha cercato mercoledì di mitigare i toni. La creazione di un’assicurazione sanitaria gestita dal governo, ha dichiarato il presidente, riguarderebbe solo una minoranza dei cittadini (stimata dal governo in circa il 5% della popolazione). È quindi inutile discuterne come se fosse il punto centrale della riforma. Inoltre, Obama si è dichiarato flessibile quanto ai dettagli dell’“opzione pubblica”, e disposto a rivederne l’importanza nel corso di un dibattito con i repubblicani che si rivelasse finalmente costruttivo.

Con il discorso fatto mercoledì al Congresso, Barack Obama ha mostrato, ancora una volta, la propria ambizione e coraggio politico. Nonostante le critiche, il presidente ha scelto di non fare marcia indietro ma di continuare a perseguire una riforma sostanziale del sistema sanitario che, al contempo, sia sostenuta sia dalla sinistra che dalla destra. Citando, al termine del proprio discorso, una lettera scrittagli dal Senatore Ted Kennedy sul letto di morte – ultimo atto di una lunga carriera passata a lottare per un sistema sanitario più giusto – Obama ha innalzato la propria proposta di riforma al livello di una questione morale, che mette in gioco il carattere stesso del popolo americano. “Non siamo arrivati fin qui per aver paura del futuro, siamo arrivati fin qui per dare forma e sostanza al futuro”, ha esclamato enfaticamente Obama.

Già più volte, il presidente ha ritrovato il proprio carisma e la propria forza in un discorso alla nazione: basti pensare a quello sulle relazioni interrazziali fatto a Philadelphia durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Questo sulla riforma sanitaria, però, è probabilmente il più delicato di tutti. I repubblicani non sembrano per niente interessati a collaborare. Avendo perso malamente le elezioni dell’anno passato, non gli conviene politicamente. Con la maggioranza sia alla Camera che al Senato, i democratici potrebbero passare una proposta di legge anche da soli, ma devono prima superare le divisioni interne che continuano a separare l’ala progressista da quella moderata del partito. Inoltre, una riforma approvata di forza da un Congresso e da un governo tutti democratici non godrebbe certo dell’ampio mandato voluto da Obama, e finirebbe per perdere il necessario sostegno del popolo americano.

A soli nove mesi dal proprio insediamento alla Casa Bianca, Obama si trova ora di fronte a quello che potrebbe diventare il punto di svolta della propria presidenza. Inimmaginabili le lodi che riceverebbe dovesse diventare il presidente che, finalmente, riesce a riformare il sistema sanitario americano dopo decenni di tentativi falliti. Ma, dopo aver messo in gioco molto del proprio capitale politico sul successo di quest’iniziativa, dovesse uscirne sconfitto, Obama finirebbe per diventare d’un tratto un presidente debole, fallendo nell’impresa in cui ha più creduto proprio nel momento in cui il Partito Democratico controlla sia la Camera che il Senato.

Pubblicato originariamente nella newsletter del Centro di Formazione Politica

Scritto da Valentina Pasquali

settembre 17, 2009 alle 4:40 pm

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